Ambiente / Approfondimento

L’impatto delle barriere europee anti-migranti sulla biodiversità

Le recinzioni costruite da diversi Paesi europei per bloccare le persone in fuga causano gravi ricadute anche sugli animali selvatici, impedendogli di spostarsi liberamente per cacciare o andare alla ricerca di partner. L’impoverimento del patrimonio genetico avrà conseguenze molto pesanti su alcune specie a rischio

Un tratto della barriera costruita dall'Ungheria al confine con la Serbia © Depositphotos

Il 30 giugno di quest’anno il governo polacco ha annunciato di aver completato la costruzione di un’imponente barriera metallica al confine con la Bielorussia: in circa sei mesi ha eretto un muro alto 5,5 metri e lungo 186 chilometri per un costo di 353 milioni di euro. L’obiettivo è bloccare il flusso di persone, migranti e rifugiati, provenienti da Minsk e in fuga da Paesi come Siria, Iraq, Afghanistan, Libia, Repubblica Democratica del Congo, Mali. I respingimenti alla frontiera tra Polonia e Bielorussia hanno causato una grave crisi umanitaria, con centinaia di persone costrette a vivere all’addiaccio per mesi e almeno 24 morti tra la seconda metà del 2021 e i primi mesi del 2022.

I migranti sono le prime e principali vittime di questa situazione ma non le uniche. La barriera polacca, infatti, attraversa Białowieża, un’antica foresta vergine riconosciuta nel 1979 dall’Unesco come Patrimonio dell’umanità e che l’Unione europea ha inserito tra le zone naturali tutelate dalla Rete Natura 2000. È un luogo ricco di biodiversità (sono state censite 12mila diverse specie animali) dove vivono gli ultimi esemplari del bisonte europeo, cervi e cinghiali ma anche grandi predatori come lupi e linci. “La prima conseguenza della costruzione di questa barriera sarà quella di dividere la foresta in due ecosistemi separati tra loro -spiega ad Altreconomia Bogdan Jaroszewicz, professore di Biologia all’Università di Varsavia e responsabile della geobotanical station di Białowieża-. Prendiamo il caso delle linci: prima della costruzione della barriera questi animali si spostavano liberamente su entrambi i lati del confine, adesso resteranno bloccati. E questo è un problema per la Polonia che conta poco più di 200 esemplari, di cui 10-15 appartenenti a un sotto-gruppo specifico nella foresta. La costruzione della barriera potrebbe portare all’impoverimento del loro pool genetico, rendendo questi animali più vulnerabili alle malattie: su una popolazione così piccola, la perdita anche di un solo animale rende la situazione molto più problematica”.

La fine della Guerra fredda e la rimozione di recinzioni e reticolati tra i Paesi europei e quelli del blocco sovietico aveva segnato -nel periodo a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta- un punto di svolta positivo per la tutela ambientale nel Vecchio continente, permettendo il ripristino della connettività tra habitat diversi e aveva comportato “un enorme aumento delle popolazioni europee di erbivori e carnivori negli ultimi decenni, un fenomeno particolarmente visibile con l’espansione del lupo”, come si legge nello studio “Border security fencing and wildlife: the end of the transboundary paradigm in Eurasia”, pubblicato sulla rivista scientifica Plos nel 2016 e ancora attualissimo nella lettura del fenomeno.

A partire dal 2015, però, nuovi muri sono stati costruiti in diversi Paesi europei -al confine tra Slovenia e Croazia, in Ungheria, in Polonia, in Lettonia solo per fare qualche esempio- con l’obiettivo di bloccare migranti e richiedenti asilo all’esterno dei confini dell’Unione. Muri che rendono ancora più difficile, costoso e pericoloso il viaggio di decine di migliaia di persone in fuga da guerre e conflitti -dall’Afghanistan alla Siria all’Iraq- in cerca di protezione. “Le criticità per la fauna selvatica sono di due tipi. La prima riguarda gli impatti immediati: spesso ai piedi di queste barriere vengono posati reti di filo spinato in cui gli animali possono restare impigliati e ferirsi, a volte in maniera letale, nel tentativo di liberarsi -spiega John Linnell, tra gli autori dello studio pubblicato su Plos e ricercatore presso il Norwegian institute for nature research-. Poi ci sono gli effetti a lungo termine: impediscono agli animali selvatici di spostarsi”.

Nella foresta di Białowieża sono state censite 12mila specie animali diverse. Qui vivono gli ultimi esemplari di bisonte europeo oltre a lupi e linci © ministero per gli Affari esteri della Polonia via Flickr

La ricerca “State border fences as a threat to habitat connectivity: a case study from south-eastern Europe” pubblicata nel 2021 ha analizzato gli impatti sulla fauna selvatica della barriera di filo spinato lunga 136 chilometri eretta nel settembre 2015 dall’Ungheria al confine con la Croazia. Nei 28 mesi successivi alla sua costruzione, sul solo versante croato, ha causato la morte di 64 animali, prevalentemente cervi, a cui vanno aggiunti due uccelli (una cicogna e un cigno). Con una mortalità complessiva di 0,47 animali per chilometro. Dati che però potrebbero essere sottostimati, scrivono gli autori dello studio, dal momento che non si conosce il numero degli animali morti nei boschi circostanti dopo essere riusciti a liberarsi dal filo spinato.

Lo studio curato da Linnell si concentra invece sugli effetti a lungo termine della barriera di filo spinato costruita al confine tra Slovenia e Croazia nel novembre 2015, in un’area tutelata che ricade all’interno della Rete Natura 2000. Inoltre qui vivono tre specie minacciate dall’estinzione (l’orso bruno, il lupo e la lince) la cui tutela è considerata prioritaria dalla Direttiva Habitat. Grazie ai radiocollari applicati ad alcuni di questi animali è stato possibile monitorarne gli spostamenti: anche in questo caso i muri pensati per fermare i migranti hanno avuto come effetto secondario quello di impedire ai predatori di spostarsi per andare alla ricerca di nuovi territori di caccia e di nuovi partner, “riducendo il potenziale per una naturale ri-colonizzazione delle Alpi”, sottolinea la ricerca che evidenzia una situazione di rischio particolarmente grave per la lince. A giugno 2022 il governo sloveno ha annunciato l’intenzione di rimuovere la barriera entro la fine dell’anno.

“I muri costruiti per fermare i migranti vanno a separare i territori in cui vivono gli animali selvatici impedendo loro gli spostamenti, sia quelli giornalieri sia quelli di lungo raggio che sono il motore dell’evoluzione -spiega ad Altreconomia il biologo Luigi Boitani, professore ordinario di Zoologia all’Università La Sapienza di Roma e co-autore dello studio-. In molte specie animali i più giovani a un certo punto lasciano il branco per andare alla ricerca di un partner e di nuovi territori. Questo è particolarmente evidente per gli animali di grandi dimensioni ma le conseguenze negative di queste recinzioni impattano anche su animali più piccoli come i tassi”. La presenza di barriere artificiali può avere conseguenze che si protraggono per decenni, riprende Bogdan Jaroszewicz citando uno studio condotto al confine tra Germania e Repubblica Ceca dove, in epoca sovietica, era stata realizzata una recinzione elettrificata per impedire lo spostamento delle persone tra i due Paesi: “È stata abbattuta nei primi anni Novanta ma a trent’anni di distanza le popolazioni di cervi continuano a evitare di attraversare il confine in quell’area”.

Nonostante i severi impatti sulla fauna selvatica queste barriere vengono spesso costruite senza effettuare una valutazione ambientale. “Nel villaggio di Białowieża ci sono ben tre istituti scientifici: nessuno è stato consultato per valutare le possibili conseguenze di questa struttura sulla foresta -dice Jaroszewicz-. Semplicemente è stata emanata una legge speciale per dare il via ai lavori abrogando qualsiasi normativa esistente sulla consultazione ambientale”.

La Direttiva Habitat prevede invece che tutti i progetti che possono avere una ricaduta sulle specie per le quali sono stati previste aree protette nell’ambito della Rete Natura 2000 debbano essere sottoposti a rigorosa valutazione. E possono essere portati avanti solo a seguito di una valutazione globale preliminare che escluda effetti negativi significativi. Inoltre per le “specie prioritarie” come il lupo e l’orso bruno è necessario chiedere il parere della Commissione europea prima di procedere, a meno che la “sicurezza pubblica” non sia la ragione del progetto in questione. Anche la barriera realizzata al confine tra Slovenia e Croazia “è in aperto contrasto con i principali obiettivi della Strategia dell’Unione europea sulla biodiversità (Ebs) e con la Strategia Ue sulle infrastrutture verdi per il raggiungimento dei target Ebs, finalizzate a ripristinare e mantenere la connettività degli habitat”, scrivono gli autori della ricerca che ne analizza gli impatti.

Se non ci saranno interventi in senso contrario, le conseguenze di questa situazione saranno visibili nei prossimi cinque o dieci anni conclude John Linnell che in questi mesi sta lavorando al confine tra Lettonia e Bielorussia: “Nel corso degli ultimi decenni la fauna europea ha potuto contare sulla presenza e sui flussi di animali provenienti da Russia e Bielorussia, che permettevano anche di arricchire il patrimonio genetico -spiega-. Ora invece l’Europa deve farcela da sola e questo richiede una grande attenzione nel gestire, ad esempio, le quote di caccia”.

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