Economia / Attualità

La mancata transizione delle utility europee dell’energia. “Enel flirta ancora con il gas”

La coalizione Europe beyond coal, di cui fa parte anche ReCommon, smonta le false promesse di decarbonizzazione al 2050 delle grandi società dell’energia che intendono proseguire a bruciare carbone o gas nelle loro centrali. “Enel avrà ancora centrali a gas fossile per più di 25 GW in funzionamento al 2035”

© David Griffiths - Unsplash

Nonostante le promesse di decarbonizzazione, le grandi utility europee dell’energia vogliono continuare a bruciare carbone o gas fossile nelle loro centrali ancora per diversi decenni, rendendo così irraggiungibile l’obiettivo “emissioni zero” entro il 2050 e di mantenere l’aumento medio delle temperature globali entro 1,5 gradi. Lo rivela il rapporto “Limited utility” pubblicato a fine gennaio 2022 dalla coalizione “Europe beyond coal” -di cui fa parte anche l’italiana ReCommon– che ha analizzato i piani di sviluppo di 21 società energetiche europee, tra cui Enel, la francese Engie, la danese Ørsted, la tedesca RWE, mettendoli a confronto con la roadmap dell’Agenzia internazionale per l’energia (Iea) che fissa una serie di traguardi intermedi ben precisi verso l’obiettivo finale “zero emissioni nette” fissato al 2050. Appena nove società su 21 si sono impegnate a un’eliminazione totale del carbone entro il 2030 mentre per quanto riguarda il gas tutte le utility analizzate hanno intenzione di continuare a bruciarlo anche oltre il 2035.

“Se l’Europa vuole fare la sua parte, ovvero abbandonare il carbone entro il 2030 e avere un sistema energetico privo di fonti fossili, basato su energie rinnovabili entro il 2035, le società devono rendere pubblici i loro piani a breve termine per chiudere le centrali a carbone e a gas. Oltre ad aumentare in maniera significativa la produzione di energia da eolico e solare. Tutti i discorsi sugli obiettivi di metà secolo sono solo chiacchiere fino a quando i piani aziendali non individueranno le modalità con cui realizzarli”, ha commentato Kathrin Gutmann, direttrice della campagna Europe beyond coal.

L’agenda della Iea procede per gradi. Il primo prevede la dismissione del carbone entro il 2030 nei Paesi Ue e in quelli dell’Ocse (entro il 2040 per il resto del mondo); il secondo, la decarbonizzazione completa della produzione di energia elettrica entro il 2035, con la chiusura degli impianti a gas fossile. Il terzo, l’aumento della produzione di energia da fonti rinnovabili, che entro il 2030 dovrà raggiungere il 60% del mix energetico del Vecchio continente. A fronte di obiettivi così ambiziosi da tradurre in realtà in un arco di tempo molto breve, la maggior parte delle utility europee è però in grande ritardo. Tra le 16 società che hanno annunciato di voler raggiungere l’obiettivo “emissioni nette zero” entro il 2050, ad esempio, ben cinque hanno in programma di continuare a bruciare carbone anche oltre il 2030: la ceca CEZ (fino al 2033), le tedesche EnBW (fino al 2035), Fortum Uniper (fino al 2038), RWE (fino al 2038) e la polacca PGE (fino al 2049).

Anche la dipendenza dal gas fossile è ancora elevata, nonostante la deadline per la dimissione completa di questo combustibile sia stata fissata dalla Iea appena cinque anni dopo quella prevista per il carbone. Le società prese in esame, infatti, hanno una capacità di gas fossile complessiva pari a 181 GW a livello globale, di cui 118 GW in Europa. “Anche escludendo i progetti per la conversione degli impianti a carbone o la costruzione di nuovi, le società hanno davanti a sé una sfida molto impegnativa per raggiungere la decarbonizzazione dei loro portfolio entro il 2035”, si legge nel report. Solo la danese Ørsted e la britannica Drax group sono sulla strada giusta per raggiungere l’obiettivo “zero emissioni” nella produzione di energia elettrica entro il 2035: entrambe, infatti, hanno annunciato l’obiettivo di chiudere i loro impianti a carbone entro il prossimo anno.

Come se non bastasse, diverse società hanno in programma di investire ulteriormente sul gas costruendo nuove centrali per un totale di 23 GW di nuova capacità entro il 2035. Tra le società che hanno fornito ai ricercatori di “Europe beyond coal” le informazioni richieste quella che aumenterà in maniera più consistente la produzione è la ceca EPH, che ha annunciato quasi 6 GW di nuova produzione. Mentre la francese Engie (che attualmente ha la maggiore capacità installata) non ha fornito informazioni specifiche.

Nell’elenco delle società che continuano a puntare su questo combustibile c’è anche Enel (la seconda più grande utility al mondo per capitalizzazione): la società italiana si è impegnata a uscire dal carbone entro il 2027 e recentemente ha annunciato l’impegno a chiudere le centrali a gas entro il 2040. Eppure -oltre ad avere ancora centrali a gas per più di 25 GW in funzionamento al 2035- intende costruire più di 5 GW di nuove centrali a gas in Italia. Si tratta, denuncia ReCommon, di siti “dove per decenni centrali a carbone hanno inquinato l’ambiente e la salute, da Brindisi a Civitavecchia, da La Spezia a Fusina. Le comunità locali non vogliono nuove centrali a gas ma chiedono bonifiche e un nuovo modello di sviluppo locale autenticamente sostenibile. Nei prossimi tre anni il 5% degli investimenti del gruppo Enel andranno ancora nel fossile”.

“È incomprensibile come Enel, leader europeo nelle rinnovabili, continui a flirtare con il gas fossile, che è tutto tranne che il combustibile adatto a una transizione ecologica degna di questo nome -commenta Antonio Triarico di ReCommon-. Fino al 2019 Enel si rifiutava di dichiarare con precisione quando le singole centrali a carbone avrebbero chiuso. Poi ha capito che, oltre agli slogan sul 2050, per essere credibili bisognava accettare la trasparenza. Ora ci risiamo con il gas fossile, ma l’urgenza climatica non ha bisogno di anni sprecati prima di sapere come Enel chiuderà realmente le sue centrali a gas”.

La forte dipendenza dal gas fossile del sistema energetico italiano è stata alla base dell’aumento delle tariffe per i consumatori registratesi negli ultimi mesi, anche nel comparto elettrico che vede il 40% degli impianti di produzione andare a gas. “In questo inverno di rincari -ha concluso Filippo Taglieri di ReCommon- come non pensare che decisioni strategiche sbagliate imposte dall’alto, come quella di puntare sulle centrali a gas ben più del necessario, ricadono poi sulle bollette di tutti. Quella centrata su vecchie e nuove centrali a gas non può essere definita una transizione giusta”.

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