Esteri / Intervista

Le battaglie di Disha Ravi contro il cambiamento climatico

Intervista all’attivista indiana, tra le organizzatrici di Fridays for future India. Nel Paese colpito dal riscaldamento globale, il movimento lavora per far crescere la sensibilità ambientale. Avanzando precise istanze al governo

Tratto da Altreconomia 241 — Ottobre 2021
Disha Ravi, 23 anni, è una delle organizzatrici delle attività di Fridays for future India

Disha Ravi, attivista indiana per la tutela dell’ambiente contro il cambiamento climatico, e la sua famiglia aspettano con una certa preoccupazione la stagione dei monsoni. “Qualche giorno fa ho sentito mia madre parlare con i vicini: tutti si chiedono che cosa succederà se le precipitazioni saranno abbondanti come l’anno scorso”, ci ha detto ai primi di settembre, durante un’intervista su Zoom. “L’anno scorso, anche casa mia è stata allagata. Vivo a Bangalore, nello Stato del Karnataka, nel Sud-Ovest dell’India, le piogge monsoniche qui sono solitamente molto intense. Ma non avevo mai vissuto un’esperienza del genere. L’allagamento è stato la conseguenza della cattiva gestione del sistema di scarico delle acque: il quartiere dove vivo non è particolarmente benestante e non essendoci persone ricche nessuno ha a cuore quest’area. È solo un esempio di come le diverse comunità vengono colpite dalle conseguenze dei cambiamenti climatici”. 

Ravi ha 23 anni e sogna di lavorare come giornalista, per il momento però le sue giornate sono impegnate dall’organizzazione delle attività di Fridays for future India: “Stiamo lavorando a una newsletter sui temi del cambiamento climatico che partirà a breve”, spiega. Rifiuta l’etichetta di fondatrice del movimento, termine che implica l’azione di un singolo “mentre Fridays for future India è il frutto del lavoro di un gruppo: molti di noi già erano attivisti per la tutela dell’ambiente. Quando nel 2019 sono iniziati gli scioperi per il clima, abbiamo deciso di dare vita a un movimento collettivo perché ci siamo resi conto che lavorare insieme sarebbe stato più efficace”.

A febbraio 2021 il nome di questa giovane attivista è rimbalzato sui giornali e sui siti di informazione di tutto il mondo (ne aveva scritto anche il nostro Lorenzo Guadagnucci). La giovane attivista era stata arrestata dalla polizia di Delhi mentre si trovava nella città di Bangalore. La sua colpa: aver condiviso un “toolkit”, un documento già pubblicato su Twitter dalla giovane attivista svedese Greta Thunberg, in cui erano contenute le indicazioni per sostenere gli agricoltori che da tre mesi stavano protestando contro le riforme volute dal governo di Narendra Modi. Le accuse nei confronti di Disha Ravi sono pesantissime: sedizione e cospirazione contro il governo. Dieci giorni dopo un tribunale indiano le ha concesso la libertà su cauzione.

Perché hai deciso di diventare un’attivista per il clima?
DR I miei nonni sono contadini e vivono vicino a Tiptur, una città a 150 chilometri da Bangalore: ogni giorno devono fronteggiare la scarsità di acqua e le conseguenze del cambiamento climatico. Già quando ero piccola li vedevo fare i conti con questi problemi: le piogge sono diventate sempre più scarse e sempre meno prevedibili. Potevano attingere l’acqua dai pozzi, ma la corrente elettrica veniva erogata per poche ore al giorno, soprattutto di notte e c’erano spesso interruzioni. Ancora oggi a casa dei miei nonni tutti i secchi di casa sono sempre pieni e c’è sempre un gran agitarsi per essere sicuri che non ci sia carenza d’acqua. Quando ero piccola non capivo il perché di questa situazione, che cosa stava succedendo, perché purtroppo nelle scuole pubbliche non viene dato molto spazio all’educazione ambientale. Solo crescendo ho potuto informarmi sul cambiamento climatico, le sue conseguenze e il fatto che si tratti di un fenomeno sistemico. Così ha avuto inizio il mio attivismo.

“Quando nel 2019 sono iniziati gli scioperi per il clima abbiamo deciso di dare vita a un movimento collettivo perché ci siamo resi conto che lavorare insieme sarebbe stato più efficace”

In India quanto è diffusa la consapevolezza dell’urgenza di agire per contrastare i cambiamenti climatici?
DR Ci sono i membri delle comunità indigene che comprendono quanto sia importante il tema dei cambiamenti climatici. E anche le persone che si sono informate su internet o la minoranza delle élite che ha avuto la possibilità di frequentare le scuole private e ha ricevuto un’istruzione su questi temi. Ma la maggior parte della popolazione ne sa poco o nulla. E anche se rispetto a due anni fa la situazione è migliorata, ancora non è sufficiente.

Come è organizzato il movimento Fridays for future India e quali sono le vostre richieste alle istituzioni?
DR È un movimento gigantesco: ci sono 70 gruppi attivi in altrettante città sparsi in tutto il Paese. Talvolta è complicato restare in contatto con tutti e il lockdown ha reso tutto più difficile. Per quanto riguarda le richieste, ciascun gruppo si rivolge alle istituzioni dello Stato in cui si trova. Qui nel Karnakata una delle questioni più urgenti è la gestione delle risorse idriche: le falde acquifere nel sottosuolo sono state sfruttate eccessivamente, le poche riserve potrebbero esaurirsi presto. Succede anche qui, a Bangalore. Per questo chiediamo al nostro governo di investire su progetti di risparmio idrico.

Poi ci sono le richieste al governo federale: l’implementazione del piano di azione contro il cambiamento climatico, che non è mai stato messo in atto dopo essere stato approvato. Chiediamo di modificare l’Environment impact assessment: una legge che, per come è stata scritta, indebolisce la valutazione dell’impatto ambientale, togliendo così diritti alle popolazioni locali dando maggiore forza alle corporation. Infine, pensiamo che gli NDCs (Nationally determined contributions, gli obiettivi che ciascun Paese deve presentare per essere in linea con gli Accordi di Parigi, ndr) presentati dall’India per la riduzione delle emissioni di CO2 non siano sufficientemente ambiziosi: si investe ancora moltissimo sul carbone, proprio mentre il mondo lo sta abbandonando.

1.500 Sono le Ong che nel settembre 2021 hanno chiesto il rinvio della Cop26 di Glasgow. Di fronte alla scarsa vaccinazione contro il Covid-19 dei Paesi più poveri, affermano i firmatari dell’appello, la conferenza Onu sul clima non sarà “equa e inclusiva” 

Che cosa ti aspetti dalla Cop26 che si aprirà a Glasgow a ottobre?
DR Penso che sarà una grande occasione di pubbliche relazioni per i leader mondiali e non mi aspetto alcun risultato: i 25 appuntamenti precedenti non hanno portato risultati concreti, ma solo promesse vuote. Che sono ancora molto lontane dal tradursi in realtà ed è drammatico perché ci sono persone che perdono la vita. Questa estate ci sono state violente alluvioni in Germania e non dovrebbe sorprenderci anche se non succede spesso che i Paesi del Nord del mondo vengano colpiti dalle conseguenze dei cambiamenti climatici come avviene invece per i Paesi del Sud del mondo. Se da un lato, di fronte a questi eventi, tante persone stanno iniziando ad aprire gli occhi, penso che molti non abbiano ancora compreso l’urgenza della situazione. E sono molto preoccupata perché l’ultimo report dell’IPCC -il gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite- ci ha avvertito che possiamo contenere l’aumento delle temperature entro i 1,5 gradi, ma solo se vengono messi in atto cambiamenti drastici. E non penso che lo stiamo facendo.

Che impatto ha il cambiamento climatico sulle donne?
DR Ci sono degli aspetti molto noti, ad esempio il fatto che sono le donne a dover garantire l’approvvigionamento di acqua alle famiglie. All’interno di FFF ci sono molte donne e credo che sia dovuto al fatto che hanno toccato con mano questi problemi. Poi ci sono altre situazioni, di cui anche io non sapevo molto: dopo le inondazioni dell’estate nel West Bengala, i giornali hanno denunciato il rischio che le donne -in particolare le più povere- diventino vittima di trafficanti che promettono un lavoro e offrono un piccolo anticipo. Chi perde la casa, ha un immediato bisogno di denaro per trovare una nuova sistemazione, cibo e vestiti. 

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