Diritti / Attualità

La mancata accoglienza in Bosnia ed Erzegovina e il ruolo dell’Unione europea

Il nuovo dossier della rete RiVolti ai Balcani denuncia l’emergenza artificiale nel cantone di Una Sana, punto di transito per i migranti e richiedenti asilo diretti in Europa. Una strategia “scellerata” delle autorità bosniache che è supportata dalle istituzioni europee, come dimostrano i finanziamenti per i campi in cui vengono “sistematicamente violati i diritti delle persone che vi sono confinate”

Una persona migrante del Pakistan si affaccia dall'edificio abbandonato dove vive dopo un respingimento al confine croato. Bihać, Bosnia ed Erzegovina, 2021 © Chiara Fabbro

Mantenere un approccio emergenziale può diventare strategico e fruttuoso in termini economici ed elettorali, soprattutto se coloro che pagano il prezzo più alto sono silenziosi e silenziati. Il preciso quadro delineato dal dossier di denuncia e informazione “Bosnia ed Erzegovina, la mancata accoglienza”, curato dalla rete RiVolti ai Balcani e scaricabile gratuitamente dal sito di Altreconomia, dimostra ancora una volta quanto “preziosi” possano essere le vite dei migranti e richiedenti asilo che percorrono la rotta balcanica. “Quella dei migranti in Bosnia è un’emergenza creata artificialmente -spiega Gianfranco Schiavone dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi)- che ormai perdura da anni. Una strategia scellerata che vede responsabilità delle autorità bosniache ma soprattutto delle istituzioni europee che finanziano la realizzazione di campi in cui vengono sistematicamente violati i diritti delle persone che vi sono confinate”.

Il documento approfondisce la situazione del cantone Una Sana, paradigmatica della “non-gestione” del fenomeno migratorio da parte del governo bosniaco. Fin dal maggio 2018, in particolare due cittadine del cantone, Bihać e Velika Kladuša, sono diventate il crocevia di coloro che tentano di raggiungere l’Unione europea. L’accoglienza, però, da sempre è insufficiente. Il numero dei posti in centri collettivi in tutta la Bosnia è sempre rimasto di alcune migliaia, non superando mai i circa 8mila posti e andando addirittura a diminuire nel corso del tempo.

A inizio 2021 i posti disponibili (in strutture degradate e isolate dal contesto sociale) erano appena 4.760 contro gli 8.282 dell’anno precedente. Un numero ridotto se si pensa che nel mese di maggio 2021, secondo l’ultimo report dell’Alto commissariato delle nazioni unite per i rifugiati (Unhcr), sono stati registrati dalle autorità bosniache 1.937 nuovi migranti e richiedenti asilo, portando il numero totale di arrivi a 5.920 nel 2021 per un totale di 75.333 da gennaio 2018.

Questa “non-gestione” è costata ai fondi europei uno sproposito: in totale sono stati versati 88 milioni di euro dal 2018 al gennaio 2021, con l’aumento di 3,5 milioni di euro dopo l’incendio del campo di Lipa, del 23 dicembre 2020. “Fondi destinati al rafforzamento del sistema d’asilo ma soprattutto per aumentare il controllo delle frontiere e la capacità di gestione dei flussi migratori da parte delle autorità bosniache”, spiega Anna Brambilla, socia Asgi e curatrice del dossier. Una “non-gestione”, in realtà, da parte delle autorità bosniache che coniuga “la concentrazione delle persone in campi fatiscenti e degradati limitando però i posti di accoglienza e favorendo una politica dell’abbandono di chi sceglie o è costretto a vivere in condizioni di informalità”.

L’Organizzazione mondiale per le migrazioni (Oim) e il Servizio Affari Esteri segnalano che nell’inverno 2020/21, a seguito della diminuzione del numero dei posti nei campi e con l’arrivo di nuove persone, il numero di migranti nei boschi, in aree pericolose e edifici abbandonati nel cantone Una Sana è cresciuto notevolmente superando anche le tremila persone. Un numero elevatissimo accompagnato da un “piano della deterrenza” attuato dal governo cantonale bosniaco che si realizza attraverso la criminalizzazione di tutti coloro che vivono in contesti informali e portata avanti attraverso sgomberi, detenzioni arbitrarie, violazioni delle libertà personali, e incitamento ai discorsi d’odio. Il fine di questa strategia è la creazione di un ambiente ostile, precario e pericoloso che, da un lato, renda ancor più dura e difficile la sopravvivenza di chi ha raggiunto il territorio del cantone, scoraggiandolo nel rimanere, e dall’altro disincentivi i nuovi arrivi. “La strategia della deterrenza -spiega Diego Saccora, operatore sociale e curatore del dossier– pian piano va a colpire la cittadinanza che inizialmente forniva supporto alle persone in transito. Con il passare del tempo, la criminalizzazione della solidarietà e una narrazione nociva del fenomeno ha inevitabilmente creato un clima di tensione, un sentimento di pericolo e odio”.

Una strategia della deterrenza attuata anche tramite una politica molto restrittiva sull’applicazione della normativa dell’asilo. In Bosnia ed Erzegovina, nel 2020, su 14.432 manifestazioni di volontà di chiedere protezione, i procedimenti effettivamente avviati sono stati solo l’1,7% del totale (244). A marzo 2021 le domande pendenti risultano essere 237 di cui 109 presentate da persone appartenenti a nuclei familiari. Un trend non distante da quello degli altri Paesi dei Balcani occidentali. “Diversamente da quanto ci si potrebbe aspettare -commentano i ricercatori- i tassi di rigetto delle poche domande presentate sono elevati, nonostante le nazionalità interessate comprendano in larga misura persone con un chiaro bisogno di protezione internazionale”. Il messaggio è chiaro: nei Balcani, soprattutto in Bosnia, nessuno si deve fermare. Anche perché non esiste nessun programma di inclusione pubblico per i rifugiati.

Nonostante una “non-gestione” strategica e fallimentare che porta migliaia di persone a vivere in condizione disumane, l’Unione europea continua sulla “vecchia” strada. Nella tarda primavera del 2021, nel campo di Lipa, sono iniziati i lavori per l’ampliamento del numero di bagni e letti e per la costruzione di opere idriche ed elettriche, con lo scopo di rendere il campo stesso adatto al periodo invernale: l’obiettivo è accogliere mille individui di sesso maschile, di cui 300 riservati a nuclei famigliari e 200 a minori non accompagnati. “Per l’Unione europea, Lipa è diventato un modello da replicare nonostante sia uno strumento di segregazione e confinamento delle persone -spiega Anna Clementi, operatrice sociale-. Il campo è un dispositivo che non ha solo lo scopo di immobilizzare le persone ma anche di controllare il loro movimento e diventare un dispositivo di deterrenza nell’intraprendere il viaggio. Questo ha un impatto psicologico devastante: le persone vivono un tempo sospeso, un’attesa infinita. Il campo non ha un impatto solamente “fisico” ma anche psicologico: si pensi che, oltre ad essere campi di grandi dimensioni con standard di vita estremamente bassi sono lontani da centri abitati e recitanti”.

Sono diverse le raccomandazioni rivolte dalla Rete alle istituzioni coinvolte. Da un lato, abbandonare la strada dell’allestimento di campi di confinamento e transito e “istituendo una progressiva dismissione delle strutture esistenti e strutturare” accompagnata, con la collaborazione delle Ong europee, dalla nascita di progetti di accoglienza ordinaria “il più possibile piccoli e diffusi” e con un occhio di riguardo ai richiedenti asilo che vivono in condizioni di vulnerabilità. La rete si augura, inoltre, un’applicazione della normativa sulla protezione internazionale meno rigida e maggiori programmi di sostegno all’inclusione sociale dei rifugiati. “Serve un cambio di rotta -conclude Schiavone- cessando di finanziare politiche di questo genere. Non è possibile che con soldi dei cittadini europei vengano finanziati campi di questo tipo. In futuro ci chiederemo come è stato possibile realizzare tutto questo. Confinare duecento minori, su un altopiano, lontano dai centri abitati, senza prospettiva. Come è possibile accettare tutto questo?”.

Raccomandazioni urgenti perché, come emerge dal dossier, l’effetto combinato della generale diminuzione di posti nel Cantone, con l’aumento delle situazioni informali potrebbe portare, nella stagione invernale, all’ennesima catastrofe umanitaria. Non sarà, a quel punto, un’emergenza, bensì la conseguenza, prevedibile e ritenuta accettabile, delle scelte politiche delle istituzioni bosniache con la compiacente regia dell’Unione europea.

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