Diritti / Opinioni

La Francia ha smarrito la democrazia

Dopo gli attentati del novembre 2015, il governo ha optato per una sospensione di alcuni diritti fondamentali. Uno “Stato di sicurezza” può dare assuefazione?
“Distratti dalla libertà”, la rubrica di Lorenzo Guadagnucci

Tratto da Altreconomia 189 — Gennaio 2017
Il presidente francese François Hollande in tv: proclema lo Stato d'emergenza dopo gli attentati del novembre 2015
Il presidente francese François Hollande in tv: proclema lo Stato d'emergenza dopo gli attentati del novembre 2015

La Francia è da tempo un laboratorio aperto dove si sperimenta una nuova forma di democrazia, uno Stato di diritto adattato all’epoca del terrorismo jihadista. Dopo le stragi del novembre 2015, è cominciata formalmente l’era dell’état d’urgence, Stato d’emergenza, con tanto di sospensione della Convenzione europea per i diritti umani. Si è promesso più sicurezza in cambio di meno diritti, secondo una formula sempreverde.
Ma lo Stato d’emergenza serve davvero? E che conseguenze produce? Domande lecite e delicate, alle quali ha cominciato a rispondere la Commissione parlamentare incaricata di vigilare sull’applicazione delle leggi speciali introdotte oltre un anno fa. Il primo rapporto, consegnato all’inizio del mese di dicembre, mentre il presidente Hollande chiedeva al Parlamento di prolungare lo Stato d’eccezione fino al 15 luglio 2017, contiene informazioni importanti  e una valutazione d’insieme significativa, ossia ciò che i parlamentari chiamano “routinisation” dell’état d’urgence. Le misure straordinarie pensate per contrastare il terrorismo jihadista vengono cioè utilizzate nell’insieme delle attività di polizia. Ciò che doveva essere un’eccezione -una perquisizione disposta dal prefetto, l’assegnazione al soggiorno obbligato senza pronunciamento di un giudice e così via- diventa una prassi quotidiana.

141. Sono le pagine del Rapporto della commissione parlamentare d’inchiesta sullo stato d’emergenza dichiarato il 13 novembre 2015. Che è disponibile online a questo link

Il rapporto sostiene che le misure straordinarie sono state utilizzate contro sospetti di jihadismo solo nei giorni immediatamente seguenti gli attentati: delle 4.200 “perquisizioni amministrative” eseguite nell’ultimo anno, ben 890 risalgono alla prima settimana successiva agli attacchi di Parigi del 13 novembre 2015, e già il 30 novembre si era oltre quota 2mila. Idem per gli obblighi di soggiorno. Altra informazione preziosa: ben poche delle perquisizioni hanno portato a procedimenti penali (appena 61) contro presunti jihadisti o fiancheggiatori. All’estremo opposto, 47 persone sono sottoposte all’obbligo di soggiorno da più di un anno senza alcuna imputazione e in assenza di un termine di scadenza. I parlamentari spiegano che le misure speciali -in particolare le perquisizioni- sono state utili soprattutto in termini di “guerra psicologica”, perché hanno messo sotto pressione ambienti sociali nei quali i jihadisti potrebbero trovare sostegno e rifugio. È un risultato sufficiente a giustificare la sospensione di garanzie fondamentali?

La “routinizzazione” dell’emergenza riguarda anche la facoltà di vietare riunioni e manifestazioni pubbliche, utilizzata ampiamente (come il divieto di soggiorno) durante le proteste popolari contro la nuova legge sul lavoro e in occasione della Conferenza internazionale sui cambiamenti climatici, la Cop21 di Parigi del dicembre 2015. Lo Stato d’eccezione, secondo le norme francesi, vale per qualsivoglia fattispecie e quindi i divieti e i fermi preventivi sono legali, ma in simili condizioni di che democrazia stiamo parlando? La verità è che l’état d’urgence rischia di diventare permanente anche in virtù di una forma di assuefazione che porta i più a minimizzare i costi -cioè meno democrazia e meno diritti- pagati in prima battuta da fasce sociali sospettate d’intelligenza col jihadismo e da attivisti sociali e politici in lotta contro scelte compiute dalle élite di governo. Così lo “Stato di sicurezza” sta prendendo il posto dello Stato di diritto e la campagna elettorale per le presidenziali di aprile non potrà che aggravare le cose: Parigi rischia di fare scuola.

Lorenzo Guadagnucci è un giornalista del “Quotidiano Nazionale”. Per Altreconomia ha scritto, tra gli altri, i libri “Noi della Diaz” e “Parole sporche”

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