Diritti / Attualità

La violenza della polizia in Bosnia ed Erzegovina e i rischi per le persone in transito

Il Consiglio d’Europa censura il governo di Sarajevo: diffusi i maltrattamenti e le violenze da parte delle forze dell’ordine, in alcuni casi “equivalenti alla tortura”. Un problema che riguarda anche i migranti bloccati alle porte dell’Unione europea. Ma i respingimenti dalla Croazia (e non solo) continuano

Sarajevo © Inera Isovic - Unsplash

Maltrattamenti al limite della tortura, metodi di interrogatori obsoleti, spesso violenti, mancanza di minime garanzie procedurali: la Bosnia ed Erzegovina ha un problema con i metodi utilizzati dalla polizia. L’accusa al sistema della giustizia penale bosniaco arriva dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura (Cpt) del Consiglio d’Europa che il 14 settembre 2021 ha reso pubbliche le sue osservazioni, a seguito della visita nel Paese nel giugno 2019. “La gravità dei risultati emersi richiede un’azione decisa da parte delle autorità per promuovere un cambiamento radicale della cultura all’interno della polizia” concludono gli ispettori. Un problema che tocca direttamente anche i diritti delle persone in transito, migranti e richiedenti asilo, bloccate lungo il confine con la Croazia e spesso vittime di abusi da parte delle forze di polizia. 

Durante la visita il Comitato ha ricevuto un considerevole numero di denunce di “maltrattamenti fisici e psicologici” attuati tramite “il falaka (colpi forti sui piedi ndr), lo stupro con manganello, le finte esecuzioni con pistola” con l’obiettivo di far confessare le persone durante gli interrogatori (e non solo). Il report segnala il caso di un uomo che, una volta arrestato, è stato portato in un ufficio del settore della Polizia criminale del cantone di Sarajevo. “Qui è stato sottoposto a una serie di pugni, calci e colpi con una mazza da baseball in varie parti del corpo -testa, schiena e torace- da un gruppo di agenti di polizia che indossavano maschere -si legge nel report-. Successivamente, ha affermato di essere stato spogliato nudo e che gli agenti gli avevano strizzato i testicoli, le orecchie e i capezzoli con un paio di pinze di metallo e, successivamente, gli avevano inflitto colpi alle piante dei piedi con una mazza da baseball. Ha affermato di aver ricevuto diversi colpi alla testa con una canna di pistola e che la punta di un ombrello e violentato con un manganello”. Il giorno successivo, i referti medici hanno confermato le gravi lesioni. È solo una delle numerose denunce raccolte dagli ispettori da ex detenuti e persone condannate ancora presenti nelle carceri di Sarajevo, Mostar e Banja Luka. Alcuni hanno affermato di aver subito abusi psicologici: una donna, detenuta nel penitenziario di Banja Luka, ha affermato che le era stato falsamente detto che “suo marito, co-imputato, sarebbe stato giustiziato. Successivamente, quando non ha fornito le informazioni richieste dagli ispettori, è stata informata che suo marito era stato ucciso”. Due persone accusate di traffico di droga hanno dichiarato che gli agenti della stazione di Dom Policije, sempre a Sarajevo, li avevano minacciati con una pistola in bocca per ottenere informazioni. Anche sotto l’aspetto della garanzia dei diritti procedurali, il Cpt osserva gravi limitazioni per le persone private della libertà nel diritto d’accesso a un avvocato -che resta “ignorato” dai funzionari della polizia- così come quello a un medico che “di fatto è inefficace”.

Alle violenze e alle prassi illegittime si aggiunge l’inadeguatezza del sistema a garantire sistemi di monitoraggio della responsabilità degli agenti coinvolti. “I risultati della visita dimostrano che le indagini sui presunti maltrattamenti da parte della polizia non possono essere considerate efficaci, in quanto non vengono condotte tempestivamente o approfonditamente e non possono nemmeno essere considerate imparziali e indipendenti”. In particolare, il Cpt cita un esempio in particolare: in un caso di maltrattamenti denunciati da parte di un detenuto, il procuratore ha delegato gli atti investigativi ad ispettori di polizia della stessa unità dei presunti autori delle violenze. “Il Comitato invita le autorità della Bosnia ed Erzegovina a istituire organismi di denuncia della polizia completamente indipendenti che dispongano di risorse adeguate e assicurino che le accuse di maltrattamenti da parte della polizia siano indagate in modo efficace” concludono gli ispettori. Oltre a questo, si richiede che il Dipartimento per i diritti delle persone private della libertà, dell’ufficio del difensore civico, sia “dotato del personale necessario e delle risorse finanziarie per condurre visite ai luoghi di privazione della libertà a intervalli frequenti e regolari, per redigere rapporti dettagliati”. 

Il governo bosniaco, nonostante alcune azioni intraprese, come ad esempio la previsione di registrazione audio-video durante gli interrogatori e formazione specifica agli agenti sulla prevenzione della tortura, nella sua risposta formale all’organo del Consiglio d’Europa ha rispedito le accuse al mittente sottolineando come “l’Unità per gli standard professionali dell’amministrazione federale di polizia non ha ricevuto una sola denuncia, né ha alcuna informazione, che i diritti umani delle persone private della loro libertà è stata violata in qualsiasi modo nelle strutture di detenzione, in particolare per quanto riguarda la tortura e altri tipi di abuso”. 

Nonostante il rapporto dell’organo del Consiglio d’Europa non ne faccia menzione -trattando specificamente la condizione delle persone detenute e in attesa di giudizio- il problema “strutturale” riguardante i metodi utilizzati dalla polizia riguarda anche le persone in transito, migranti e richiedenti asilo, confinate alle porte dell’Unione europea. Non una novità per chi resta sul territorio bosniaco, soprattutto nel cantone Una Sana, nel Nord del Paese, e incontra forti difficoltà nell’accesso alla giustizia vivendo nella paura di violenze arbitrarie da parte delle forze dell’ordine. 

Come raccontato dal dossier curato dalla rete RiVolti ai Balcani, da tempo la libertà di movimento delle persone in transito è limitata, al di fuori dei centri di accoglienza, e la criminalizzazione della solidarietà si traduce in gesti quotidiani di discriminazione e ostilità. Soprattutto, il rapporto del Cpt fa riflettere se letto con riguardo ai respingimenti da parte delle autorità croate (e italiane e slovene “a catena”) verso uno Stato incapace di garantire una sistema di giustizia penale efficace e garantista. Solo nel mese di agosto 2021, secondo l’ultimo rapporto del Border violence monitoring network (Bvmn), sono state 138 le persone -di cui almeno 66 di origine afghana- riportate in territorio bosniaco, a cui si aggiungono 21 persone vittime di respingimenti a catena dalla Slovenia. 

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