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Diritti / Opinioni

La pretesa superiorità dell’Occidente è un problema

La nostra incapacità di abbandonare un pensiero coloniale impedisce di dare un senso pieno al termine “umano”. Con gravi conseguenze. La rubrica di Tomaso Montanari

Tratto da Altreconomia 267 — Febbraio 2024
Yoav Gallant oggi è ministro della Difesa di Israele. In qualità di comandante della regione militare meridionale ha pianificato e diretto l’operazione “Piombo Fuso” del 2008-2009 © CC BY-SA 3.0

Il processo di decolonizzazione è solo all’inizio: noi occidentali dovremmo riconoscere che ci sentiamo ancora i padroni del mondo. La totale assenza di un senso del limite nella nostra idea di dominio è la stessa che ci impedisce di arrestare la nostra corsa nel consumo infinito di un Pianeta finito. Perché proprio il senso del limite è forse la chiave di una riflessione sulla critica radicale a un possesso umano del mondo. Della nostra pretesa di essere i padroni, i proprietari della vita, non solo del Pianeta. Gli umani non solo non riescono a spostare il baricentro del proprio dominio sulla Terra, ma nemmeno a non dividersi in sottoinsiemi dell’insieme umano, che sarebbero incomprensibili a un alieno che ci vedesse da fuori.

A un umano, o a un Dio, come scrive Voltaire nella “Preghiera a Dio”, verso la conclusione del “Trattato sulla tolleranza”: “Tu non ci hai donato un cuore per odiarci l’un l’altro, né delle mani per sgozzarci a vicenda; fa’ che noi ci aiutiamo vicendevolmente a sopportare il fardello di una vita penosa e passeggera. Fa’ sì che le piccole differenze tra i vestiti che coprono i nostri deboli corpi, tra tutte le nostre lingue inadeguate, tra tutte le nostre usanze ridicole, tra tutte le nostre leggi imperfette, tra tutte le nostre opinioni insensate, tra tutte le nostre convinzioni così diseguali ai nostri occhi e così uguali davanti a te, insomma che tutte queste piccole sfumature che distinguono gli atomi chiamati ‘uomini’ non siano altrettanti segnali di odio e di persecuzione”.

Una specie che dovrebbe essere unita e lottare per la propria sopravvivenza in un momento drammatico e che invece si divide negando sistematicamente ad alcune proprie parti la qualifica di umano.

Come spiega Rosario Aitala, giudice della Corte penale internazionale, la riduzione retorica del nemico a “non umano” è la classica premessa dei genocidi: “La mala pianta del genocidio germoglia dal seme immondo del razzismo. ‘Non tutto ciò che ha sembianze umane è umano’ è lo slogan che ricorre nel discorso nazista per escludere dall’umanità non solo chi non appartiene alla razza ‘buona’ ma anche chi, dentro quest’ultima, è difettoso come un prodotto mal riuscito, dunque ‘indegno di vivere’”. È l’idea di possedere un punto di vista superiore, che permetta di distinguere tra umani (degni di vivere) e non umani (degni di essere eliminati). Conosciamo la terribile genesi di questa retorica, e sono rimasto impietrito sentendola riproporre il 9 ottobre dal ministro della Difesa isrealiano Yoav Gallant, che ha giustificato la decisione di tagliare acqua, cibo, elettricità e benzina ai civili palestinesi della Striscia di Gaza, affermando: “Stiamo combattendo con animali umani, e agiamo di conseguenza”.

Con ogni evidenza il punto è definire l’umano. E il paradosso (solo apparente) è che per superare l’antropocentrismo, il dominio dell’uomo sul Pianeta dovremmo riuscire a dare un senso pieno alla parola “umano”. In questo momento l’Occidente ancora una volta pretende di avere una superiorità morale e di imporre di fatto una superiorità della razza bianca. Una superiorità della razza bianca ricca. La nostra incapacità di abbandonare il pensiero coloniale è la risposta vera a una domanda che ci colpisce, che colpisce soprattutto i più giovani fra di noi. Perché gli occidentali sono così odiati? Provare a guardarci con gli occhi degli altri potrebbe aiutarci a comprenderlo.

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