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Ambiente / Opinioni

La guerra in Ucraina e la nostra “normalità”

© Nasa

Nonostante le emergenze ci ostiniamo a non voler cambiare il nostro stile di vita e ignorare i limiti del nostro modello di sviluppo. La rubrica di Paolo Pileri

Tratto da Altreconomia 247 — Aprile 2022

Una giornata della Terra con una guerra negli occhi è insopportabile: solo dei folli possono dichiararla. Poveri fratelli ucraini: oltre a morte e sofferenza, dovranno subire anche gli effetti distruttivi e senza precedenti che questa guerra lascia a terra. I carri armati distruggono i suoli agricoli, le trincee aprono ferite inguaribili. I proiettili sono armi chimiche che intossicano i campi rendendoli inutilizzabili per decenni o anche secoli (Fao e Itps, 2015) a causa della dispersione di frammenti, polveri pesanti, olii mortali, diossine, materiali radioattivi e tossici a base di rame, piombo, zinco, mercurio e uranio (Vidosavljević, 2013). In Kosovo, fine anni Novanta, gli oltre 30mila proiettili sparati hanno lasciato a terra circa 10,2 tonnellate di uranio impoverito (Certini, 2013). Quale agricoltura si potrà praticare? Di che cosa si nutrirà e come vivrà l’Ucraina domani? 

Non sono domande fuori posto, anche nei giorni in cui piangiamo le vittime del conflitto. Le guerre moderne lasciano a terra cicatrici dolorose che compromettono il diritto di rinascita ai sopravvissuti. Cicatrici che agiranno quando noi saremo con la mente altrove, rientrati nella nostra odiosa normalità. Lo stordimento della normalità ci ha già fregato nella pandemia e ora ritorna. Il nostro governo ha subito reagito alla sciagura ucraina immaginando addirittura di riaprire le centrali a carbone per garantire la normalità. I nostri ministri hanno preso a volare per mezzo mondo alla ricerca di gas e petrolio per assicurarci la normalità.

22 aprile è la Giornata mondiale della Terra. Ma quale Terra e terra? Quella martoriata dalla guerra in Ucraina? C’è poco da festeggiare, ma molto da cambiare. A partire da noi.

Ma possibile che tutto quel che sta accadendo non ci faccia riflettere che siamo noi con la nostra normalità a essere parte del problema? Non siamo forse noi a vivere sulle spalle di popoli oppressi, tifosi di un’idea avida di mercato e fanatici dello sfruttamento di risorse naturali altrui? E non siamo ancora noi a fare affari con oligarchie che non rispettano i basilari diritti civili e dai quali ci facciamo condizionare? Le voci che dovrebbero parlare aiutandoci a cambiare, quelle di chi governa ed è influente, non ammettono di aver sbagliato. Ancora una volta vediamo il nostro stile di vita anormale come normalissimo.

Siamo generosi nell’accogliere i profughi -e questo è bene- ma se poi le mani che oggi danno una minestra calda, domani torneranno a vivere al di sopra delle proprie possibilità, saremo daccapo. Non c’è nessuna centrale a carbone da accendere, c’è piuttosto un sistema iniquo, avido e colonialista da spegnere. Siamo noi che dobbiamo cambiare. Siamo noi a procurare fragilità. Siamo noi che non siamo più capaci di vivere con meno. Troppa energia, troppo cibo, troppo lusso, troppe comodità, troppi affari sporchi. Dobbiamo smetterla di sprecare, di permetterci la frutta fuori stagione se ad altri manca il pane, di usare energia per avere 24 gradi in casa mentre altri vanno a letto col cappotto. Dobbiamo fare spazio al pensiero ecologico e alla cultura del limite.

Tra le tante cose, anche questa guerra prova a dirci che essere costruttori di pace oggi significa spegnere la luce prima di pensare alle energie alternative; muoversi meno prima di pensare a Suv elettrici; mangiare meno prima di fare incetta del grano altrui; recuperare gli edifici prima di farne di nuovi; andare a piedi e in bici e non in auto. La pace è il bene più prezioso, ma non viene da sé, né nei modi che abbiamo pensato fino a oggi. Men che meno armando i popoli. Viene con un altro modo di abitare la Terra. Ancora una volta, dipende da noi. 

Paolo Pileri è ordinario di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano. Il suo ultimo libro è “L’intelligenza del suolo” (Altreconomia, 2022)

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