Altre Economie / Opinioni

La giovane resilienza nel “cuore” dell’Italia

Chi investe e lavora per rigenerare le aree interne ha bisogno di sgravi burocratici e sostegno economico. È il momento di sostenerli. La rubrica di Paolo Pileri

Tratto da Altreconomia 248 — Maggio 2022
Il borgo di Corniglia (La Spezia) © Lambert Rellosa, via flickr

La terra è bassa, diceva mia nonna: il lavoro contadino è duro. Pensate quanto è ancor più dura se oltre a essere bassa la terra è pure verticale. È quella che hanno scelto di curare Lorenzo e Giampaolo, 27 e 28 anni, liguri di Corniglia (SP). Durante la pandemia hanno preso braccia, vanga, cesoie e coraggio per sistemare i muretti in pietra e i terreni che i loro nonni avevano strappato alla verticalità con terrazzamenti acrobatici, ma che poi sono stati abbandonati e divorati dai rovi. Se non curati, i suoli liguri finiscono per essere quasi tutti inghiottiti dalle frane, come avvenuto nel 2010 proprio alle Cinque Terre.

I paesaggi fragili hanno bisogno di cure ancor più degli altri. E allora, pietra dopo pietra hanno rimesso a posto 15mila metri quadrati di terre verticali e continuano a cercarne altre, ma solo se abbandonate da almeno 30 anni. Eroismo? Incoscienza? Passione? A loro non manca. Quel che invece li blocca e scoraggia (così come tanti altri) è la burocrazia. Non sono solo i mille permessi che devono ottenere, ma il tempo per ottenerli, il costo, le centinaia di pagine da compilare e inviare, le mail e telefonate con risposte incerte. È più lieve portare pietre. 

Quante esperienze come questa si sono fermate prima? Storie come quella di Corniglia dovrebbero essere catturate da appositi talent scout/facilitatori della presidenza del Consiglio che sbrigano per loro ogni pratica, che spiegano come si fa, che procurano finanziamenti. Marcello che si ostina a tenere in piedi le filiere del parmigiano di montagna. Ilaria che va a vivere a Casina in Appennino emiliano lasciando la città smart. La coppia ventenne che apre una piccola osteria con vigna biologica a Borgomaro, nell’entroterra imperiese. Chi coltiva lavanda sulle sponde del Po. Chi come Ezio a Gravina accompagna i turisti tra i sassi leggendo racconti. O Gloria e Guglielmo che sul lago Maggiore vivono di miele e sperano a breve anche di teatro.

In un solo anno di lavoro due giovani agricoltori hanno riscattato dall’abbandono 15mila metri quadrati di terra “verticale”, strappata all’Appennino con terrazzamenti acrobatici

Loro sono la speranza più genuina che il Paese ha tra le mani. Ma non per farne una storia da trasmettere in tivù in quarta serata. Come è possibile che anche l’Italia più distratta non veda in quei giovani la miglior narrazione sociale e il più autentico riscatto? Pensate se l’esperienza di Lorenzo e Giampaolo avesse contagiato quattromila altri giovani sparsi per l’Italia dell’Appennino: quanto cibo in più potremmo garantire in questo tempo di scarsità? Credo fermamente che le migliori risposte alle crisi siano nelle pieghe delle mosse controintuitive. Credo che la vera resilienza (non quella che il Piano nazionale di ripresa e resilienza s’è appuntata al petto) stia in quegli slanci artigiani. Sono loro i fiammiferi che fanno luce nel buio di un Paese che non vuole cambiare. Se dei giovani decidono di restare nel cuore dell’Italia fragile usando testa e braccia, il Paese deve fargli un monumento. No, anzi il monumento non gli serve, mentre ridurre le imposte, mettere a loro disposizione un numero verde per il disbrigo delle pratiche, garantirgli sconti per le ristrutturazioni, questo sì che gli serve. 

Pensate quanta rigenerazione sociale potremmo ottenere nelle nostre aree interne e fragili se migliaia di questi giovani fossero invitati a rimanerci o a trasferirsi per aprire laboratori, dissodare terre, allevare, coltivare, insegnare, curare, tracciare sentieri, accogliere turisti lenti, ristrutturare case e masserie. Le istituzioni imparino a conoscerli. E facciano delle leggi ad personam: in questo caso si può e si deve. 

Paolo Pileri è ordinario di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano. Il suo ultimo libro è “L’intelligenza del suolo” (Altreconomia, 2022)

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