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“La pienezza del vuoto”, così il mutualismo affronta i buchi sociali lasciati dallo Stato

Una ricerca promossa dal Gran Sasso science institute, dal Forum disuguaglianze e diversità e dalla Rete dei numeri pari indaga le nuove forme di mutuo supporto attive in Italia e sottolinea la loro efficacia nel contrasto alle disuguaglianze, alla disgregazione sociale e alle mafie. Ma l’attenzione delle istituzioni è scarsa

Giuseppe De Marzo, coordinatore Rete dei numeri pari e Fabrizio Barca, coordinatore Forum disuguaglianze e diversità presentano la ricerca "La pienezza del vuoto" © Rete numeri pari

Efficaci nel contrasto alle disuguaglianze, alla disgregazione sociale, alle mafie. Capaci di generare innovazione sociale con forme organizzative di produzione e servizi fondate su reciprocità, solidarietà, azione collettiva. Non esenti da fragilità, anche a causa della disattenzione della politica pubblica. Sono solo alcuni degli elementi che definiscono le nuove forme di mutuo supporto in Italia emersi dalla ricerca “La pienezza del vuoto”, promossa dal Gran Sasso science institute (Gssi), dal Forum disuguaglianze e diversità e dalla Rete dei numeri pari presentata lunedì 17 ottobre in occasione della della Giornata mondiale di lotta contro la povertà.

Il terreno dell’indagine, nata con l’obiettivo di “rendere visibile una realtà di vaste dimensioni non riconosciuta a livello di sistema”, è costituito proprio dai 336 soggetti che formavano la Rete al momento dell’avvio della ricerca nell’ottobre del 2019 (oggi diventate quasi 500): associazioni, cooperative sociali, movimenti, presidi antimafia, parrocchie e comitati che nel 2017 si sono uniti per continuare con attività nei territori la campagna contro la povertà lanciata quattro anni prima dal Gruppo Abele e da Libera. Un mondo che rappresenta un “pieno” fatto di nuove forme organizzative in grado di rispondere ai bisogni “materiali ed esistenziali” delle persone più colpite dal progressivo aumento delle diseguaglianze e dal susseguirsi di più crisi (finanziaria, climatica, pandemica, bellica), che ha riempito i “vuoti nel sistema del welfare e nell’azione pubblica”. Per Giuseppe De Marzo, coordinatore della Rete dei numeri pari, “questa ricerca è uno strumento straordinario perché l’esperienza che arriva dai territori, studiata e sistematizzata, può essere replicata e diventare un simbolo”.

In particolare, i ricercatori hanno coinvolto un campione di 112 realtà, prima con questionari scritti e successivamente con interviste, ai quali hanno risposto 91 soggetti dislocati su tutto il territorio nazionale (per un totale di 13mila membri) anche se concentrati prevalentemente al Sud Italia e a Roma. I soggetti più numerosi sono le associazioni, pari a 60%, ma non mancano cooperative, sindacati e aziende. Per quasi tutte le realtà coinvolte (il 95%) l’area d’intervento ritenuta prioritaria è la partecipazione.

“Nonostante l’eterogeneità dei soggetti si rispecchi anche nelle risposte, è emersa la necessità comune di chiarire cosa sia oggi il mutualismo”, spiega Margherita Grazioli, ricercatrice del Gssi. Tre le tipologie individuate: “Pratiche mutualistiche tese a soddisfare bisogni fondamentali; realtà che le applicano in modo limitato nel tempo e nello scopo; vere e proprie realtà mutualistiche che in modo continuativo e sistematico puntano a favorire un nuovo modello sociale”. Tra quest’ultime, la fabbrica autogestita RiMaflow di Trezzano sul Naviglio (alle porte di Milano), cha ha fatto del “mutuo supporto il principio organizzatore attraverso cui si raggiunge il beneficio comune”, sintetizza Grazioli, e l’associazione Nonna Roma, tra le più attive nella distribuzione di pacchi alimentari durante la pandemia da Covid-19, che con una “costante opera di socializzazione alla solidarietà” è riuscita a trasformare un gruppo di beneficiari in parte attiva.

Un altro elemento di novità “è relativo al ruolo del mutualismo, inteso non solo come pratica di supplenza dei bisogni non soddisfatti dallo Stato, ma anche come strumento di contenimento della cultura mafiosa”, dice Elisa Sermarini della Rete numeri pari. Da un lato la comprensione del fenomeno mafioso per contrastarlo sul piano culturale -soprattutto nei territori dove è poco riconosciuto- come hanno sottolineato i presidi di Libera attivi al Nord. Dall’altro la capacità di comprimere l’efficacia del “welfare” mafioso con attività di contrasto alla povertà educativa, l’aiuto legale o sindacale, il mutuo supporto nell’accesso a quei servizi di base che altrimenti sarebbe fornito dall’economia mafiosa. Tra gli esempi citati, la fondazione Famiglia di Maria di Napoli, che, oltre alle attività educative per minori, ha costituito una comunità energetica a cui sono collegate una quarantina di famiglie del quartiere di San Giovanni a Teduccio.

Nonostante la rilevanza di queste attività nell’operare in contesti difficili, dalla ricerca emerge un rapporto altalenante con lo Stato: “soddisfacente” quando si tratta di azioni “straordinarie di contrasto alla mafia”, “assente sul piano dell’ascolto e del coinvolgimento nella costruzione di politiche, servizi e infrastrutture”. Lo spunto per la politica pubblica è quindi più “partecipazione reale nei processi decisionali”. Per Fabrizio Barca, coordinatore del Forum disuguaglianze e diversità “in un paese normale una ricerca come questa verrebbe studiata dalle strutture centrali dello Stato”. In quanto al ruolo del mutualismo Barca commenta: “Di fronte al contesto di incertezza che stiamo vivendo ci sono due vie d’uscita: da un lato l’aumento della democrazia costruita sulla fiducia, dall’altro, come sta accadendo, la dinamica autoritaria. E siccome il mutualismo è destabilizzante per l’autoritarismo, questo studio servirà molto a tutti noi”.

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