Ambiente / Reportage

Dopo il carbone, il gas. Lo scenario fossile che agita Monfalcone

I cittadini del Rione Enel, le associazioni e l’amministrazione comunale della città giuliana si oppongono al progetto presentato da A2A al ministero della Transizione ecologica. Una scelta che inciderebbe sul futuro del territorio

Tratto da Altreconomia 239 — Luglio/Agosto 2021
La centrale termoelettrica di Monfalcone vista dal “Rione Enel” © Veronica Rossi

“La mattina, quando apro le finestre, vedere questo mostro che oscura il sole mi rovina la giornata”. Antonella Paoletti indica la ciminiera di un’enorme struttura che sorge appena oltre il suo giardino, a Monfalcone (GO). “In inverno siamo quasi sempre in ombra”, dice. L’edificio in questione è una centrale termoelettrica a carbone gestita da A2A Energiefuture Spa (società interamente posseduta dalla multiutility A2A, i cui principali azionisti sono i Comuni di Milano e Brescia), che interessa un’area di circa 30 ettari e confina con una zona residenziale della città costiera giuliana, il cosiddetto “Rione Enel”. In coerenza con il phase out dal carbone auspicato dal Piano nazionale integrato per l’energia e il clima (Pniec), l’impianto -ora fermo da più di un anno- dovrebbe venir dismesso entro il 2025. I proprietari, tuttavia, hanno un nuovo progetto per lo stesso sito, già al vaglio del ministero della Transizione ecologica per la valutazione d’impatto ambientale (Via): la costruzione di un’altra centrale termoelettrica, questa volta a gas.

“Ci sentiamo vittime di decisioni imposte dall’alto”, sospira Paoletti, che ha sempre vissuto nel quartiere e da bambina, negli anni Sessanta, ha visto sorgere l’impianto. La donna è presidente dell’associazione “Comitato Rione Enel”, nata nel 1985 proprio per far fronte ai problemi causati ai cittadini dalla centrale. In passato i residenti sono riusciti a vincere alcune battaglie e ora sperano di fare lo stesso. “Non abbiamo nessuna intenzione di mollare -continua Paoletti-. Vogliamo difendere noi e i nostri figli da un pericolo che potrebbe compromettere la nostra qualità di vita per i prossimi decenni”. 

La storia della centrale è lunga e travagliata. “Il primo gruppo è entrato in funzione nel 1965, il secondo nel 1970”, spiega Claudio Siniscalchi, presidente dell’associazione ambientalista “Eugenio Rosmann” e socio di Altreconomia. La sua organizzazione è da tempo in prima linea nel contrasto alla centrale e ora, insieme a Legambiente e ad altre realtà del territorio, ha presentato delle osservazioni al ministero contro il piano di transizione verso il gas. “Negli anni Ottanta la situazione è peggiorata a causa dell’aggiunta di due gruppi a olio combustibile -racconta Siniscalchi-. Monfalcone ha subìto una forte contaminazione da metalli pesanti e polveri sottili, oltre, ovviamente, alle emissioni di CO2”. 

Gli abitanti del Rione Enel ricordano bene le conseguenze dell’inquinamento dell’area. “Quando sono venuta ad abitare qui, nel 1976 -dice Oriana Monti, una dei membri del direttivo del comitato- avevo messo dei gerani alle finestre, ma dopo poco ho iniziato a trovare le foglie rovinate”. Dalle auto al bucato, nulla si salvava dall’anidride solforosa nell’aria. Un episodio su tutti, però, ha fatto riflettere la donna: “Un vicino aveva in giardino un laghetto artificiale. Un giorno l’ho visto mentre lo interrava e gliene ho chiesto il motivo. Mi ha detto che le ricadute della centrale avevano ucciso i pesci”. 

“Nel 2013 -continua Siniscalchi- i due gruppi a olio combustibile della centrale sono stati dismessi, ma sono rimasti in funzione i due a carbone, che hanno continuato a esser utilizzati fino a febbraio 2020”. Nel 2019 A2A Energiefuture Spa ha presentato al ministero il progetto di riconversione, un investimento di circa 500 milioni di euro. “L’azienda -precisa Siniscalchi- punta l’attenzione sul fatto che le emissioni di anidride carbonica si ridurrebbero più o meno a un terzo delle attuali, ma le cose non stanno proprio così: visto che la potenza aumenterebbe da 336 a 850 megawatt, la quantità di CO2 rilasciata nell’atmosfera non cambierebbe di molto”.

“Non abbiamo nessuna intenzione di mollare. Vogliamo difendere noi e i nostri figli da un pericolo che potrebbe compromettere la nostra qualità di vita per i prossimi decenni” – Antonella Paoletti

“Appena abbiamo saputo delle intenzioni di A2A abbiamo lanciato una petizione -ricorda Paoletti -. Gli abitanti del rione hanno firmato in larga maggioranza”. La Regione Friuli-Venezia Giulia all’inizio di maggio ha chiesto, in una delibera riguardante un parere collaborativo sulla procedura di valutazione d’impatto ambientale, il rispetto di 13 prescrizioni, tra cui il recupero delle aree che andranno dismesse e un costante monitoraggio ambientale. Poco dopo è stato aperto un tavolo di lavoro per discutere la questione.

Una delle raccomandazioni che la Giunta regionale ha fatto al ministero è quella di tenere in debita considerazione la posizione dell’amministrazione della città, guidata da Anna Maria Cisint. Il Consiglio comunale di Monfalcone ha espresso all’unanimità una ferma opposizione alla riconversione a gas e sta lavorando per contrastare l’opera e proporre destinazioni d’uso alternative per il sito. “Secondo noi -spiega ad Altreconomia la sindaca- l’intero progetto non è che un mero investimento finanziario ai danni dei nostri cittadini, a cui in passato sono già stati chiesti molti sacrifici in nome dello sviluppo industriale”. 

“Secondo noi il progetto non è che un mero investimento finanziario ai danni dei nostri cittadini a cui in passato sono già stati chiesti molti sacrifici” – Anna Maria Cisint

La comunità di Monfalcone e delle zone limitrofe, infatti, è fragile dal punto di vista sanitario. “Sebbene non sia stato confermato un nesso di causalità -spiega l’assessora comunale alla Salute, all’ambiente e alla qualità della vita, Sabina Cauci, docente di biochimica all’Università di Udine- è dimostrato che nell’area della nostra città c’è una maggiore incidenza, rispetto alla media nazionale, di determinati tipi di patologie respiratorie e cardiovascolari, insieme ad alcuni tipi di tumori. Lo stesso eccesso di malattie è stato riscontrato nei dintorni di altre centrali simili, come a Civitavecchia o a Brindisi”. Con la riconversione a gas, riflette l’esperta, non ci sarebbero grandi miglioramenti: “Dalle simulazioni della stessa A2A si evince che le emissioni di PM 2.5 (le particelle di dimensioni inferiori a 2,5 micron, ndr) sarebbero simili alle attuali e quelle di ammoniaca sarebbero addirittura maggiori rispetto ad adesso”. Insomma, la cittadinanza dovrebbe pagare un pesante tributo per un’opera che non è né strategica né necessaria per il sostentamento energetico della Regione. “A Torviscosa, a circa venti chilometri da qui -continua la sindaca Anna Maria Cisint- c’è una centrale a gas di proprietà di Edison, sfruttata al 25% del suo potenziale”. Perché quindi affrontare un investimento così importante se non esiste un effettivo bisogno? La risposta, secondo Matteo Leonardi, co-fondatore, con Luca Bergamaschi, del think tank indipendente su energia e clima ECCO, si può ritrovare nel capacity market. Il meccanismo di approvvigionamento dell’energia elettrica tramite contratti a lungo termine ottenuti attraverso aste competitive, favorisce le centrali a gas -sia quelle esistenti, sia quelle di nuova costruzione- i cui gestori si vedono garantita una cospicua remunerazione per un periodo di 15 anni. In questo modo, però, si continua a sostenere un sistema basato sul fossile (vedi Altreconomia 237 di maggio 2021). “Lo scopo di A2A -osserva Leonardi- è entrare nel mercato della capacità. Senza questa possibilità, il progetto non sarebbe nemmeno nato”.

“Monfalcone è un caso emblematico delle difficoltà sulla strada della giusta transizione. È soffocata da una governance che da ancora priorità al fossile” – Matteo Leonardi

“Un’altra variabile da considerare -rileva poi Siniscalchi- è il fatto che per l’allacciamento al gasdotto servirebbero nuove tubature, che attraverserebbero aree di interesse naturalistico”. Questi stessi condotti dovrebbero servire, secondo A2A, a portare alla centrale idrogeno (miscela) da utilizzare per produrre energia. L’impressione, però, è che si tratti solo di un tentativo di dare una pennellata di verde alla riconversione. “Volevano farci credere che l’impianto sarebbe diventato poi a idrogeno -afferma la sindaca Cisint-, ma la realtà è che la percentuale prevista è del 3,5%. In più, quando abbiamo chiesto la provenienza di questo elemento, non c’è stata risposta”. 

L’amministrazione di Monfalcone ha avanzato un’idea alternativa per l’area della centrale, illustrata dalla prima cittadina il 10 maggio di quest’anno in conferenza stampa. La proposta prevede la costruzione di un complesso di accoglienza per grandi navi, con un punto panoramico e un centro museale dedicato all’energia. La banchina sarebbe elettrificata e verrebbero installati dei pannelli fotovoltaici. 

In alto, una manifestazione di protesta dei cittadini del “Rione Enel” e di Legambiente contro il progetto di riconversione della centrale a carbone di Monfalcone © Archivio Comitato Rione Enel

Una delle motivazioni a favore della centrale, risultata convincente per i sindacati, è legata alla speranza di nuove assunzioni. Le analisi degli esperti, però, dimostrano l’infondatezza di questa proiezione. “Una centrale da 850 megawatt prevede un impiego di 30 persone, rispetto alle 130 dell’attuale centrale a carbone -segnala in una nota il think tank ECCO-. Il progetto del Comune, invece, ha un impatto di oltre 4mila unità, solo ipotizzando lo spostamento del 10% del traffico crociere di Venezia, e senza calcolare le ricadute positive sul turismo”. 

“Sappiamo che la questione dell’occupazione è essenziale -commenta Oriana Monti, residente nel ‘Rione Enel’, il cui figlio si è trasferito lontano da casa proprio per cercare lavoro-, ma crediamo che non debba essere risolta sulla nostra pelle: si possono creare delle occasioni d’impiego anche in maniera compatibile con la vita dei residenti”.  Leonardi di ECCO è dello stesso parere: “Monfalcone è un caso emblematico delle difficoltà sulla strada della giusta transizione: avrebbe buonissime potenzialità per una crescita alternativa, ma è soffocata da una governance che dà ancora priorità al fossile. Non dovrebbe anche la stessa A2A, controllata da enti territoriali, avere a cuore uno sviluppo coerente con la decarbonizzazione e le occasioni di crescita locale, sebbene fuori dagli ambiti geografici della sua proprietà?”.  

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