Economia / Opinioni

La lezione del Coronavirus e l’importanza della sanità pubblica

A isolare il virus sono stati i medici dell’ospedale Spallanzani nonostante nel Paese si investa appena lo 0,5% del Pil in ricerca. La rubrica del prof. Paolo Pileri

Tratto da Altreconomia 224 — Marzo 2020
© Pixabay

Il coronavirus, un dramma su cui non c’è da scherzare. Nello sconforto, ecco però arrivare un segnale di speranza: si chiama Spallanzani. Cos’è? È un ospedale pubblico, di quelli finanziati con soldi pubblici, fatto da medici pubblici, infermieri pubblici con tanto di bandiere d’Italia e d’Europa all’ingresso. Di più: è un Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico ovvero un posto dove si fa ricerca, quella roba sulla quale i nostri governi investono meno degli altri in Europa (Italia: 0,5% del Pil 2017; DE: 0,92; F: 0,7; DK: 1,1; Eurostat, 2019) e così i giovani cervelli fuggono via; quella roba che se fai politica dovresti averne bisogno come il sale per capire le cose su cui decidi e non dipendere dalle bizze dei privati; quella roba che non ci promettono mai in campagna elettorale e noi non chiediamo.

Questo maledetto virus può essere l’occasione per parlare di ricerca pubblica? Il governo lo faccia. Spieghi a voce alta che un Paese sicuro non è quello che chiude le frontiere ma quello che triplica i suoi investimenti in ricerca pubblica perché sono i virus quelli da fermare non i senegalesi. Spieghi che il nero da combattere non è l’ivoriano ma chi non emette scontrini e fatture fermando gli investimenti pubblici in ricerca (che gli servirebbero per salvarsi). Dica che è fiero della ricerca pubblica e della sua libertà. A proposito, in questi giorni se guardiamo bene cosa sta succedendo, non vedremo le grandi holding della sanità privata fare a cazzotti per andare a prendere all’aeroporto i nostri connazionali che rientrano da Wuhan. No. Sono stati i nostri medici pubblici con le nostre ambulanze pubbliche che hanno portato i sospetti contagiati ai nostri ospedali pubblici. Teniamo a mente tutto ciò. Ci siamo così abituati a svilire le pubbliche amministrazioni, di cui la ricerca è parte, che non facciamo caso a chi sta prestando i primi soccorsi, quelli più costosi e pericolosi. Carlo Urbani, il medico che morì di SARS nel 2003 perché per primo vi entrò in contatto scoprendola, era un medico pubblico dell’OMS, uomo di Medici Senza Frontiere, collaboratore di fondazioni onlus e ospedali pubblici (Macerata).

5: Eleonora, Concetta, Fabrizio, Antonino e Maria Rosaria hanno isolato il genoma del coronavirus allo Spallanzani. Sono liberi ricercatori pubblici pagati con le tasse di chi le paga. Non dimentichiamolo

Tutto questo lo dico perché la ricerca pubblica va protetta, incoraggiata e aiutata nella sua indipendenza perché il suo fine non potrà mai essere il profitto ma il bene di tutti; perché non si può mai tirare indietro ma stare in prima fila, costi quel che costi; perché non rinuncia a tentare un esperimento anche se costoso e fallimentare al 95%, cosa che un soggetto privato tenderebbe a evitare. Certo, molta ricerca privata è ottima come pure non mancano ombre e sprechi nella ricerca pubblica e nelle università. Ma questo non può bastare a far parlare a vanvera chi sostiene che la migliore cosa da fare è privatizzare la ricerca non rendendosi conto che “il denaro finanzia subito un considerevole sforzo di inibizione: il silenzio. ‘Ti pago, sta zitto’” (Deneault, 2017). Cedere pezzi di funzioni pubbliche ai privati equivale a rinunciare ad avere una propria visione e finire per essere il tappetino di chi in quel momento avrà più soldi per comprarsi i risultati che vuole. La ricerca pubblica è una grande opportunità per difendere la propria sovranità contro gli egoismi del denaro. Se nel pubblico vi sono sofferenze, vanno risolte non vendute. Se il tiranno invisibile della burocrazia ci soffoca, occorre snellire non offendere. In fondo questo perfido virus ci può dare una lezione di cultura politica e di senso civico. Dipende da noi.

Paolo Pileri è ordinario di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano. Il suo ultimo libro è “100 parole per salvare il suolo” (Altreconomia, 2018)

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