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L’accoglienza di chi fugge dall’Ucraina e la necessaria riforma del sistema

Tempi lunghi, complessità burocratiche, il sistema ordinario Sai bloccato e la precedente crisi afghana. Come sta rispondendo il meccanismo di accoglienza istituzionale a fronte della solidarietà della società civile? Intervista a Michele Rossi dello storico ente di tutela e integrazione Ciac di Parma

© Benjamin Marder - Unsplash

“La crisi in Ucraina e il desiderio di accogliere qui le persone in fuga dimostrano ancora una volta che la solidarietà ‘fa spazio’ e che in Italia, se c’è la volontà, si può accogliere, nonostante la retorica”. Michele Rossi è direttore generale del Centro immigrazione asilo e cooperazione onlus (Ciac) di Parma, storico ente di tutela, accoglienza e integrazione della popolazione migrante e rifugiata, e coordinatore nazionale della rete Europasilo. Con il Ciac sta vivendo direttamente l’emergenza ucraina, gli arrivi, le risposte istituzionali e quelle dal basso. All’8 marzo secondo il ministero dell’Interno erano già 21.095 i “cittadini ucraini entrati al momento in Italia”: 10.553 donne, 1.989 uomini e 8.553 minori. Giunti principalmente a Roma, Milano, Napoli e Bologna. Il Ciac di Parma si è detto pronto a fare la propria parte per accogliere chi deciderà di lasciare l’Ucraina e ha chiesto a tutti i parmigiani di dare una mano, perché “per mettere in pratica i progetti sono fondamentali gli appartamenti”.

Michele, che cosa sta succedendo?
MR A Parma e non solo osserviamo arrivi numerosi, una certa paralisi istituzionale e una straordinaria attivazione comunitaria, dell’associazionismo organizzato e della cittadinanza attiva.

Quando parli di paralisi a che cosa fai riferimento?
MR Alla distanza tra norme e procedure concrete e allo scarso coordinamento. Penso al rilascio del tesserino con codice regionale per poter accedere alle prestazioni sanitarie, l’Stp (Straniero temporaneamente presente). Ci sono le linee guida ma non le procedure e abbiamo risolto la questione solo il 7 marzo, a diversi giorni dall’inizio degli arrivi che andavano segnalati al Centro unico di prenotazione (Cup). Prima senza la prescrizione medica non veniva rilasciato. Un altro esempio riguarda le questure: si dice alle persone di presentarsi entro 48 ore dall’arrivo per denunciare la presenza, e non è facile, come non è facile decidere il da farsi rispetto alla protezione.

Che cosa intendi?
MR Alcune delle persone arrivate stanno aspettando prima di intraprendere la procedura ordinaria per la domanda di protezione internazionale perché non vogliono “congelare” il proprio passaporto, dovendosi eventualmente muovere ancora verso la Polonia o l’Ucraina ad esempio per recuperare altri parenti. E rispetto alla protezione temporanea ai sensi della direttiva 2001/55, pur rappresentando un inedito, mancano le procedure. Nel dubbio le questure ci risulta abbiano già rinviato gli appuntamenti per chi doveva rinnovare il permesso di soggiorno, mentre prima ricevevano a sportelli aperti.

Torniamo al tema dell’accesso al sistema sanitario.
MR È un punto importante. Molti degli arrivi che si sono svolti in queste ore, non tutti, hanno riguardato persone che sono riuscite a trovare una sistemazione per via di un contatto stretto con familiari o conoscenti già presenti in Italia, ovvero nuclei stabilizzati. Sono quindi arrivi “autonomi”, difficili da tracciare e complessi nel fargli arrivare le informazioni giuste, l’orientamento necessario, la tutela legale, l’assistenza sanitaria. E aggiungo che le persone arrivano in condizioni fisiche anche buone ma pessime sotto il profilo morale e psicologico. Quindi hanno bisogno di una presenza che li sappia bene orientare e li aiuti a risolvere quelle incombenze che contribuiscono ad aumentare uno stress gravoso che patisce chi fugge da una guerra.

Il sistema di accoglienza istituzionale è in grado di dare questa risposta?
MR Una crisi di questa portata e dimensione mostra le contraddizioni irrisolte del sistema di accoglienza, che non ha saputo e voluto essere ampliato. I centri straordinari prefettizi, eletti a risposta ordinaria dal legislatore, sono saturi e soprattutto non hanno i servizi che servono nei momenti di massimo bisogno, specie per l’utenza dei nuclei familiari, che siano ucraini o afghani o nigeriani. Il Sistema di accoglienza e integrazione (Sai, fu Sprar) continua a mostrare una caratterizzazione etnica, che troviamo sbagliata, e tempi di attivazione lunghissimi, cioè è bloccato. Faccio un esempio: a sette mesi di distanza la grande maggioranza delle persone evacuate dall’Afghanistan sono ancora in strutture emergenziali perché il Sai non è stato messo nelle condizioni di rispondere tempestivamente. I posti dedicati sono tutt’ora pochissimi (solo tremila per cinquemila persone evacuate) e i tempi per affidare i servizi, ripeto, sono lunghissimi.

Sarà un impatto difficile da gestire?
MR Sono preoccupato per i tempi, la complessità burocratico-amministrativa, la volontà e la disponibilità del sistema. Se non reggeva per la situazione limitata e controllata nei numeri all’epoca dell’agosto-settembre 2021, figuriamoci adesso. Per dire, al tempo della crisi afghana avevamo aerei cargo dell’esercito con numeri misurati e previsti già in partenza, non persone che arrivano ovunque e in qualsiasi momento. E questa impreparazione strutturale, voluta, apre anche la porta a situazioni di ricattabilità, con i primi speculatori che già estorcono cifre altissime per gli spostamenti. Invece occorrerebbero garanzie, tempestività, competenze e coordinamento per assicurare una tutela effettiva.

Da oltre vent’anni pratichi l’accoglienza “vera e duratura”, come valuti il picco di solidarietà verso i cittadini ucraini in fuga dopo anni di diffusa diffidenza, rifiuto, paura infondata?
MR Il Ciac nasce dal volontariato quindi queste attivazioni dal basso non ci disturbano e non le giudico male. Credo siano momenti in cui le comunità fanno esperienza e soprattutto superano le storture di questi anni: la solidarietà, che non è mai scontata, fa spazio, i modi per accogliere ci sono. Alle persone, alle associazioni e alle comunità che si stanno muovendo voglio dire solo che c’è una componente più professionale, fatta di tecnici, operatori, enti di tutela, che ora deve dare risposte organizzate, mentre i singoli e i volontari possono e devono riferirsi a queste organizzazioni per non improvvisare, non sostituire servizi che dobbiamo invece reclamare dalle istituzioni, per gli ucraini e non solo. È fondamentale perciò creare clima e relazioni favorevoli affinché le persone si sentano accolte, riconosciute dalle comunità che gli stanno intorno. Ma non facciamo il “ci penso io”, perché si rischia solo di creare confusione e soprattutto tanta dipendenza.

È l’ennesima occasione da non perdere che cade proprio nel ventennale del trasformato sistema Sai/Sprar, istituito nel 2002 con la legge 189.
MR Non la perderemo se ci sarà davvero un dibattito sulla riforma del sistema di accoglienza, che ricordo essere stato istituzionalizzato a partire dal 2001 sull’onda di un’esperienza straordinaria accaduta negli anni Novanta per iniziativa della società civile, laica e religiosa, durante la guerra della ex-Jugoslavia, “La guerra in casa”, per citare il libro di Luca Rastello. All’epoca si aveva in testa una protezione, un’accoglienza e una tutela immerse nella comunità, emancipanti e non segreganti, in famiglia, diffuse. Questa era ed è la forza dello Sprar che non può chiudere, demandando al volontariato o al privato, e soprattutto non può essere sfruttato e abbandonato, come accaduto troppo spesso.

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