Diritti / Approfondimento

La falsa retorica della Tunisia come Paese sicuro e i diritti violati di chi raggiunge l’Italia

Rimpatri veloci e controllo delle frontiere: l’Unione europea continua a sperimentare le sue politiche migratorie sul territorio tunisino dimenticandosi il diritto d’asilo. L’Asgi ha promosso a Torino un convegno per andare “alla ricerca della libertà”

© United nation photo - Rifugiati dalla Libia in coda per il cibo nel campo di transito in Tunisia

Controllo delle frontiere esterne e riammissioni veloci dei cosiddetti irregolari grazie alla “fragile” definizione della classificazione di Paese sicuro: la Tunisia continua a essere un “laboratorio” in cui le istituzioni europee sperimentano l’esternalizzazione delle frontiere, al di là del Mediterraneo, nell’unico Paese formalmente democratico del Maghreb. “Per l’Unione europea è un Paese strategico: abbastanza stabile da poterlo classificare come ‘sicuro’ e stringerci accordi ma dall’altro non così forte da rendersi indipendente dalle ‘violenze’ che gli Stati europei gli impongono -spiega Martina Costa membro di Avocats Sans Frontières-. Vorrei chiedere alle autorità tunisine, chi beneficia dell’attuale gestione del fenomeno migratorio?”. Una domanda a cui si è ampiamente data risposta lo scorso 14 dicembre 2021 al cineteatro Baretti di Torino in occasione del convegno “Da Tunisi a Torino, alla ricerca della libertà” organizzato dall’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) in collaborazione con l’associazione Mosaico e lo studio legale Kriol.

Da un lato c’è il supporto del controllo delle frontiere esterne di cui avevamo parlato anche su Altreconomia: l’ultimo accordo informale tra il governo di Tunisi e Roma prevedeva un finanziamento di 8 milioni di euro per la riparazione di motovedette della Guardia costiera tunisina. Gli effetti della collaborazione sono evidenti. “Nei primi dieci mesi di quest’anno sono state intercettate 22mila persone in mare, il doppio rispetto a quelle del 2020 (11.900) -continua Costa-. Un aumento esponenziale che non è proporzionale all’incremento degli arrivi sulle coste italiane: 12mila l’anno scorso contro i 14mila del 2021”. Un sistema che, tra l’altro, non ferma i flussi. In Tunisia le persone che vengono respinte non vengono incriminate -nonostante una legge preveda un periodo di detenzione- ma trattenute per qualche ora nei commissariati di polizia. In pochissimo tempo sono così pronte a ripartire: così spesso capita che chi arriva in Italia abbia già tentato la traversata più volte.

Sul territorio italiano invece, un intero sistema è pensato per velocizzare la valutazione delle domande di protezione dei cittadini tunisini. Il 7 ottobre 2019, in attuazione della direttiva europea numero 32 del 2013, l’Italia ha adottato un elenco di 13 Stati nei quali si presume sia garantito il rispetto dei diritti fondamentali delle persone. Tra questi c’è anche la Tunisia. “Una classificazione che ha prodotto effetti eclatanti. Non solo i tunisini sono pre-valutati ma addirittura non viene fatta un’informativa legale adeguata. Vengono etichettati come coloro che ‘abusano’ del diritto di chiedere l’asilo”, sottolinea Costa. La Tunisia, però, oggi non è un Paese sicuro.

“È piombata in una crisi sociale ed economica -spiega Samia Ben Amor, mediatrice culturale di origine tunisina-. Gli investimenti sono crollati, il tasso di disoccupazione giovanile è al 35%. Chi si laurea non riesce a trovare lavoro e questo spiega il movimento verso l’Europa. Il turismo è fermo anche perché manca la sicurezza per tutti, locali e stranieri: le violenze della polizia sono note”. È lo scotto di una rivoluzione, quella del 2011, che ha dato vita alla democrazia e alla Costituzione del 2014 ma svelato le fragilità della società tunisina. Dopo che il 25 luglio 2021 il presidente Kais Saied ha sciolto il governo e congelato il Parlamento, il Paese si trova nuovamente sull’orlo di una dittatura.

“Da un regime totalitario non è possibile che la democrazia risolva tutto -spiega il parlamentare tunisino Majdi Karbai-. Non siamo arrivati a questo punto solo per colpa nostra. Molte forze internazionali ci hanno lasciati da soli. Oggi è quello che non riesce a capire l’Europa”. Un’Europa che, invece, vuole trasformare la Tunisia in hub per i rimpatri anche degli “irregolari” provenienti dall’Africa sub-sahariana. Lo prevede il Patto per la migrazione e l’asilo adottato dalla Commissione europea nel settembre 2020 che individua nel territorio tunisino il luogo perfetto da trasformare nella frontiera esterna sull’altra sponda del Mediterraneo. Con lo “zampino” di Frontex, l’Agenzia che sorveglia le frontiere esterne europee. “Fino ad oggi non c’è convenzione o collaborazione diretta con l’Agenzia -spiega Karbai- ma le istituzioni europee vogliono che Frontex apra delle sale operative nel nostro Paese, con l’accesso al sistema di sicurezza. Più tutto è nelle mani del presidente, più ci sarà censura e meno possibilità di controllo dell’attività di governo. Succederà tutto sottobanco, come con l’Italia”.

In occasione dell’adozione della lista dei Paesi sicuri, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio aveva esultato dichiarando che le tempistiche si sarebbero ridotte “da due anni a quattro mesi”. Gli auspici del ministro sono andati oltre le aspettative. “Di fatto oggi il diritto d’asilo dei cittadini tunisini è negato -spiega l’avvocata Barbara Spinelli di Asgi-. Gli operatori di frontiera si sentono autorizzati a non fare l’informativa legale. Una volta arrivati nei centri d’accoglienza non hanno il tempo per creare una relazione di empatia con gli operatori e per raccontare se hanno subito stupri, torture. È tutto troppo rapido”.

Quella dei migranti “economici” è una scorciatoia che viola il diritto d’asilo. “Il punto è che anche se una persona ci racconta che è venuta in Italia a lavorare e si ‘auto-definisce’ migrante economico bisogna ascoltare la sua storia -continua l’avvocata-. Chi è venuto qua perché il padre era un dipendente pubblico e con 300 dinari doveva accudire quattro figli in un Paese in cui i beni di prima necessità hanno visto un aumento vertiginoso dei prezzi, perché non dovrebbe avere diritto a qualche forma di protezione?”. Proprio la rapidità nega anche una più approfondita valutazione dei singoli casi. “In caso di rigetto della domanda d’asilo spesso la sospensiva del giudice che permetterebbe al cittadino straniero di restare in Italia fino alla sentenza del tribunale arriva dopo che l’espulsione è già avvenuta” spiega Spinelli. Non a caso sull’asse Tunisi-Torino (e non solo) gli avvocati stanno intensificando la collaborazione per far sì che chi viene rimpatriato abbia la possibilità di impugnare le decisioni degli organi italiani e dimostrare che la sua storia “merita” protezione. Il numero di persone rimpatriate tramite charter verso la Tunisia è la maggioranza rispetto al totale: il 92% nel 2020 e l’82% nei primi otto mesi del 2021.

Senza un ascolto reale e con “l’etichetta” del migrante economico cucita addosso, migliaia di cittadini tunisini entrano così nel “buio” della procedura di rimpatrio. Il 28 novembre 2021 Abdel Latif, 26 anni, originario della Tunisia è morto dopo una prolungata contenzione nelle stanze del Servizio psichiatrico di diagnosi e cura (Spdc) del Policlinico San Camillo. Era rimasto dieci giorni sulla nave-quarantena Gnv davanti ad Augusta prima di essere trasferito nel Cpr di Ponte Galeria il 13 ottobre. I genitori dichiarano che non aveva mai avuto problemi psichici. “Da terroristi siamo diventati psichiatrici”, commenta sarcastico Karbai. I Cpr restano luoghi bui in cui anche le procedure “istituzionali” spesso non funzionano. “È un lavoro frustrante -spiega la Garante delle persone private della libertà personale del Comune di Torino, Monica Cristina Gallo-. In caso di presunti minori, non riusciamo neanche a capire se la procedura di accertamento dell’età è stata attivata che vengono già rimpatriati. Ci manca spesso il tempo per una presa in carico adeguata”. Nel 2021 il 54% delle persone transitate nei Cpr è di origine tunisina.

I charter in direzione di Hammamet, sulla costa tunisina, sono l’approdo finale del viaggio. O forse l’inizio di quello successivo. La Garante dei detenuti di Torino ha raccontato infatti ai partecipanti al convegno le diverse fasi del rimpatrio: una “macchina” dai costi elevatissimi e poco trasparente. Per chi torna nel Paese d’origine è l’ennesimo trauma vissuto. “Una scena mi è rimasta impressa -conclude Gallo-. Quando si atterra le persone presenti sull’aereo si alzano uno a uno, c’è scambio di documenti tra le forze di polizia. Non volevano far procedere con un ragazzo e subito non capivo perché. Hanno fatto segno che aveva il cappellino in testa: prima di scendere doveva toglierlo”. Un Paese sicuro, la Tunisia, solo per gli esperimenti di un’Europa che tradisce le sue stesse leggi.

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