Economia / Opinioni

L’Italia ha urgentemente bisogno di una politica dei redditi. Alcuni appunti da cui partire

È in corso un feroce impoverimento di larghissime fasce della popolazione. Non sono più rinviabili una riforma del sistema fiscale -che non può concentrarsi solo sull’Irpef-, una tassazione finanziaria vera e una reale indicizzazione dei salari. Per non parlare degli extra-gettiti legati all’inflazione. L’analisi di Alessandro Volpi

© Mufid Majnun - Unsplash

Il nostro Paese ha urgentemente bisogno di una politica dei redditi. Rappresenta una delle strade per contrastare il feroce impoverimento in corso di larghissime fasce della popolazione. In primo luogo non è più rinviabile una riforma del sistema fiscale che non può concentrarsi solo sull’Irpef, perché nelle condizioni attuali insistere sulla progressività di questa imposta rischia di far pagare di più a chi già sostiene larga parte dell’impianto fiscale italiano. In questo ambito l’unica strada percorribile è quella di alzare l’aliquota massima e, semmai, di aumentarne il numero per evitare i “salti” troppo bruschi dall’una all’altra. Serve invece ampliare la base imponibile e soprattutto far sì cha a parità di reddito si applichino le medesime aliquote, condizione che oggi non avviene perché, anche in condizioni di parità, quello da lavoro paga un’aliquota assai più alta rispetto a ogni alla forma di reddito. Occorre rivedere il sistema delle cedolari secche (assolutamente regressive) e le tax expenditures, eliminando quelle che rappresentano veri e propri privilegi a vantaggio di alcuni gruppi, peraltro molto limitati numericamente.

Sulla tassazione finanziaria, per battere la speculazione che alimenta l’inflazione, occorre una tassazione più rilevante che vari, in maniera più netta, a seconda della durata dell’“investimento”. Peraltro è indispensabile il divieto assoluto delle vendite allo scoperto. Servono poi misure, possibili anche con la normativa nazionale, per ridurre il numero dei soggetti che interagiscono nelle transazioni finanziarie rispetto alle dinamiche dello scambio reale. In altre parole, è necessario un freno ai derivati che oggi sono il vero motore dell’inflazione energetica. Per questo occorre una chiara ridefinizione, in sede normativa, degli operatori bancari e finanziari. Bisogna poi affrontare il tema dell’Iva sui beni di lusso, così come non è rinviabile una vera rimodulazione dell’imposta di successione.

Serve una rimodulazione del metodo tariffario. Non è possibile che l’Autorità di regolazione per energia reti e ambiente (Arera) usi quello “giornaliero” che spinge l’inflazione e che l’attuale sistema di tutela non funzioni. E anzi sia persino peggiore di quello del mercato libero. Non si può neppure continuare a tenere totalmente legati i prezzi dell’energia all’ingrosso agli hub finanziari e a costruire la filiera dei prezzi dell’energia su quello del gas. In estrema sintesi, occorre una grande riforma fiscale che abbassi la pressione sul lavoro in maniera significativa e l’aumenti sulle rendite.

Il metodo dei bonus “universali” deve essere abbandonato perché regressivo e le forme di sostegno al reddito vanno distinte dal tema fiscale: devono servire per aiutare i soggetti che non possono essere sostenuti con misure fiscali perché in possesso di redditi troppo bassi. Serve una riduzione dell’Irap che grava ormai solo sui redditi da lavoro, al pari delle addizionali Irpef. Al tempo stesso, sarebbe opportuno spostare sulla fiscalità generale (estesa a rendite, patrimoni e beni immateriali) la gran parte del prelievo, per consentire una maggiore equità, dettata da aliquote progressive non limitate, appunto, ai redditi da lavoro. Non è possibile, in quest’ottica, rinunciare al gettito fiscale sui beni immateriali, sul mondo dell’e-commerce e delle big tech, che attualmente non versano quasi nulla all’erario italiano; la materia è europea e internazionale, ma, come avviene in altri Paesi, l’esistenza di una digital tax richiede una maggiore attenzione nella sua applicazione e criteri più stringenti.

La politica dei redditi si fa poi sui salari ripristinando forme di indicizzazione reale, e non più solo basate sull’indice dei prezzi al consumo armonizzato (Ipc), detassando gli aumenti salariali, accelerando sulla stipula dei contratti e introducendo un vero salario minimo, data la gran  quantità di lavoratori privi di un contratto nazionale. In questo senso serve anche una legge nazionale che impedisca, finalmente, i tanti sindacati “gialli” (mi scuso per l’espressione retrò) o sindacati “di comodo”.

Una considerazione a parte meritano gli extra-gettiti legati proprio all’inflazione. Nei primi sei mesi del 2022 le entrate in termini di Iva derivanti dall’importazione di beni hanno realizzato un extra-gettito rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente pari a 3,3 miliardi di euro. Nel medesimo arco temporale le entrate dello Stato da giochi e lotterie sono state pari a sei miliardi, in crescita di 1,1 miliardi rispetto all’anno passato. Sommando queste voci ed estendendole su un intero anno si metterebbero insieme quasi 20 miliardi di euro, più che sufficienti per garantire la quota pubblica di una credibile indicizzazione dei salari e delle pensioni.

La riforma fiscale e la politica dei redditi devono congiungersi a una strategia in materia di gestione del debito pubblico. Negli ultimi due anni gran parte della spesa pubblica, anche di quella corrente, è stata finanziata con l’emissione di nuovo debito. Ciò è stato possibile per effetto dell’intervento della Banca centrale europea (Bce), direttamente e attraverso la Banca d’Italia. Ora la Bce sembra intenzionata a cambiare linea ma il nostro Paese non può fare a meno del debito. Occorre quindi una strategia che convinca gli oltre mille miliardi di euro presenti sui conti correnti a finanziare il debito italiano, magari con tassi indicizzati che, per quanto più costosi, se indirizzati a risparmiatori italiani contribuirebbero a rendere il debito più sostenibile in rapporto al Pil.

Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea presso il dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. Si occupa di temi relativi ai processi di trasformazione culturale ed economica nell’Ottocento e nel Novecento

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