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Diritti / Intervista

L’attualità del pensiero di padre Paolo Dall’Oglio, a dieci anni esatti dal sequestro

Padre Paolo Dall'Oglio (a sinistra) durante un convegno del 2012 © New America

Per trent’anni il gesuita italiano ha lavorato per costruire e alimentare il dialogo tra musulmani e cristiani in Siria. A dieci anni dal suo rapimento, avvenuto a Raqqa il 29 luglio 2013 per mano dei miliziani del sedicente Stato Islamico, il giornalista Riccardo Cristiano ha scritto un libro per portare nel presente la sua eredità

Sono passati dieci anni dal sequestro di padre Paolo Dall’Oglio avvenuto a Raqqa il 29 luglio 2013. La città siriana, come molte altre in quel periodo, era in aperta rivolta contro il regime di Bashar al Assad ma stava per essere occupata dalle truppe del sedicente Stato islamico che ne avrebbe fatto la propria capitale. Padre Paolo, che era stato espulso dalla Siria nel 2012, aveva fatto ritorno clandestinamente nel Paese e si era diretto verso Raqqa per mediare con i leader jihadisti e chiedere anche notizie di due vescovi rapiti (uno greco-ortodosso, l’altro siriaco-ortodosso). Da quel momento non si sono più avute notizie certe sulla sorte del gesuita italiano, il cui sequestro non è mai stato rivendicato. Nell’ottobre 2022 anche la Procura di Roma, incaricata di indagare sul caso, ha chiesto l’archiviazione.

A dieci anni di distanza il giornalista Riccardo Cristiano (già vaticanista del Giornale Radio Rai e presidente dell’Associazione giornalisti amici di Padre Dall’Oglio) ha ricostruito nel libro “Una mano sola non applaude” (Ancora, 2023) la vita e il pensiero del gesuita romano. Un volume che si apre con un interrogativo: parlarne al presente o al passato? “Farlo al presente può essere una forma di rispetto verso di lui e di quei pochi che non vogliono sentire che si è chiusa una storia senza poterlo affermare con certezza. Mentre farlo al passato può essere l’antefatto del ‘passiamo oltre’ -spiega Cristiano ad Altreconomia-. Ho scelto di parlare di padre Paolo al passato perché non voglio dare impressione di non fare i conti con la realtà: sono passati dieci anni ed è molto difficile immaginare un esito diverso. Questo però va fatto per cercare di portare Paolo Dall’Oglio nel presente, nella storia di oggi. Portarlo nel presente vuol dire fermarsi a riflettere sull’enormità di quello che ha fatto”.

Nato a Roma nel 1954, Paolo Dall’Oglio si era trasferito giovanissimo a Beirut, in Libano, per studiare la lingua araba ma soprattutto “per farsi arabo” -come lui stesso ripeteva- ed è entrato a far parte della chiesa siro-cattolica. Nel 1982 ha scoperto in Siria, nel deserto del Qalamun, il monastero di Mar Musa che ha restaurato e dove ha fondato nel 1991 la propria comunità monastica dedicata all’amicizia islamo-cristiana. Per trent’anni ha lavorato instancabilmente per costruire e alimentare il dialogo tra musulmani e cristiani, in un Paese dove entrambe le comunità erano presenti e fortemente radicate.

“Durante il suo percorso di formazione in Libano negli anni Ottanta padre Paolo ha scelto di ‘farsi arabo’ una caratteristica propria dei gesuiti: l’inculturazione, che vuole fare entrare il cristianesimo nelle altre culture, adattandolo ad esse, non imponendolo come un veicolo di occidentalizzazione -ricorda ancora Riccardo Cristiano-. Questa inculturazione risponde a una chiamata molto precisa: mancano pochi anni alla caduta del Muro di Berlino e Dall’Oglio aveva capito che presto ci sarebbe stato bisogno di un nuovo nemico, che sarebbe stato individuato nell’Islam. Per trent’anni, con il suo apostolato in Siria, ha lavorato proprio per contrastare questa deriva, per evitare che questo scontro -che pure ha radici storiche- diventasse ideologico”.

Forte di questa esperienza umana, intellettuale e spirituale, padre Dall’Oglio ha contrastato tanto i regimi (a partire da quello di Damasco) quanto l’islamofobia serpeggiante tra i cristiani (in Siria come in Europa). Era convinto che la società siriana fosse matura per una democrazia “colorata di Islam così come la nostra è colorata di radici cristiane”. Così quando, nel 2011, i siriani “hanno deciso di abbattere il muro della paura, della sottomissione ad Assad, un’autorità totale, arbitraria e incontestabile, padre Paolo non ha fatto marcia indietro e non li ha abbandonati”, scrive Riccardo Cristiano, perché era convinto che le “Primavere arabe” del 2011 potessero essere un’occasione per costruire “quel Mediterraneo delle cittadinanze che archiviasse l’ideologia dello scontro delle civiltà, delle protezione o dell’invasione”. Solo l’espulsione decretata dal governo di Damasco ed eseguita nel 2012 è riuscita ad allontanare Dall’Oglio dalla Siria, ma solo per poco: nel 2013 infatti il gesuita ha fatto rientro di nascosto per due volte nel Paese. La seconda, con ogni probabilità, gli è stata fatale.

Riccardo Cristiano spiega di “aver visto allontanarsi ogni giorno di più la verità su di lui. E non riusciremo a trovarla fino a quando non vorremo ricostruire la verità sulla tragedia siriana”. Una tragedia in cui un intero popolo vittima di un genocidio che è stato successivamente negato. “Perché abbiamo preferito dare la nostra solidarietà al genocida piuttosto che ai sopravvissuti? -si chiede il giornalista-. Lo abbiamo fatto perché siamo stati sommersi da visioni ideologiche binarie: democratico-antidemocratico, cristiano-musulmano, rifiutandoci di vedere l’umanità nell’altro. Ed è lo stesso che è successo sulla questione dei profughi a partire dal 2015 con le centinaia di migliaia di persone in fuga lungo la rotta balcanica”.

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