Crisi climatica / Opinioni

Demolire San Siro vuol dire ferire gravemente il clima

Ecco il “conto” dell’abbattimento dello stadio di Milano. Non basta una manciata di verde, è necessario cambiare idea di città. La rubrica di Paolo Pileri

Tratto da Altreconomia 246 — Marzo 2022
Lo stadio di San Siro a Milano © Wikipedia

A Milano vogliono abbattere lo stadio San Siro e farne uno nuovo. A prescindere dal bisogno (di cui dubito), da chi paga, da Inter e Milan, dai rendering super green, proviamo a guardare la cosa diversamente. La produzione di materiali da costruzione come il cemento armato (per brevità diremo cemento) richiede un dispendio energetico e quindi un’emissione di CO2 equivalente (CO2e): a un metro cubo di cemento corrispondono circa 500 chilogrammi di CO2e. Ogni ciclo costruttivo emette CO2e per materiali, trasporto, smaltimento, messa in opera. Quindi per demolire e ricostruire un edificio, dovremmo conteggiare la CO2e emessa per la prima costruzione, poi quella per la demolizione e infine quella per la seconda costruzione.

Attingendo da alcune fonti scientifiche (Inventory of carbon&energy, Università di Bath) e con l’aiuto di qualche esperto ho provato a fare due conti che vi chiedo di seguire con pazienza. A suo tempo, per realizzare i 150mila metri cubi di cemento dello stadio sono state emesse circa 75mila tonCO2e. Se il prossimo verrà costruito con la stessa volumetria, verranno emesse altre 75mila tonCO2e. Per demolire San Siro serve energia e quindi altre emissioni, ipotizzate pari al 10% di quella prodotta per la costruzione, quindi altre 7.500 tonCO2e. Le macerie di San Siro dovranno essere smaltite e servono più o meno 23.400 viaggi di camion da 16ton/ciascuno con percorrenza di 80 chilometri: altre 9.500 tonCO2e circa saranno emesse.

Sono 210.500 le tonnellate di CO2e che si potrebbero emettere per la demolizione/ricostruzione dello stadio San Siro. Servono più di 210 ettari di aree urbane da trasformare a bosco per compensare. Ha senso?

Le lavorazioni per il nuovo stadio emetteranno CO2e, che ipotizziamo ancora pari al 10% della produzione del cemento: quindi altre 7.500 tonCO2e. Occorreranno poi altri camion e altri viaggi per portare il nuovo cemento (ma da più lontano: 150 chilometri). Ipotizziamo lo stesso numero di viaggi fatti per smaltire le macerie: si aggiungono altre 18mila tonCO2e (ricordiamoci però anche i viaggi che furono necessari per portare il cemento quando si fece San Siro: quindi altre 18mila tonCO2e al conto).

Sommando tutte le emissioni ipotizzate fin qui, sono 210.500 le tonnellate di CO2e emesse, solo per il cemento armato. Senza demolire San Siro si eviterebbero emissioni per 117.500 tonCO2e. E tutto questo senza conteggiare le tonCO2e per le travi in acciaio, gli arredi, gli impianti, le pavimentazioni, i piazzali. Qualcuno, però, potrebbe far notare che il nuovo progetto prevede del verde che compenserà le emissioni ma questo è assai improbabile perché gli 11 ettari a verde (ipotizzando 1.000 alberi/ettaro: tanti) potranno presumibilmente assorbire il 5% circa delle emissioni del solo cemento armato: poca cosa. Per assorbire le 210.500 tonCO2e bisognerebbe usare il 74% di tutte le piante del progetto ForestaMI che Milano sta portando avanti da quattro anni, con fatica, per tutto il territorio della città metropolitana (in quattro anni si è arrivati a 284mila nuove piante). E comunque ForestaMI è destinato ad altre ambizioni di mitigazione climatica, se lo si usasse per lo stadio qualcos’altro rimarrebbe fuori.

È la storia della coperta corta: se la tiri da una parte, scopri l’altra. Pur essendo incompleti e perfettibili, calcoli del genere mettono a nudo la fattibilità di alcuni progetti urbani davanti alla crisi climatica. Il calcolo delle emissioni incorporate in materiali e lavorazioni sono oggi ineludibili e tutti i Comuni dovrebbero farle sia che si tratti di un box sia di uno stadio. E molti, saggiamente, farebbero bene a rinunciare a certe opere sbilanciate dal punto di vista climatico: non possiamo più permettercele. Teniamoci ben stretto San Siro.

Paolo Pileri è ordinario di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano. Il suo ultimo libro per Altreconomia è “100 parole per salvare il suolo”

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