Economia / Opinioni

Coronavirus: l’epidemia (e la psicosi) può smontare la globalizzazione

L’interdipendenza tra aree geografiche diverse è la cifra dell’economia contemporanea. Più dei dazi e della Brexit, nel mondo globalizzato e “socializzato”, una psicosi collettiva che paralizza i movimenti del corpo sociale del Pianeta può avviare una recessione e un arretramento, alimentando spiriti “aggressivi”. L’analisi di Alessandro Volpi

© chuttersnap - Unsplash

L’effetto finora più visibile della diffusione del Coronavirus è il brusco rallentamento della circolazione di persone che escono o entrano in Cina. Il primo Paese a bloccare le proprie frontiere ai cittadini cinesi sono stati gli USA, dopo aver frettolosamente chiuso la propria ambasciata e ritirato il personale diplomatico da Pechino. Nel giro di pochissimi giorni, e in piena campagna elettorale per le presidenziali, l’amministrazione Trump ha scelto, ancora una volta, di coltivare la paura e di utilizzare il virus, come ha sostenuto il Segretario al commercio, Wilbur Ross, per “riportare posti di lavoro in America”.

L’ingresso di popolazione cinese è stato sigillato anche dalla Russia, che ha chiuso i varchi terrestri per oltre 14mila chilometri di frontiera, dalla Corea del Nord, da Singapore, pur legatissimo in termini economici all’ex impero, da Macao, la Las Vegas orientale popolata di giocatori e turisti cinesi, e persino dalla “cinese” Hong Kong. Misure restrittive hanno riguardato poi gran parte dell’Europa e del resto del mondo con variegati divieti di sbarco. Uno dei principali motori economici del Pianeta, che ha contribuito a trascinare il Pil mondiale, sta dunque spegnendosi, almeno temporaneamente, per effetto di una quarantena destinata a stravolgere in maniera fulminea il normale funzionamento delle rotte globali.
Ma la Cina, nell’era della globalizzazione, è, come accennato, una componente decisiva delle catene di produzione del valore mondiale; se si ferma, si fermano numerosi circuiti internazionali con conseguenze immediate sul livello dei prezzi di moltissimi beni e servizi. Quale sarà, allora, il destino dell’inflazione di fronte ad una brusca scomparsa dalla carta delle geografie economiche mondiali del Paese che ha funzionato, negli ultimi anni, da calmiere dei prezzi di alcuni beni di largo consumo e al contempo di stimolatore di altri per effetto della propria colossale domanda, a cominciare dall’energia? Quali saranno gli effetti di una evidente affermazione di sconosciute dimensioni “autarchiche” rispetto al potere d’acquisto e agli standard di vita di molteplici Paesi dipendenti da esportazioni e importazioni? Quali margini avranno le ormai decisive politiche monetarie delle banche centrali?

La paura del contagio può frenare la mobilità a livello planetario che ha costituito uno dei dati caratterizzanti degli ultimi vent’anni e ha plasmato il funzionamento non solo di sistemi economici ma di intere strutture sociali con conseguenze davvero imprevedibili. In altre parole l’epidemia e soprattutto il fatto che, per la prima volta nella storia, la sua narrazione sia affidata ai social, con potenzialità di amplificazione distorta pressoché illimitate, possono smontare il principale fondamento dell’economia contemporanea rappresentato dalla interdipendenza tra aree geografiche diverse; può venir meno così un modello in cui la circolazione dei beni e dei servizi è stata considerata indispensabile e il flusso delle persone ha costituito un valore determinante. In maniera paradossale, la paura dell’epidemia sembra destinata a rimuovere anche le distinzioni fra le diverse tipologie di soggetti “migratori”, creando un unico pericoloso nemico, rappresentato da chi si muove.
Ben più dei dazi e della Brexit, nel mondo globalizzato e “socializzato”, una psicosi collettiva che paralizza i movimenti del corpo sociale del Pianeta appare in grado di avviare una pesante recessione e un gigantesco arretramento culturale; le trasformazioni economiche hanno annullato le distanze, ora l’epidemia social crea una brusco immobilismo a cui gran parte dell’umanità non è più preparata. Se una globalizzazione senza movimento di merci e persone è un ossimoro, allora il Coronavirus è molto di più di una malattia. La paralisi della mobilità, provocata dai divieti attuati dai vari Stati prima contro la Cina e in seguito nei confronti di tutti i Paesi maggiormente colpiti dal virus, avrà poi l’ulteriore ricaduta di generare un profondo risentimento diffuso nelle realtà colpite da quei divieti. Sarà inevitabile che l’isolamento venga vissuto come un vero e proprio abbandono nel momento più critico e diverrà un formidabile alimento per aggressivi spiriti di matrice nazionalistica, assai difficili da rimuovere nei linguaggi e nei comportamenti internazionali; l’accusa di essere dei pericolosi untori rivolta a interi popoli rischia di essere davvero troppo pesante da accettare. In questo senso, l’epidemia nell’epoca della globalizzazione può dar origine a un “nuovo Medioevo” in una fase in cui però il mondo non ha più i tempi della storia medievale e ha costruito la propria rappresentazione e la propria sostanza sul movimento e sulla velocità, incontrollabile, delle comunicazioni; un mondo dove sono molto più efficaci e molto più determinanti le psicosi rispetto alla realtà.

Università di Pisa

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