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Diritti / Attualità

Rimpatri, Cpr e riammissioni: se la “gestione” delle frontiere è al buio

Il ministero dell’Interno ha più volte negato ad Altreconomia la possibilità di accedere a documenti e accordi su rimpatri e riammissioni per motivi di “sicurezza nazionale”. Le conseguenze sulla vita delle persone

Tratto da Altreconomia 242 — Novembre 2021
Tra il 2018 e il 2021 il Viminale ha speso oltre 19 milioni di euro per rimpatriare tramite voli charter poco più di 7.200 persone. Con un costo medio di duemila euro a testa © interno.gov.it

L’attività del governo italiano in materia di rimpatri forzati e riammissioni al confine è avvolta da un buio fitto. L’accesso alle informazioni, dagli accordi con i Paesi terzi fino ai documenti e ai dati sulle attività svolte sul territorio nazionale, viene sistematicamente limitato perché svelarne il contenuto sarebbe rischioso per la “tutela della sicurezza nazionale”. Ma la scarsa trasparenza rischia di avere conseguenze dirette sulla vita delle persone. “È una ‘truffa delle etichette’. Sembra che l’attività di polizia, solo in quanto tale e a prescindere dal contenuto, debba rimanere sempre segreta e non sia possibile sottoporla a un controllo”, spiega Chiara Favilli, professoressa di Diritto dell’Unione europea all’Università di Firenze.

Anche il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, nel rapporto del 30 settembre 2021 sulle attività di monitoraggio delle operazioni di rimpatrio forzato, sottolinea come “un aspetto critico di carattere generale” riguardi “l’esigenza che il sistema sia maggiormente in grado di limitare talune informalità delle prassi, assicurare l’esercizio del diritto di difesa, così innalzando il livello di tutela dei diritti fondamentali delle persone coinvolte”. Uno degli ambiti di “criticità e a volte scarsa trasparenza” riguarda proprio “l’informalità delle intese tra polizie nei rapporti con Paesi terzi che rischia di sottrarre le intese stesse al controllo parlamentare”. Il Garante si riferisce alla Slovenia per le riammissioni (riportare le persone che giungono a Trieste e a Gorizia in territorio sloveno) e a Tunisia, Egitto e Georgia per i rimpatri. “Gli Stati negano il diritto di accesso a queste attività in quanto qualificate come un tassello delicato delle relazioni con i Paesi terzi e strumentalmente etichettate come attività di ordine pubblico e di sicurezza, ma è una valenza impropria -continua Favilli-. Sono operazioni che riguardano l’allontanamento di persone che, se non richiedenti asilo, non sono in regola con i documenti richiesti ai fini dell’ingresso o del soggiorno e dovrebbero essere qualificate come tali”. 

Un’etichetta dai riflessi problematici. Nel settembre 2021 la Direzione centrale dell’immigrazione e polizie di frontiera, insediata presso il Viminale, ha negato ad Altreconomia la possibilità di visionare l’accordo tra la polizia slovena e quella italiana sui pattugliamenti misti al confine italo-sloveno. Conoscere i contenuti dell’intesa tra i due apparati di polizia permetterebbe di capire se le riammissioni di migranti e richiedenti asilo, interrotte dal gennaio 2021, non sono più necessarie perché semplicemente la linea di confine, grazie ai maggiori controlli di polizia sul territorio sloveno, si è spostata più a Est e le persone in transito vengono bloccate prima dell’ingresso in Italia. Per poi essere potenzialmente respinte a catena fino in Bosnia ed Erzegovina dove il diritto d’asilo è sistematicamente violato. 

La versione integrale dell’accordo è stata negata anche a Matteo Orfini, parlamentare del Partito democratico. Alla sua richiesta del 5 maggio 2021, la Direzione centrale ha allegato il documento sottoscritto con la corrispettiva autorità di Lubiana con la maggior parte del contenuto oscurato. 

1.831 cittadini di origine tunisina sono stati rimpatriati tra luglio e dicembre 2020. I contenuti dell’accordo siglato dalla ministra dell’Interno Luciana Lamorgese sono sconosciuti sia al Parlamento sia alle Ong che ne hanno fatto richiesta

Su un’intesa “oscura” si basa anche l’80% delle attività di rimpatrio forzato tramite charter dei cittadini stranieri “irregolari”. Nell’estate 2020, a seguito dell’aumento degli sbarchi di cittadini tunisini sulle coste italiane, la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese è stata a Tunisi per stringere una nuova intesa che facilitasse queste operazioni: i contenuti di quell’accordo sono rimasti “sconosciuti” sia al Parlamento sia alle Ong che ne hanno fatto richiesta. In sei mesi, da luglio a dicembre 2020, sono stati rimpatriati 1.831 cittadini di origine tunisina. Mentre la “macchina dei rimpatri” veniva resa efficiente tramite il noleggio del più alto numero di charter possibili, nulla veniva fatto rispetto all’innalzamento dei diritti delle persone coinvolte in tale attività. Lo stesso Garante denuncia carenze su diversi fronti: la non idoneità dei locali utilizzati nei diversi step precedenti l’operazione di rimpatrio, l’utilizzo sproporzionato dei mezzi di coercizione, la scarsa tutela della salute e la carente informativa alle persone prima trattenute e poi espulse. Criticità “non mutate” rispetto al precedente rapporto pubblicato nel giugno 2018. 

“Sembra che l’attività di polizia, solo in quanto tale […] debba rimanere sempre segreta e non sia possibile sottoporla a un controllo” – Chiara Favilli

Questo nonostante, nello stesso periodo, il governo italiano abbia speso più di 19 milioni di euro -solo per il noleggio dei charter– per un totale di 7.200 cittadini stranieri allontanati dal territorio: circa duemila euro a persona a cui vanno aggiunti i costi del personale di scorta presente sul vettore. 

Anche se l’intesa con la Tunisia non sembra aver dato gli effetti sperati -i dati dei primi otto mesi del 2021 (991) sono simili, in proporzione, a quelli registrati nel 2019 (in totale 1.345)- l’Agenzia che sorveglia le frontiere europee (Frontex) vuole trasformare l’Italia nell’hub delle operazioni di rimpatrio dell’Unione europea. Lo ha dichiarato Fabrice Leggeri, direttore esecutivo dell’Agenzia, alla Camera in occasione dell’audizione della Commissione Schengen l’8 ottobre 2021, insistendo sull’uso dei charter per il rimpatrio dei cittadini provenienti da Egitto, Tunisia e Marocco. Questo significa, per l’Italia, continuare a mantenere attivi i Centri permanenti per il rimpatrio (Cpr) ideati dal legislatore per facilitare il processo. Nonostante i dati smentiscano la tesi -in media solo il 50% dei trattenuti viene effettivamente rimpatriato- queste strutture continuano a vedere numerose presenze in un contesto di sistematica violazione dei diritti fondamentali e di scarsa trasparenza che copre il “viaggio” del cittadino straniero dall’ingresso all’uscita dal centro. 

Solo grazie alla pubblicazione degli affidamenti del noleggio dei charter -obbligatoria per legge perché si tratta di appalti pubblici- si è a conoscenza dell’esistenza anche di voli interni: da gennaio ad agosto 2021 sono stati 39 in 34 settimane per un costo totale di quasi due milioni di euro. I charter fanno la spola da Catania a Lampedusa verso Roma, Trieste, Torino, Bari e le altre città in cui sono presenti i Cpr con l’obiettivo -documenti della Direzione centrale alla mano- di trasferire i cittadini stranieri “destinatari di provvedimenti di allontanamento per il successivo trattenimento”. Altreconomia ha richiesto le nazionalità e il numero di persone trasportate per poter chiarire, almeno in parte, se questi voli vengono utilizzati anche per spostare i trattenuti da un centro all’altro per motivi disciplinari e identificare le nazionalità di chi, appena sbarcato sulle coste italiane, viene subito avviato alla procedura di rimpatrio. La Direzione centrale ha risposto che queste informazioni rientrano nella categoria “dei documenti resi inaccessibili per motivi di ordine e sicurezza pubblica, classificati quindi come non ostensibili”. Nelle nove strutture attive sul territorio italiano (Bari, Brindisi, Caltanisetta, Gradisca di Isonzo, Macomer, Palazzo San Gervasio, Roma, Torino e Trapani), secondo i dati forniti ad Altreconomia, nei primi otto mesi del 2021 sono transitate 3.066 persone di cui 54% sono tunisine.

“Una coltre di ignoranza a più livelli avvolge il Cpr: i pochi dati ufficiali sono di difficile lettura e molto spesso contraddittori”, spiega Maurizio Veglio, avvocato e socio dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione. Un’ignoranza che si traduce anche in una scarsa informativa alle persone trattenute. Soprattutto nell’attività precedente il rimpatrio. “È interesse della pubblica amministrazione eseguire l’espulsione con le minori difficoltà, e per questo le operazioni sono spesso condotte nelle prime ore della mattina, senza alcuna comunicazione formale agli interessati -sostiene l’avvocato-. Inoltre le persone sono impossibilitate a comunicare con familiari o conoscenti per informarli dell’imminente rimpatrio, circostanza che consentirebbe di ridurre lo stress e i disagi”. 

3.066 cittadini stranieri sono transitati dai Centri per il rimpatrio nei primi otto mesi del 2021. Il 54% sono tunisini

Quello che si verifica nell’ambito di rimpatri e riammissioni è un paradosso: l’attività che più viene “sbandierata” dai governi per dimostrare l’efficienza nella “difesa” dei confini è anche la stessa rispetto alla quale l’accesso alle informazioni viene sistematicamente limitato. E non è un atteggiamento solo italiano. Tra il 27 giugno e il 3 luglio 2021, la Commissione Schengen, un’équipe formata da esperti degli Stati membri dell’Unione europea e da funzionari di Frontex, che monitora l’attuazione della normativa sulla libera circolazione, ha fatto visita all’Italia. L’oggetto della valutazione riguardava la gestione del fenomeno migratorio con riferimento anche al settore di rimpatri e riammissioni. Altreconomia ha chiesto conto di questa visita alla Direzione generale per la migrazione e gli affari interni della Commissione europea ma l’accesso ai documenti è stato negato. La pubblicazione integrale delle informazioni raccolte pregiudicherebbe “la tutela del processo decisionale” della Commissione, che è chiamata a redigere un documento di valutazione dello stato dell’arte dell’applicazione della normativa europea. Quella parziale, invece, non è possibile perché rivelerebbe “elementi sensibili” che potrebbero “compromettere il sistema di rimpatrio nello Stato membro interessato e potrebbero avere un impatto negativo sulle relazioni attuali e future con i Paesi terzi” provocando “un danno per gli sforzi dell’Unione nella lotta alla migrazione irregolare”. 

“Sia il governo sia l’Unione europea danno motivazioni che lasciano molto a desiderare -sottolinea Favilli-. Un conto è negare l’accesso perché riguardante una procedura amministrativa ancora in corso, un altro è farlo perché non si vogliono mettere in pericolo le relazioni con i Paesi terzi e le attività di rimpatrio, invocando un pericolo per la sicurezza nazionale laddove un tale pericolo non esiste”. 

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