Cultura e scienza / Approfondimento

L’Europa unita dei diari che custodisce le piccole storie

Da Pieve Santo Stefano a Lisbona, da Emmendingen ad Amsterdam si sta costruendo una rete informale di realtà che conservano gli scritti di privati cittadini

Tratto da Altreconomia 211 — Gennaio 2019
La sala che ospita la sede dell’Arquivo dos Diarios nella Biblioteca di São Lázaro a Lisbona. © Arquivo dos Diários

Nel salone della biblioteca municipale São Lázaro -la più antica di Lisbona, fondata nel 1883 nel bairro di Arroios- si possono “mettere le mani nei diari”, come diceva Saverio Tutino, partigiano e giornalista, fondatore dell’Archivio Diaristico di Pieve Santo Stefano (AR, archiviodiari.org). La raccolta portoghese è curata dall’Arquivo dos Diários, ospitato gratuitamente dalla circoscrizione, che conserva le memorie biografiche e le fa conoscere attraverso numerose attività pubbliche. L’Arquivo è un’associazione senza fini di lucro, fondata a Lisbona cinque anni fa da due italiani. Clara, che viveva già nella capitale, voleva donare a un’istituzione le lettere scritte dal nonno durante la Seconda Guerra mondiale e l’Archivio dei Diari di Pieve l’ha messa in contatto con Roberto, un loro collaboratore che abitava a Lisbona.

“Da Pieve abbiamo avuto dei buoni consigli su come muovere i primi passi per la costruzione dell’archivio, come la creazione un’associazione indipendente -racconta Clara Barbacini, che è la presidente-. Siamo un’esperienza giovane e finora abbiamo concentrato le attività soprattutto a Lisbona, ma l’ambizione è quella di avere un respiro nazionale, proprio come fa l’Archivio dei Diari di Pieve”, dice. È infatti nell’interior do país, come dicono Clara e Roberto, che si può andare in cerca delle memorie meno conosciute per renderle visibili. Nella capitale, invece, la sfida è diversa: “C’è una bella competizione, essendo Lisbona una città molto viva da un punto di vista culturale e che sta conoscendo un boom turistico”, aggiunge Roberto Falanga del gruppo di direzione dell’Arquivo. Quello dei diari è ancora “un ambito di nicchia, ma affascina molto il pubblico. D’altra parte il nostro progetto vive grazie alla partecipazione delle persone, con le quali dobbiamo costruire una fiducia reciproca: il nostro archivio si nutre dei loro scritti”. A Lisbona sono custoditi una quarantina di diari, la maggior parte risalenti agli anni Sessanta, Settanta e al periodo coloniale. Clara, Roberto e gli altri sette soci dell’archivio sono tutti volontari, ma credono molto in questo progetto e nell’ideale che lo sostiene: dare voce a chi ha più difficoltà a farsi ascoltare nel raccontare la sua storia. “In questo momento storico, crediamo molto nell’importanza di tornare a condividere piccole storie che altrimenti resterebbero in silenzio, ai margini”, dicono.

Fin dalla sua nascita l’Arquivo dos Diários collabora con l’Archivio Diaristico nazionale di Pieve nell’ambito di una rete europea più ampia, impegnata nella conservazione della memoria biografica. Lo scorso settembre è iniziato il progetto “Store the Future. Artists, memoirs and civil rights for Europe in third Millennium”, che ha ottenuto 112mila euro nell’ambito del programma “Creative Europe” della Commissione Europea. Con Pieve e Lisbona (che nel 2015 avevano già lavorato insieme al progetto “Through the memories, un secolo di giovani”, ttmeurope.org), gli altri partner di “Store the Future” sono l’Archivio di Stato di Pisino (Croazia), il Teatro stabile di Anghiari (AR) e l’associazione artistica Bandalena di Sigonce (FR) -specialisti nella narrazione di storie individuali e di comunità attraverso il teatro e la musica-, e la cooperativa OpenCom di Arezzo.

“In archivio troviamo due tipologie di ricercatori che parlano lingue diverse: quelli universitari, che praticano la ricerca scientifica, e chi viene invece dal mondo delle produzioni culturali, alla ricerca di materiali utili a costruire sceneggiature o documentari”, racconta Filippo Massi dell’Archivio Diaristico nazionale, che dal 1984 a Pieve custodisce e valorizza oltre 8mila memorie gestite da sei dipendenti, dieci collaboratori e 60 volontari. “Store the Future” ha proprio l’obiettivo di indagare questa difficile relazione tra la conservazione e valorizzazione del patrimonio diaristico e la creazione artistica. E di proporre una nuova figura professionale, “capace di unire le competenze per la ricerca in archivio alla relazione con il mondo culturale che, a partire da quei materiali, può produrre soggetti originali”, spiega Massi.

La fase iniziale del progetto, ora conclusa, prevedeva la ricerca da parte di sei ricercatori di materiali negli archivi sul tema scelto: il ’68, inteso come stagione di cambiamenti e speranze. “Facendo questa ricerca ci siamo accorti che il ’68 era stato vissuto in modi molto diversi nei Paesi coinvolti nel progetto. Il Portogallo, per esempio, era ancora un Paese sotto dittatura”, spiega Clara. Per ampliare la ricerca, l’Arquivo dos Diários ha stretto una collaborazione con la videoteca dell’Arquivo Municipal, che tramite il progetto “Traça” conserva alcuni filmati amatoriali dagli archivi familiari. Quindi, gli aspetti in comune e le narrazioni apparentemente lontane saranno rielaborate in una storia condivisa con gli operatori culturali nel corso di due residenze artistiche nel Teatro stabile di Anghiari e in Francia con Bandalena. L’esito artistico di “Store The Future”, infatti, sarà uno spettacolo che debutterà in primavera.

Un momento dello spettacolo conclusivo del progetto europeo “Store the future” © Arquivo dos Diários

L’archivio istriano di Pisino è una realtà abbastanza diversa dalle altre coinvolte nel progetto. Fondato nel 1958, è un’istituzione pubblica con 27 dipendenti, che si prende cura di 976 fondi notarili, religiosi, governativi e di alcuni archivi privati. “Organizziamo anche attività di carattere scientifico, didattico e divulgativo e siamo al lavoro per digitalizzare il materiale archivistico”, spiega il direttore Elvis Orbanić, che sottolinea la collaborazione con il consorzio Icarus (icar-us.eu), un centro internazionale per le ricerche archivistiche con sede a Vienna, impegnato nella cooperazione tra le istituzioni archivistiche e culturali. Anche attorno ai diari sta crescendo una rete informale di archivi: è l’European Diary Archives and Collections (Edac), fondata nel 2015 per facilitare lo scambio di buone pratiche, dati e competenze tra i diversi archivi della memoria in Europa. Il segretariato della rete è ospitato dall’Archivio del Diario olandese, che ha sede ad Amsterdam (dagboekarchief.nl), e ne fanno parte 11 realtà tra Inghilterra, Paesi Bassi, Belgio, Germania, Ungheria, Austria, Francia e Italia. “Questo incontro facilita il confronto su temi importanti come quello del diritto d’autore e la ricerca di finanziamenti, anche se le storie dei nostri archivi si differenziano molto”, spiega Massi. Una delle realtà dell’Edac più affini a quella italiana è l’Archivio Tedesco dei Diari di Emmendingen, un’associazione d’interesse pubblico che dal 1998 raccoglie oltre 19.500 documenti tra diari, memorie e lettere dell’area linguistica tedesca.

“Da un piccolo libro con delle figure a una scatola piena di lettere a tanti diari scritti dalla stessa persona: il contributo che ci viene consegnato può avere tante forme diverse”, spiega la presidente, Marlene Kayen, che si dice “un’europeista convinta”, che con il suo lavoro desidera “tutelare un’identità comune”, attraverso i diari. La sede di Emmendingen è aperta a tutti, non si rivolge a un pubblico specializzato, ma vuole valorizzare la partecipazione dei cittadini. “Abbiamo un piccolo museo, organizziamo periodicamente delle letture pubbliche e sul nostro sito si possono leggere pagine e pagine di documenti accessibili a tutti”. L’Archivio Tedesco vive del lavoro di una persona a tempo pieno e un’altra part time, ma soprattutto grazie al supporto di un centinaio di volontari sparsi in tutta la Germania: “C’è chi legge, chi trascrive, chi organizza il database, chi accompagna una visita guidata. Ma come si gestisce un archivio a livello volontario? -chiede Kayen- È necessario costruire passo dopo passo una professionalità”. Anche per questo è importante la partecipazione alla rete europea dei diari, dice Kayen: “Non abbiamo economie da investire, ma relazioni da costruire per valorizzare i tesori custoditi nei nostri archivi e dare voce alle memorie delle persone comuni, che non sono state ascoltate nel passato”.

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