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Crisi climatica / Approfondimento

La lotta al cambiamento climatico si fa a tavola con nuove abitudini

L’adozione di un regime alimentare bilanciato e a basse emissioni negli Stati Uniti, in Europa e in Cina permetterebbe di dimezzare l’impronta carbonica senza eliminare del tutto la carne. Uno studio del Politecnico di Milano

Tratto da Altreconomia 249 — Giugno 2022

Nel sesto Rapporto di valutazione pubblicato il 4 aprile scorso, l’Intergovernmental panel on climate change (Ipcc) ha ribadito il grande potenziale di azioni individuali ed evoluzioni comportamentali per contrastare il cambiamento climatico. Secondo il documento, l’adozione di una dieta sostenibile e salutare è la misura con più alto potenziale per la riduzione dell’impronta carbonica di ogni individuo. Il settore del cibo è infatti responsabile del 30-35% di tutte le emissioni antropogeniche di gas serra. All’alimentazione sono imputabili quelle dovute a cambiamenti d’uso del suolo (per la produzione agricola, di foraggio e per l’allevamento), oltre a quelle per il trasporto, la trasformazione, la distribuzione e il consumo dei vari alimenti. Non solo nel mondo mangiamo in media sempre di più, ma i dati dicono che si consumano sempre più cibi di derivazione animale. O meglio: sempre più animali che si cibano di altri animali, ovvero ad alto livello trofico. E solitamente maggiore è il livello trofico di un alimento, maggiore è l’impronta carbonica a esso associata.

Oltre che per assumere energia e nutrienti, ci guidano a tavola anche orientamenti culturali e una certa immagine di noi. Il cibo è infatti tradizione e cultura, ma anche argomento di moda che appassiona sempre più persone e che genera un mercato voluminoso: sui media di ogni tipo è diffusa la presenza di produttori, ristoratori, food blogger e cuochi stellati. L’economia del cibo vale circa ottomila miliardi di dollari, pari al 10% dell’economia globale. L’industria di trasformazione del cibo vale dalle due alle cinque volte più della produzione (agricoltura, allevamento e pesca).

Se davvero si vuole operare un cambiamento rapido e su larga scala delle diete individuali occorre promuovere con decisione (compatibilmente con i diversi contesti culturali) l’uso di ingredienti a basso impatto ambientale. Oltre ad essere sana, ogni dieta proposta come alternativa al business as usual (o diet as is) deve essere infatti culturalmente accettabile, cioè compatibile con ingredienti e costumi della regione d’adozione. Pena il suo fallimento.

Per la sostenibilità di una dieta le ricerche mostrano che ciò che si mangia conta di norma molto più rispetto ad altri aspetti comunque importanti, ma corollari, quali la logistica del cibo o il packaging: generalmente, una dieta è tanto più sostenibile quanto più è basata sul consumo di prodotti vegetali. La misura più comunemente adottata per capire se e quanto un’attività umana sia impattante rispetto ai cambiamenti climatici è l’impronta carbonica durante il suo ciclo di vita: un approccio che può essere applicato anche per valutare una dieta. Ci sarebbero altre impronte chiave per valutare l’impatto ambientale delle nostre azioni (come l’impronta ecologica o quella idrica), ma quella di carbonio è quella più direttamente connessa alla mitigazione dei cambiamenti climatici. Dando massima priorità all’impronta carbonica si possono costruire diete più mirate rispetto alla generica indicazione di “ridurre il consumo di carne” per orientarci nel vasto portafoglio di ingredienti nel comparto animale e vegetale. 

In favore dell’accettabilità di una dieta su scala macroregionale, l’ottimizzazione vincolata di scelta dei cibi deve basarsi su elenchi di ingredienti disponibili nel luogo di adozione. Elenchi ricavabili, ad esempio, dal food balance di Faostat, il database statistico della Fao, l’agenzia delle Nazioni Unite per l’alimentazione. I dati nutrizionali di ogni cibo (contenuto calorico, macronutrienti e micronutrienti) si possono invece ottenere da basi di dati del Dipartimento di agricoltura degli Stati Uniti (Usda).

Se si vuole operare un cambiamento rapido e su larga scala delle diete individuali occorre promuovere con decisione l’uso di ingredienti a basso impatto ambientale

Per calcolare se e quanto un cambiamento di dieta sia vantaggioso, occorre innanzitutto conoscere quanto la dieta as is impatti sui cambiamenti climatici a livello globale e in macroregioni di interesse. Abbiamo provato ad analizzarle, stimando l’impronta carbonica annua per persona (in tonnellate di CO2 equivalenti – tCO2eq), la percentuale di questa imputabile al solo consumo di carne e un breve elenco dei cibi fondamentali presenti nella dieta media mondiale, in quelle cinese, europea e statunitense. La “dieta mondiale” è dominata da alcuni alimenti fondamentali quali riso, derivati del grano e altre farine. La carne più diffusa è il pollame, caratterizzato da un’impronta carbonica relativamente limitata se comparato al maiale (prevalente nella dieta cinese) o alla carne bovina (una tCO2eq dell’impatto pro-capite degli Stati Uniti è imputabile solo a quest’ultima). La zona europea è composta di diete variegate, la cui impronta carbonica media annua si aggira intorno alle 1,6 tCO2eq. L’importante consumo di latte e derivati, oltre che carne, è qui mitigato dall’uso di cereali, principalmente derivati del grano (pane e pasta nella dieta mediterranea), i quali hanno un’impronta carbonica pari a metà di quella del riso, a parità di calorie fornite.

Il 30-35% delle emissioni di gas climalteranti prodotte dall’uomo sono legate al cibo. All’alimentazione, infatti, sono imputabili i gas serra dovuti ai cambiamenti di uso del suolo oltre a quelli per il trasporto, la trasformazione e la distribuzione © Jakub Kapusnak / Unsplash

Le diete negli Stati Uniti, in Europa e in Cina hanno impatti climatici decisamente superiori a quelli medi mondiali, anche per ragioni legate alla malnutrizione e alla sicurezza alimentare di altre regioni. Ha quindi senso concentrarsi su queste tre aree del mondo per stabilire le proposte prioritarie di cambiamento del comportamento: dal momento che in queste aree lo scoglio della sicurezza alimentare e altri temi più pressanti legati al cibo sono stati superati, più persone possono concentrarsi sulla sostenibilità della propria dieta offrendo una maggior riduzione dell’impronta carbonica complessiva.

Per proporre diete a basso impatto climalterante abbiamo costruito elenchi di ingredienti e di cibi in ordine decrescente di impronta carbonica. Solitamente l’impronta viene espressa in termini di grammi di CO2 equivalente (gCO2eq) emessa per chilogrammo di prodotto. Per costruire una dieta salutare, però, le unità di misura da prendere in considerazione sono le calorie (kcal) e le quantità di macro e micronutrienti, piuttosto che il peso del cibo. Per ogni regione, abbiamo perciò stilato quattro classifiche di cibi, ordinati per emissioni crescenti sulla base della fornitura di energia, proteine, ferro e vitamina B12. Nel caso la dieta proponga una riduzione consistente della carne, infatti, occorre garantire un giusto apporto di micro e macronutrienti potenzialmente scarsi (come illustra la tabella qui sotto).

I cibi proposti per le diete a basso impatto carbonico vengono scelti in base all’ordinamento, con i vincoli di rispettare il loro ruolo (alimento da colazione, piatto proteico), selezionare solo cibi già diffusi nella dieta as is della regione di interesse e includere comunque i primi cibi e le bevande più popolari nello scenario as is (che in una dieta a basse emissioni di carbonio possono essere proposte in grammatura/volumetria ridotta, ma non annullate). 

L’Italia parte già da una buona base: la dieta mediterranea ha infatti un impatto per persona di 1,4 tCO2eq annue, inferiore alla media europea

Il potenziale di decarbonizzazione delle diete regionali così ottenute (to be) è sorprendentemente elevato ed è pari a circa il 50% di riduzione dell’impronta carbonica. Ma cosa si mangia in queste diete a bassa impronta carbonica? Meno carne (ma un po’ se ne mangia), pesce a basso impatto climalterante e da pesca sostenibile, frutta secca, legumi, cereali. Oltre che verdura, naturalmente, e una prevalenza di grassi vegetali. L’Italia parte già da una buona base: la dieta mediterranea ha infatti un impatto per persona di 1,4 tCO2eq annue, inferiore alla media europea. Modificandola in base ai criteri sopra descritti sarebbe possibile dimezzare le emissioni, riducendole a 0,7 tCO2eq all’anno. La caratterizzano la prevalenza di grano e derivati, pesce a basso livello trofico da pesca sostenibile e il mantenimento di latte e pollame.

Nel nostro studio abbiamo infine provato a sviluppare una possibile dieta modello de-regionalizzata: quanta riduzione di impatto carbonico possiamo ottenere rilassando i vincoli regionali per tendere verso un ottimo globale? La riduzione di emissioni arriverebbe in questo caso al 75%: i tre quarti delle emissioni di ogni individuo legate al cibo sarebbero evitate.

Visto un potenziale così imponente, abbiamo provato a calcolare cosa accadrebbe se, in uno scenario utopico, il 50% delle persone di ciascuna delle tre regioni analizzate (Stati Uniti, Europa e Cina) decidesse di adottare entro il 2030 la dieta to be. Si avrebbe una riduzione delle emissioni di CO2 pari a 2,1 Gigatonnellate di CO2eq ogni anno. Se si considera che per centrare l’obiettivo di contenimento del riscaldamento globale entro 1,5 gradi al 2100 occorre ridurre di circa dieci Gigatonnellate le emissioni annue al 2030, significa che solo cambiando la dieta (in tantissimi, naturalmente, quindi è un sogno), avremmo già fatto un quinto della strada. Semplicemente stando a tavola. 

Giuliano Rancilio è ingegnere energetico, dottorando di ricerca in Ingegneria elettrica al Politecnico di Milano. Renato Casagrandi è professore di Ecologia, coordinatore dei corsi in Ingegneria per l’ambiente e il territorio al Polimi. Per approfondimenti, si veda l’articolo con Davide Gibin e Alessandro Blaco sul Journal of cleaner production.

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