Una voce indipendente su economia, stili di vita, ambiente, cultura
Diritti / Intervista

La verità impossibile sugli studenti di Ayotzinapa

Carlos Martín Beristain, membro del Gruppo interdisciplinare di esperti indipendenti, ha indagato sulla scomparsa di 43 studenti di Ayotzinapa © Casa de América via Flickr

A fine luglio è stato pubblicato il sesto rapporto del gruppo di esperti indipendenti sui 43 giovani vittime di sparizione forzata a Iguala, in Messico. Carlos Martín Beristain, parte del gruppo, denuncia la mancanza di collaborazione da parte dell’esercito e dei militari, che non permettono di raggiungere la piena verità. Lo abbiamo intervistato

A fine luglio 2023 il Gruppo interdisciplinare di esperti indipendenti (Giei) ha pubblicato il suo sesto rapporto sul caso della sparizione forzata dei 43 studenti della Scuola normale rurale “Raúl Isidro” Burgos di Ayotzinapa, ad Iguala, nello Stato messicano di Guerrero. Sono passati quasi dieci anni dalla notte tra il 26 e il 27 settembre 2014. Centinaia di studenti, come era abitudine, si erano mossi alla volta di Città del Messico per partecipare alla manifestazione in ricordo del massacro di Tlatelolco avvenuto il 2 ottobre 1968. Giunti ad Iguala, di solito, occupavano degli autobus per raggiungere gratuitamente la capitale. Ma quella sera le cose andarono diversamente: per le strade della città si svolse un vero e proprio scontro a fuoco in cui diversi agenti di polizia -affiancati da esponenti del crimine organizzato locale- attaccarono i sei autobus su cui viaggiavano gli studenti di Ayotzinapa uccidendone sei e facendone sparire 43.

L’indagine del Giei, che fa parte della Commissione interamericana dei diritti umani, ha permesso non solo di demolire la cosiddetta “verità storica” (la ricostruzione menzognera sullo svolgimento dei fatti diffusa dalla Procura e avvallata dall’ex presidente Enrique Peña Nieto) ma ha anche scoperto le complicità e le responsabilità dello Stato, dell’esercito, delle forze di polizia e della marina nell’attacco ai danni dei giovani di Ayotzinapa. Soprattutto, ha denunciato con forza le mancanze delle istituzioni e i depistaggi compiuti per evitare che si ricostruisse quello che è realmente successo a Iguala nel settembre 2014 e sulla sorte dei 43 scomparsi.

Alla vigilia della sua partenza dal Messico, Carlos Martín Beristain, membro del Gruppo interdisciplinare di esperti indipendenti, ha rilasciato un’intervista ad Altreconomia. Medico spagnolo, è dottore di ricerca in psicologia ed è stato in diverse occasioni esperto di valutazione medica e psicosociale dinanzi alla Corte interamericana dei diritti dell’uomo, ha lavorato come consulente delle vittime in vari casi dinanzi alla Corte penale internazionale. È stato inoltre commissario della “Comisión de esclarecimiento de la verdad” in Colombia e coordinatore del rapporto “Guatemala nunca más”.

Beristain, perché il Giei se ne va dal Messico?
CMB
Perché il 31 luglio è finito il suo mandato (che nel settembre 2022 era stato prorogato di quasi un anno) e perché è impossibile proseguire nella ricerca delle informazioni custodite negli archivi della Marina, dell’Esercito e del servizio di intelligence dello Stato (il Cisen) . I militari sapevano che cosa stava accadendo a Iguala perché c’erano state delle intercettazioni telefoniche durante l’assalto i danni degli studenti: siamo riusciti a trovarne due, anche se parziali. Quando abbiamo chiesto alla Segreteria della difesa nazionale (Sedena) di avere tutti i documenti raccolti dal Centro nacional di inteligencia ci hanno detto che non era possibile perché questa istituzione è stata creata dopo il 2014. Quando abbiamo mostrato i rapporti presenti negli archivi militari ci è stato detto che non sapevano da chi fossero stati fatti e una serie di altre bugie. In questo modo non è possibile lavorare.

Grazie all’attuale presidente del Messico, Andrés Manuel López Obrador abbiamo avuto accesso agli archivi, ma solo a una piccola parte. Ma non abbiamo potuto entrare in possesso di una serie di rapporti di cui conoscevamo non solo l’esistenza ma persino i numeri di archiviazione. Non ci è stato quindi possibile portare avanti la nostra indagine. Sappiamo però che dopo il 28 settembre la Marina ha condotto importanti attività di ricerca, di cui non si sapeva nulla: abbiamo scoperto che hanno effettuato degli arresti, torturato e ucciso almeno due persone.

Che ruolo ha avuto López Obrador?
CMB Con lui abbiamo avuto un buon rapporto. Ha ordinato di aprire gli archivi e questo per noi è stato molto importante, anche per avere contatti di alto livello con i vertici militari. Poi, però i militari hanno detto al presidente che non c’erano altre prove. Noi ci siamo rivolti nuovamente a lui spiegandogli che non era così e che le istituzioni non stavano collaborando. López Obrador sa tutte queste cose, lo abbiamo incontrato ripetutamente per raccontargli quello che avevamo scoperto e per chiedergli nuovo aiuto per accedere agli archivi che ci venivano negati. Purtroppo non abbiamo potuto consultare quei documenti.

Cosa ci dice la vicenda dei giovani di Ayotzinapa sul Messico?
CMB Non stiamo parlando semplicemente di un crimine atroce, della sparizione forzata di 43 giovani, dell’uccisione o del ferimento di diverse persone a Iguala, una città di medie dimensioni e in cui sono presenti due distaccamenti militari oltre alle sedi dei diversi corpi di polizia attivi in Messico. Per noi il rapporto tra forze di polizia, esercito e narcotraffico è una delle motivazioni dell’accaduto: i giovani sono arrivati a Iguala e si sono diretti alla stazione degli autobus. Senza sapere che quel luogo era uno dei punti di riferimento dei gruppi criminali locali e da cui ogni venerdì sera partiva un autobus carico di eroina diretto verso gli Stati Uniti (prevalentemente Chicago). L’attacco agli studenti è avvenuto proprio un venerdì sera.

A nostro avviso, questa vicenda è una radiografia di quello che accade anche in altre zone del Paese dove il legame tra le corporazioni di polizia, lo Stato ed il narcotraffico è forte. Questi legami tra gruppi criminali e parti dello Stato spiegano come sia stato possibile che i giovani di Ayotzinapa non siano stati protetti. Ed è un esempio delle violenze che la popolazione civile è costretta a subire anche in altre parti del Messico.

Perché lo Stato messicano ha deciso di coprire il caso?
CMB Quando noi diciamo che il massacro di Iguala e il sequestro dei 43 studenti è stato possibile per l’implicazione e la partecipazione dello Stato con i gruppi del crimine organizzato ci sembra raccontare quelli che per noi sono problemi strutturali per il Messico. Non è la logica delle mele marce. Non si tratta di un numero limitato di persone che hanno stretto rapporti con i narcotrafficanti. Parliamo invece di reti criminali che esercitano un controllo territoriale su intere regioni, costruito assieme a parte delle forze militari e dello Stato. Solo così possono operare.

In questa vicenda le questioni sono due. Da una parte ci sono gli eventi di Iguala e l’attacco agli autobus su cui viaggiavano gli studenti. Poi c’è tutta l’operazione di omissione della verità, la volontà di coprire la storia e di nascondere il rapporto tra esercito, istituzioni statali e gruppi criminali; al punto che sempre si è cercato di raccontarla come una vicenda locale, attribuendo le responsabilità al sindaco della città e alla sola polizia municipale. Noi ora sappiamo invece che il caso è più ampio e le realtà coinvolte, a diverso titolo, sono molte. A nostro avviso, alla costruzione della cosiddetta “verità storica” hanno partecipato tutte le istituzioni messicane coordinate dalla Procura generale della repubblica con un solo obiettivo: nascondere il ruolo dello Stato.

Pensa che si potrà mai arrivare alla verità e alla giustizia per i fatti di Iguala?
CMB Noi abbiamo portato alla luce verità molto molto importanti. La prima è avere accertato che la cosiddetta “verità storica” è in realtà una bugia e aver riaperto le indagini. Siamo arrivati fino al punto in cui possiamo chiederci che fine hanno fatto i giovani: che è poi la questione centrale, quello che le famiglie dei ragazzi vorrebbero sapere. Proprio per questo vorremmo avere un pieno accesso agli archivi perché probabilmente è lì che si trovano le risposte che possono dare impulso a un’indagine più approfondita per capire dove sono stati portati dopo il sequestro.

Abbiamo recuperato i resti solo di tre di loro, ma manca la ricostruzione -e quindi la verità- su come sono stati uccisi e in generale su quello che è accaduto dopo la detenzione dei 43. Sappiamo molto di quello che è successo nella prima parte della serata del 26 settembre 2014 con l’attacco durato quattro ore e azioni violente in diverse parti della città, ma quasi nulla di quello che è successo nelle ore seguenti. Sappiamo che alcuni giovani sono stati portati in commissariato, altri su strade periferiche, altri ancora sono finiti nelle mani di gruppi criminali.

La verità sul caso Ayotzinapa non riguarda solo quello che è accaduto ad Iguala ma rappresenterebbe una verità per tutto il Messico perché rappresenta un caso emblematico sul funzionamento strutturale della giustizia, sulla mancanza di giustizia, sull’impunità e sui fattori strutturali che devono cambiare nel Paese. La risoluzione di questo caso non sarebbe importante solo per le famiglie dei giovani studenti, ma anche per vedere uno spiraglio nella possibilità di un cambiamento profondo per la situazione di violenza in Messico, dove impunità e complicità di parti dello Stato con i gruppi criminali è centrale.

© riproduzione riservata

Newsletter

Iscriviti alla newsletter di Altreconomia per non perderti le nostre inchieste, le novità editoriali e gli eventi.


© 2024 Altra Economia soc. coop. impresa sociale Tutti i diritti riservati