Economia / Opinioni

Le “scommesse” degli speculatori sui derivati del grano che affamano il mondo

La finanza si disinteressa della crisi alimentare alle porte sfruttando la guerra per aumentare i profitti. La rubrica di Alessandro Volpi

Tratto da Altreconomia 250 — Luglio/Agosto 2022
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Vaste parti del mondo rischiano una durissima crisi alimentare non per la guerra e per il blocco del grano ma per la speculazione finanziaria. La produzione mondiale di cereali è pari a poco meno di 2.800 milioni di tonnellate, di cui quasi mille sono prodotte da Cina e Stati Uniti; le tonnellate bloccate nei porti ucraini non arrivano a 25 milioni. Il tema dunque non è la quantità di cereali ma il prezzo: la Fao stima che ogni aumento di prezzo dell’1% provoca 10 milioni in più di affamati. Negli ultimi mesi i prezzi dei cereali sono cresciuti, in media, del 60%. Ma da cosa dipende questo aumento?

Per circa quattro quinti dalle scommesse al rialzo fatte dagli speculatori che comprano i derivati sul grano. Per ridurre il numero degli affamati occorre quindi eliminare i meccanismi della speculazione finanziaria. Forse sarebbe utile ricordare che, in buona misura per effetto degli accordi in sede dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), la principale esportatrice di grano nel mondo è costituita, da anni, dall’Unione europea, seguita da Russia, Stati Uniti, Canada e Australia.

Tali esportazioni, peraltro, non si indirizzano a tutto il mondo “povero”, ma ad alcune realtà consumatrici di grano come Egitto, Algeria, Nigeria, Indonesia, Brasile e Messico. Non sono pertanto le produzioni dell’Ucraina a generare la crisi alimentare, che potrebbe essere superata, in termini quantitativi, con l’intervento di Unione europea e Stati Uniti. Peraltro la Russia sta continuando a esportare cereali verso varie parti del mondo non utilizzando i porti del Mar Nero.

Il vero problema è, invece, come già ricordato, l’aumento del prezzo dei cereali che è alimentato dalla speculazione finanziaria, prontissima a utilizzare proprio le notizie sulla carenza di cereali. Se in sede Wto si decidesse di eliminare i meccanismi speculativi, raffreddando i prezzi, e si provvedesse a rifornire le realtà ora in difficoltà, l’approvvigionamento delle zone dipendenti dai cereali sarebbe molto più semplice. Ma prezzi del grano più bassi certo non piacerebbero a fondi hedge, a banche d’investimento e alle multinazionali del grano. Forse una divisione del mondo finiremo per averla non in termini di nuova “guerra fredda”, improponibile in un mondo a capitalismo unico, ma fra realtà che consumano riso e quelle che consumano grano; le prime stanno subendo assai meno gli effetti della speculazione finanziaria.

Ogni anno a livello globale vengono prodotte 2.800 milioni di tonnellate di grano. Quelle bloccate nei porti ucraini non arrivano a 25 milioni: il problema non è (solo) la guerra.

Il mondo, invece, sembra concentrato solo su come far uscire il grano dal porto di Odessa. Il problema è che il porto è stato minato dagli ucraini per evitare che i russi potessero sbarcare e, probabilmente, gli stessi russi, quando hanno capito che l’attacco via mare della città portuale non era più possibile, hanno provveduto a disseminarne altre. Il risultato è che ora il Mar Nero è diventato pericolosissimo. Dunque il prezzo dei cereali continuerà a salire per le scommesse a senso unico degli speculatori, gli unici a vincere la guerra, che scommetteranno al rialzo puntando persino sulle difficoltà a sminare il Mar Nero.

Del resto, inviare navi militari nel Mar Nero per sminare e per “scortare” i cargo carichi di cereali rischia di essere molto insidioso. Il pericolo è quello di un incontro ravvicinato con la flotta russa e, di conseguenza, di un incidente che potrebbe innescare reazioni a catena. C’è poi la necessità dell’autorizzazione da parte della Turchia che, in base alla Convenzione di Montreux, firmata nel 1936, è necessaria nel caso di passaggio dal Bosforo di navi di Paesi che non si affacciano sul Mar Nero. È molto facile pensare che Erdoğan, già “indispensabile” per l’ingresso di Finlandia e Svezia nella Nato, faccia valere anche questa prerogativa per ottenere pericolosissimi benefici dai Paesi occidentali. La interdipendenze tossiche della globalizzazione stanno facendosi sentire in pieno.

Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea presso il dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. Si occupa di temi relativi ai processi di trasformazione culturale ed economica nell’Ottocento e nel Novecento

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