Ambiente

La foresta scomparsa interroga Rio+20

In vista del vertice Onu sul clima, due relatori delle Nazioni Unite portano l’attenzione sul tema delle piantagioni di palma da olio. In Indonesia, ad esempio, il land grabbing finalizzato allo sfruttamento industriale delle foreste sta riducendo sensibilmente la superficie della foresta tropicale

Si è depresso anche Ban-Ki Moon, il segretario generale delle Nazioni Unite. "Sono molto sconcertato dai negoziati, non si stanno muovendo abbastanza" ha dichiarato la scorsa settimana davanti alla bassa ambizione dei Governi davanti alla complessa agenda di Rio+20.
Welcome back, Mr Ban-Ki Moon. A volte i bagni di realtà permettono di lavorare meglio. Ma certo è che la nuova sessione negoziale che si apre in questi giorni a New York (fino ai primi di giugno), non prevista nel percorso, ma decisa davanti alla lentezza esasperante del confronto, è indice di quello che sta accadendo sui tavoli "formali-informali" delle Nazioni Unite.
Che cosa sia in ballo ce lo hanno ricordato poco più di una settimana fa Olivier de Schutter e James Anaya, rispettivamente Rapporteur speciale Onu sul diritto all’alimentazione e Rapporteur speciale Onu sui diritti delle popolazioni indigene, che hanno puntato il dito sulle grandi imprese e sulle loro politiche di accaparramento delle terre.
In Indonesia, ad esempio, lo sviluppo dei biocarburanti potrebbe mettere in crisi oltre 50mila persone, che vedranno le loro coltivazioni locali e parte della foresta vergine scomparire a vantaggio di monocolture da esportazione. Nutrire le nostre auto ecologiche ridurrà alla fame migliaia di persone, è questo il paradosso di una green economy che continua a guardare allo sviluppo economico di pochi, senza pensare alla necessità di regole vincolanti per le imprese.
Recentemente il ministero dell’Agricoltura indonesiano ha dichiarato che uno degli obiettivi principali è quello di aumentare la produzione di biocarburanti da palma da olio del 73% entro il 2020. In una cornice in cui il Governo sta rivedendo le normative che imponevano alle imprese che coltivano palme da olio di salvaguardare il 20% della terra per i produttori locali.
Le pressioni delle grandi imprese sull’Indonesia sono così pesanti che è persino intervenuto il ministro dell’Ambiente norvegese, Bard Vegar Solhjell, dichiarando che gli impegni del governo indonesiano per salvaguardare la foresta tropicale sono sottostimati ed insufficienti.
La Norvegia sta finanziando un programma da un miliardo di dollari per la tutela della foresta tropicale, nell’ambito dell’iniziativa REDD+ (Reducing Emission from Deforestation and Forest Degradation). L’Indonesia, a dire il vero, chiederebbe 500 milioni all’anno, per diversi anni. Tutto ciò che il governo norvegese ha ottenuto fino ad ora è una moratoria sulla concessione di nuovi tagli nella foresta primaria.
Tutto questo mentre nei prossimi giorni i Governi del mondo cercheranno di trovare una quadra nella bozza di documento finale, lievitato (il processo di "mushrooming" come amano dire gli americani) fino ad oltre 200 pagine. Fino ad oggi di quadre si sono viste solo le parentesi, che riempono il testo negoziale a significare il mancato accordo su molti punti.
Ma una maggiore ambizione è d’obbligo. Soprattutto se, a fianco del sito ufficiale di Rio+20, si dà un’occhiata alla nuova applicazione per Google Earth (maps.eyesontheforest.or.id) che, grazie ad un progetto del Wwf e di alcune Ong indonesiane, permette di seguire il progressivo sbancamento della foresta tropicale in Indonesia.

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