Economia / Attualità

Le prime 100 aziende d’armi crescono nonostante il Covid-19

Nel 2020 le 100 principali industrie militari hanno venduto armi per un totale di 531 miliardi di dollari, in crescita dell’1,3% rispetto al 2019. “Essendo un comparto fortemente sussidiato e protetto dalle scelte politiche, non stupisce che il fatturato delle industrie militari sia stato in crescita”, commenta Francesco Vignarca della Rete italiana pace e disarmo

© Joel Rivera Camacho, Unsplash

La pandemia da Covid-19 e la crisi economica che ne è seguita hanno solo sfiorato le 100 principali industrie militari: nel 2020 il comparto ha registrato vendite a livello globale per un totale di 531 miliardi di dollari, in crescita dell’1,3% rispetto all’anno precedente. La vendita globale di armamenti è cresciuta persino mentre l’economia globale ha registrato una contrazione del 3,1% durante il primo anno della pandemia. A fornire i dati sul commercio globale di armi è il Sipri (Stockholm international peace research institute) che ha recentemente pubblicato un report in cui analizza i trend di vendita delle “Top 100”, le cento più importanti industrie del comparto militare, i cui fatturati continuano a crescere ininterrottamente da anni.

Rispetto al 2015, infatti, anno in cui Sipri ha inserito le aziende cinesi nella propria analisi, le vendite delle armi prodotte dalle cento principali aziende produttrici ha registrato una crescita del 17%. E il 2020 ha segnato il sesto anno consecutivo di crescita per il comparto. “I colossi dell’industria sono stati in gran parte protetti da una domanda sostenuta, da parte dei governi, di beni e servizi militari”, ha spiegato Alexandra Marksteiner-. In gran parte del mondo, la spesa militare è cresciuta e alcuni governi hanno persino accelerato i pagamenti all’industria delle armi per mitigare l’impatto della crisi del Covid-19″.

“Essendo un comparto fortemente sussidiato e protetto dalle scelte politiche, non stupisce che il fatturato delle industrie militari sia stato in crescita di qualche punto percentuale anche nel 2020 nonostante la flessione del Pil mondiale che ha registrato un calo del 3,1% in un anno -aggiunge Francesco Vignarca, coordinatore campagne per Rete italiana pace e disarmo-. Un dato che conferma, in maniera ancora più esplicita, quello che si poteva desumere anche negli anni precedenti: nel 2019, ad esempio, il Pil globale era cresciuto del 2,8%, ma le vendite delle armi hanno registrato, nello stesso periodo, un balzo in avanti del 6,7%”.

Vignarca, tuttavia, esorta a non focalizzarsi sull’analisi “anno per anno”. Quanto piuttosto a concentrarsi su valutazioni di medio-lungo periodo. In particolare prendendo in considerazione i due decenni del nuovo millennio, iniziato con l’attentato alle Torri Gemelle di New York del 2001 da cui è scaturita la dottrina delle “guerre permanenti” al terrorismo. Con il conseguente moltiplicarsi delle tensioni e delle spese militari: “Il trend è evidente -sottolinea Vignarca- le spese militari mondiali sono cresciute dell’87% trainando il fatturato delle prime 100 industrie militari aumentato del 74%. Un effetto non determinato solo fittiziamente, a causa dell’inclusione delle compagnie cinesi (conteggiate dal Sipri solo dal 2015) se consideriamo che nei cinque anni in cui sono considerate nella lista c’è stata una robusta crescita di ben il 17% nel fatturato complessivo della produzione di armamenti”.

Con 41 aziende presenti nella “Top 100” stilata dal Sipri, gli Stati Uniti si confermano il principale paese produttore di armi: “Complessivamente le vendite dei produttori del Paese ammontano a 285 miliardi di dollari -scrive Sipri- con una crescita dell’1,9% rispetto al 2019. Le imprese statunitensi, complessivamente, pesano per il 54% sul totale delle vendite delle prime cento industrie militari al mondo”. Non a caso, a guidare la classifica stilata dall’istituto di Stoccolma, è proprio un’azienda a stelle e strisce: la Lockheed Martin “di gran lunga la principale azienda militare al mondo, che dal 2009 occupa ininterrottamente il primo posto nella graduatoria Sipri”, si legge nel rapporto. Nel 2020 i ricavi dell’azienda derivati dalla vendita di armi e servizi al comprato militare hanno fatto registrare un totale di 58,2% miliardi di dollari, pari all’11% delle vendite di tutti i “Top 100”.

Anche il secondo e il terzo posto sono occupate da aziende statunitensi: Raytheon Technologies (che nel 2020 ha registrato vendite per 36,8 miliardi) e il colosso aerospaziale Boeing (che nel 2020 ha registrato una leggera contrazione anche nella vendita di armamenti dia 34,1 miliardi di dollari del 2019 ai 32,1 miliardi del 2020). “L’industria statunitense delle armi sta attraversando un’ondata di fusioni e acquisizioni. Per ampliare i loro portafogli di prodotti e ottenere così un vantaggio competitivo nelle gare d’appalto, molte grandi compagnie americane di armi stanno scegliendo di fondersi o acquisire imprese promettenti. Questa tendenza è particolarmente pronunciata nel settore aerospaziale”, ha commentato Marksteiner.

La Cina segue gli Stati Uniti, con vendite stimate per 66,8 miliardi di dollari nel 2020 (+1,5% rispetto al 2019) da parte delle cinque aziende incluse nella “Top 100” di Sipri che complessivamente pesano per il 13% sul totale delle vendite di armi a livello globale. “Negli ultimi anni, le aziende di armi cinesi hanno beneficiato dei programmi di modernizzazione militare del Paese e dell’attenzione alla fusione militare-civile’ -ha commentato Nan Tian, ricercatore senior di Sipri-. Sono diventati alcuni dei più avanzati produttori di tecnologia militare nel mondo”. Al terzo posto si piazza il Regno Unito le cui sette principali aziende produttrici di armi hanno fatto registrare la cifra record di 37,5 miliardi di dollari (+6,2% nel 2019). Due le aziende italiane presenti nella “Top 100” di Sipri. Leonardo si piazza al 13mo posto, con vendite per 11,2 miliardi nel 2020 (in calo del 1,5% rispetto al 2019) mentre Fincantieri ha registrato un aumento delle vendite nel corso del 2020 del 23%.

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