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Ambiente / Attualità

L’impronta ambientale di Msc, il colosso della logistica e delle crociere

© Athanasios-Papazacharias, unsplash

La più grande compagnia di trasporto container al mondo ha rivendicato di aver modificato le rotte per proteggere i cetacei al largo dello Sri Lanka. Ma è una sostenibilità relativa, considerato che Msc è tra i dieci principali emettitori di anidride carbonica in Europa. Senza dimenticare la partita della nuova diga foranea di Genova

Da metà 2022 le navi cargo di Msc che navigano a Sud dello Sri Lanka avrebbero modificato la propria rotta con lo scopo di ridurre al minimo il rischio di impatti con le balenottere azzurre e gli altri cetacei che vivono nell’area. A settembre la più grande compagnia di trasporto container al mondo ha infatti diramato un comunicato stampa nel quale sostiene di aver adottato volontariamente la decisione di far transitare le proprie navi “su una nuova rotta che si trova a circa 15 miglia nautiche a Sud dell’attuale Traffic separation scheme per la navigazione commerciale”, seguendo le linee guida fornite da organizzazioni ambientaliste, università ed enti di ricerca specializzati “approvate dal Wwf”.

Quella a largo della costa meridionale dello Sri Lanka, infatti, è una delle rotte più trafficate al mondo ed è anche abitata da grandi popolazioni di cetacei: spostare la corsia di navigazione ufficiale “potrebbe ridurre il rischio di collisione per le balenottere azzurre fino al 95%”, è la tesi di Msc, che ha invitato tutti gli operatori navali a fare lo stesso.  Un annuncio che arriva a pochi mesi di distanza da un provvedimento analogo nel Mediterraneo: a gennaio 2022, a seguito della richiesta presentata da un gruppo di organizzazioni ambientaliste, la multinazionale aveva accettato di modificare le rotte delle proprie navi cargo al largo delle coste occidentali della Grecia per tutelare i capodogli.

L’annunciata tutela dei cetacei non deve però sminuire il gigantesco impatto ambientale complessivo della compagnia. La società fondata nel 1970 da Gianluigi Aponte e con sede a Ginevra è oggi una superpotenza del trasporto merci via mare: secondo i dati elaborati dal portale specializzato Alphaliner, con una flotta di 698 navi (di cui 384 di proprietà) la società controlla il 17,4% del mercato globale, sottraendo il primato alla danese Maersk (16,5%). È quindi il principale player in un settore -quello del trasporto marittimo- responsabile del 3% delle emissioni globali di gas climalteranti secondo i dati dell’International maritime association (Imo).

Secondo le stime di Transport&Environment, rete di Ong europee che lavorano sull’impatto ambientale nel settore dei trasporti, nel 2020 le navi cargo di Msc in partenza dall’Europa o dirette verso i porti europei hanno immesso in atmosfera circa 10,8 milioni di tonnellate di CO2, piazzando così la compagnia al sesto posto (nel 2018 era in ottava posizione) tra i dieci principali emettitori di anidride carbonica del continente. “Per il terzo anno consecutivo Msc ha scalato la top ten”, ha detto Jacob Armstrong, shipping officer di T&E, evidenziando come l’operatore marittimo sia superato in questa graduatoria solo da alcune delle centrali a carbone più inquinanti del continente.

© Transport&Environment

Nel suo rapporto di sostenibilità 2021, Msc ha annunciato di voler diventare una compagnia a emissioni zero entro il 2050 “senza fare affidamento su alcuna compensazione esterna delle emissioni di carbonio” e di mettere in servizio entro il 2030 la prima nave cargo “net-zero”. Nell’ambito di questa strategia, a marzo 2022, la compagnia ha preso in consegna la Msc Washington, la sua prima nave portacontainer alimentata a gas liquefatto. Un combustibile che -sottolinea ancora Transport&Environment– viene spesso presentato come sostenibile nonostante sia composto per il 90% da metano e la sua impronta di gas serra sia maggiore rispetto a quella delle navi a diesel.

Se il trasporto di merci rappresenta il cuore delle attività del gruppo, l’attività maggiormente nota della società è quella delle crociere. Anche in questo caso, con le sue 21 navi, Msc è uno dei principali attori del settore (con una quota di mercato del 6,5%) preceduta dalle statunitensi Carnival e Royal caribbean group e dalla Norwegian cruise line holdings. Queste grandi navi, capaci di trasportare migliaia di persone tra passeggeri e membri dell’equipaggio, hanno un impatto ambientale altissimo, come rileva l’Ong Friends of the Earth che a marzo di quest’anno ha pubblicato i risultati di una dettagliata analisi in cui ha messo sotto la lente non solo le principali compagnie di navigazione ma anche le singole navi.

Nella sua valutazione l’Ong ha preso in considerazione quattro fattori: trattamento degli scarichi, riduzione dell’inquinamento dell’aria, rispetto delle norme della qualità dell’acqua e trasparenza nelle comunicazioni. In una scala dove la F corrisponde al voto più basso, la valutazione complessiva per Msc crociere è D+; 10 delle 21 imbarcazioni hanno ottenuto il punteggio più basso (F appunto) mentre solo due hanno ottenuto C-. “Quattordici navi hanno installato sistemi avanzati di trattamento delle acque reflue, il che ha portato a un voto D”, si legge sulla scheda dedicata alla compagnia. Un’insufficienza (D-) è stata attribuita anche agli impegni della compagnia per ridurre l’inquinamento atmosferico: solo undici navi, infatti, hanno la possibilità di collegarsi alla rete elettrica se questa è disponibile in banchina quando sono ormeggiate in porto. “È chiaro che Msc Crociere ha ancora molta strada da fare per ridurre al minimo la propria impronta ambientale”, conclude Friends of the Earth.

Ultimo, ma non meno importante, il ruolo svolto da Msc nel progetto per la nuova diga foranea del porto di Genova finanziato con i fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Come ha scritto Filippo Taglieri di ReCommon su Altreconomia, il progetto era stato autorizzato a maggio 2021 e prevede lo spostamento della diga di 800 metri verso il mare aperto, tramite l’abbattimento dello storico sbarramento di fine XIX secolo che dovrebbe essere ricostruito a una profondità maggiore. Questo intervento permetterebbe uno spazio di movimento maggiore per le navi cargo di nuova generazione (che hanno una portata di oltre 20mila container e una lunghezza di circa 400 metri) ma farlo significa interferire con le correnti marine e modificare i profondi canyon che solcano il fondale e che sono “fondamentali per il funzionamento del Mediterraneo occidentale”, come ha spiegato il biologo Maurizio Wurtz, professore emerito dell’Università di Genova. A fine giugno l’asta per l’aggiudicazione dei lavori è andata deserta. Il 12 ottobre, ed è lo sviluppo più recente, il colosso Webuild (già Salini Impregilo) si è aggiudicata il ruolo di leader nel consorzio che realizzerà la nuova diga foranea “accanto a Fincantieri infrastructure opere marittime, Fincosit e Sidra, per un valore complessivo a base d’asta di 928 milioni di euro”.

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