Cultura e scienza / Intervista

Letizia Battaglia. La donna che fotografa da vicino

Superati gli 80 anni, dopo aver documentato le vittime di mafia e i movimenti degli anni Settanta, oggi si dedica alle donne e al loro corpo, al “desiderio di fecondità”

Tratto da Altreconomia 185 — Settembre 2016
Letizia Battaglia - EPA/INGO?WAGNER

“Sono una ragazza di 80 anni che ha ancora tanta voglia di fare. Anche se il campo di azione un po’ si restringe…”. Letizia Battaglia è una delle più importanti fotografe italiane. Prima donna a entrare nella redazione di un quotidiano, L’Ora di Palermo -che da tempo ha cessato le pubblicazioni-, nel 1985 ha ricevuto a New York il prestigioso The W. Eugene Smith Award (“premio importante, ma oggetto terribile come tutti i trofei…”).

È nota soprattutto per le potenti immagini di vittime della mafia, scattate a partire dagli anni 60. Ma suoi sono anche gli scatti -sempre in bianco e nero- delle manifestazioni e delle occupazioni degli anni 70, suoi i ritratti di intellettuali italiani e stranieri, suo lo sguardo sulla quotidianità cittadina, le strade e i quartieri, in particolare della sua Palermo. E proprio nel capoluogo siciliano si sta concretizzando il suo nuovo impegno: “Stiamo realizzando un Centro internazionale di fotografia. Aprirà in uno spazio del Comune, ai Cantieri Culturali della Zisa: sarà un luogo aperto, multimediale, dove ci sarà posto anche per il teatro, la pittura, la musica, l’arte contemporanea. Le gallerie fotografiche saranno due: una per i grandi eventi, l’altra per i fotografi emergenti. Ci saranno corsi di fotografia, un calendario di incontri e dibattiti. E sarà un archivio: chiederemo a tutti i fotografi che sono passati da Palermo di donare una foto o due. Lo chiederemo anche ai cittadini: guardate nei vostri cassetti. Voglio ricostruire la memoria della città, restituire un pezzo di quello che era e di quello che è oggi. Voglio mettere ordine, ecco. Lo faccio non per me: è il momento della mia vita in cui devo occuparmi degli altri. Di me mi sono già occupata abbastanza”.

Infatti non ci sarà il tuo archivio, che ancora gestisci personalmente, senza averlo affidato a un’agenzia.
LB Io abito dove ci sono le mie fotografie. La mia casa è invasa di negativi e stampe. Che ne farò di tutte queste cose? Dovrei trovare una sistemazione. Tempo fa trovai per strada, tra la spazzatura, dei negativi risalenti agli anni 40: un racconto della Sicilia lungo molti anni. Immagino come sia andata: il fotografo muore e gli eredi non sanno che farsene del suo archivio, né ci sono istituzioni che hanno i soldi per mantenere archivi di privati. Che infatti per la maggior parte stiamo perdendo. Ben che vada, quando un fotografo muore gli si fa un libro…”.

È una donna generosa, Letizia Battaglia, e coltiva i suoi sogni, guardando sempre al futuro: “Il Centro internazionale dovrebbe aprire a ottobre: non vedo l’ora, ho paura di perdere energia. Spero di farcela”.

Non hai mai smesso di stare dietro all’obiettivo, ma non ti dedichi più alla cronaca.
LB Per due decenni ho fatto quella che “doveva” fotografare la realtà, le cose che accadevano: spazzatura, incendi, morti ammazzati. Poi mi sono detta: basta fotografare cronaca, che troppo mi ha segnato, sin da quando lavoravo per L’Ora. Raccontavo l’oppressione che vivevamo -parlo di oppressione perché non voglio usare la parola mafia, mi fa schifo solo pronunciarla-. Basta. Noi che abbiamo vissuto quegli anni, gli anni della Palermo di piombo, abbiamo un desiderio forte di riabilitazione, come se la città fosse segnata. Oggi voglio fotografare le donne, il loro corpo. Senza romanticismo, però: inquadrare il desiderio di ricostruzione di pace, di fecondità. Questo può avvenire solo col corpo nudo delle donne -e non necessariamente bello-. Penso anche di utilizzare il colore. Ora che sono vecchia e grigia voglio il colore… Fra tre anni sarà pronto un nuovo lavoro, una nuova mostra.

“I risultati non dipendono dall’attrezzatura, ma da testa, cuore cervello. La tua posizione politica, morale. Se odi il mondo, se lo ami. Le macchine, gli obiettivi non sono niente”

Quanto è importante la tecnica, l’attrezzatura, nel tuo lavoro?
LB Non conta la macchina che usi: contano il fuoco, la profondità di campo. Non ho mai capito niente delle macchine fotografiche… Da una decina d’anni sono passata al digitale, ma il principio vale sempre: i risultati non dipendono dall’attrezzatura, ma da testa, cuore, cervello. La tua posizione politica, morale. Se odi il mondo, se lo ami. Le macchine, gli obiettivi non sono niente. Piuttosto, sconsiglio i teleobiettivi e tutte le tecniche che rendono uguali i lavori dei fotografi. Consiglio di fotografare tutto da molto vicino, a distanza di un cazzotto, o di una carezza.

Come quando fotografasti l’arresto del boss Leoluca Bagarella, nel 1980.
LB In effetti quando mi avvicinai per fotografarlo mi sferrò un calcio, ma senza colpirmi. Persi l’equilibrio e caddi, scattando una prima foto, dal basso verso l’alto. Ne scattai altre due, ma la prima rimane la migliore. Per lui era un’offesa essere fotografato durante l’arresto, e per giunta da una donna. Ma era un mascalzone, un assassino, gli piaceva uccidere. Mi sono sempre fatta scrupoli nel fotografare persone arrestate: io libera, loro con le manette. Ma con lui non mi devo scusare.

Internet, smartphone e social media ci inondano di immagini in ogni istante.
LB Così come siamo invasi da pessimi testi, siamo invasi da pessime foto. Per un certo periodo mi addolorava vedere certe immagini. Ma i bravi ci sono, e sono soprattutto donne, preparate e attente. Anche su Facebook. La gente è un po’ ignorante, lo sono i giornalisti, in tema di immagini. Spesso chi dirige i giornali non capisce nulla di fotografia. Ma una fotografia è bella per quello che porta. Se non un messaggio, quantomeno un racconto. Una buona fotografia svela l’autore, chi sta dietro il mirino. Il talento è un’altra cosa rispetto alla tecnica.

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