Diritti / Reportage

Le vite ridotte in schiavitù delle donne migranti in Tunisia

Dall’Africa sub-sahariana arrivano a migliaia nel Paese per raggiungere l’Europa. Ma i trafficanti le vendono come domestiche per ripagare il costo del viaggio. Non hanno libertà e subiscono soprusi. Ma il governo non interviene. Reportage

Tratto da Altreconomia 230 — Ottobre 2020
Blanca, giovane migrante dalla Costa d'Avorio che vive in Tunisia, sta lavando i piatti dopo la cena nella casa dove lavora come domestica. Ariana, Tunisia © Chedly Ben Ibrahim

Con le gambe incrociate e vistosamente sbilanciata sul lato destro, Amina cerca di mangiare in fretta il suo bulgur con verdure per poi riprendere a lavorare. Parla tra un boccone e l’altro ma sussulta a ogni movimento brusco che fa per girarsi. Ha la schiena rovinata, dice, le duole tantissimo ma non ha i soldi per le medicine né tanto meno può permettersi di riposare. “Solo a pranzo mi siedo, poi tutto il giorno lavoro. Vorrei andarmene”, dice con un filo di voce. Ma non può perché con i suoi “padroni” ha un debito di migliaia e migliaia di dinari e ora che con il Covid-19 anche la famiglia da cui è a servizio non può pagare, lavora gratis: è praticamente una schiava. Amina è stata portata in Tunisia da un gruppo di trafficanti che l’hanno venduta e intrappolata in un limbo, a pochi chilometri dall’Europa. La sua storia la racconta velocemente, come a voler evitare di soffermarsi sul ricordo. È nata e cresciuta in Ciad e ha impiegato quasi cinque mesi per arrivare. “Insieme a me c’erano altre dodici donne e una ventina di uomini -spiega- e tutti insieme abbiamo risalito il Paese (Il Ciad, ndr) per arrivare in Niger. Poi da lì è diventato tutto vago, era tutto deserto e cambiavamo strada ogni due giorni, per evitare controlli, perché al capo (il carovaniere, ndr) arrivavano sul satellitare messaggi che lo avvertivano delle milizie”. E così, il convoglio si è allontanato sempre di più da fonti d’acqua e da piccoli ripari. “Il Sahara -dice Amina- è un cimitero di polvere”. Pian piano, il suo atteggiamento è più amichevole, si rilassa. Beve due sorsi d’acqua, poi si aggrappa un secondo per alzarsi. La pausa è quasi finita. “Quando sono arrivata in Tunisia, ero confusa e credevo fossi in Libia. Ero convinta che sarei morta, che non ce l’avrei fatta più a resistere ma poi ho capito che sarei sopravvissuta, anche se qui era tutto strano”. Strano.

Amina è diventata una schiava domestica ma il suo caso non è l’unico. Come lei ce ne sono tantissime in Tunisia, dove il fenomeno della vendita di essere umani è cresciuto notevolmente di pari passo all’aumento di migranti “irregolari” sub-sahariani. Da Niger, Ciad, Nigeria hanno cominciato ad arrivare in Tunisia seguendo altre rotte, man mano che la situazione in Libia peggiorava. Da quando la guerra si è intensificata, infatti, i flussi sono diventati costanti e incontrollati, anche a causa di altri fronti caldi che si sono aperti nel Sahel con la crescita dei gruppi terroristici e delle milizie legate a Isis, Aqmi (Al quaeda nel Maghreb islamico) e Boko Haram. La Tunisia, quindi, è diventata il punto d’arrivo più sicuro, prima di prendere il largo verso l’Europa. In realtà, però, molti migranti sub-sahariani, soprattutto le donne, restano nell’ombra e diventano assoggettati a un sistema criminale che, come già in Libia, anche in Tunisia si è sviluppato velocemente. “Queste reti, spesso colluse con le milizie libiche di Zouara e Sebratha -spiega Rafaa Tabib, esperto di geopolitica e ricercatore presso l’Università di Manouba- si sono formate nelle zone periferiche della capitale e nelle zone del Nord-Est del Paese. Queste regioni sono molto povere e purtroppo hanno una consolidata tradizione del ‘commercio’ di donne e bambine”.

“Abbiamo risalito il Ciad per arrivare in Niger. Era tutto deserto e cambiavamo strada ogni due giorni per evitare controlli. Il Sahara è un cimitero di polvere” – Amina

Amina è arrivata proprio nell’area tra Jandouba, Jeba e Bizerta, dove si sono concentrati migliaia di migranti che hanno alimentato la manodopera sottopagata e sfruttata. Alla fine del viaggio per risalire l’Africa, Amina e le altre donne sono state portate in un capannone, osservate, visitate e poi smistate. “Mi hanno portato a casa della famiglia per cui oggi lavoro e hanno detto: questa è vostra. Da allora non sono più mia.” Amina racconta che è stata venduta come domestica alla coppia, moglie, marito e due figli, e per loro dovrà lavorare finché non avrà ripagato il costo del viaggio: 1.664 franchi CFA, l’equivalente di tremila dollari. All’inizio la pagavano 100 dinari tunisini al mese, poco più di 30 euro, ma già da prima del lockdown le hanno detto che deve stare lì gratis. Appartiene a loro.

“Conosciamo queste situazioni -precisa Rafaa Tabib- e le vittime principali sono proprio i migranti che arrivano dall’Africa centrale”. Oggi, infatti, circa l’80% dei migranti “irregolari” attualmente in Tunisia è di origine sub-sahariana.
Il Forum tunisino dei Diritti Economici e Sociali (FTDES) ha verificato che il numero di migranti sub-sahariani in arrivo in Tunisia attraverso il confine terrestre è più che raddoppiato nella prima metà del 2019, da gennaio a giugno, arrivando a 1.008 contro i 417 nello stesso periodo del 2018. Nei primi sei mesi del 2020 il numero degli ingressi è ancora aumentato arrivando quasi a 1.600. Molte Ong e associazioni si dedicano alla protezione di questi migranti ma dal punto di vista giuridico è molto complicato. In Tunisia, infatti, non esiste il diritto di asilo e in generale c’è un quadro poco chiaro sulla gestione dei migranti, nonostante negli anni l’UNHCR abbia più volte richiesto al governo di Tunisi di avviare un processo di conformità con le norme internazionali. Con la stesura della nuova Costituzione del 2014 sono state messe le basi ma il progetto di legge, alla sua terza revisione, ancora non è stato presentato. La conseguenza è che una grossa fetta di migranti non riconosciuti e tutelati sparisce nel grigio del lavoro sommerso e nella rete dei trafficanti di uomini. In particolare, la schiavitù di queste donne sub-sahariane sta diventando un problema sempre più emergente. Con la legge 61 del 3 agosto 2016 la Tunisia si è dotata di uno strumento legislativo volto proprio alla prevenzione e alla lotta contro la tratta di essere umani. “Ma di fatto questa legge non viene rispettata”, spiega ancora Rafaa Tabib. “Come Paese non siamo ancora sufficientemente in grado di ricostruire le maglie sfilacciate entro cui da un lato si annidano i gruppi criminali, dall’altro una piccola parte di tunisini che beneficia di queste torture”. Proprio come la famiglia che ha “comprato” Amina. “Sono in trappola, non so se riuscirò mai a imbarcarmi e andare in Europa”. Sono le sue ultime parole, poi torna al lavoro.

Il “commercio” di donne avviene in alcune zone arretrate del Nord della Tunisia ma ci sono regioni ancora più povere dove questa pratica è vietata dal 1846 e ora è vista con orrore © Chedly Ben Ibrahim

Quella della diciannovenne Ivonne è una storia molto simile. Anche lei lavora come domestica presso una famiglia, nella zona Nord-Ovest della Tunisia, anche lei praticamente schiava e sotto ricatto. È arrivata dalla Nigeria da meno di un anno e i mesi in cui è stata pagata si contano sulle dita della mano. “Io non piango mai, quindi non mi spezzo. Lavoro finché posso e cerco di non perdere la mia dignità”, racconta. Però è stata picchiata più volte durante il viaggio e ha perso il bambino che portava in grembo. Ivonne descrive uno scenario molto simile a quello raccontato da Amina: è arrivata di notte in Algeria ed è stata esposta come “una vacca al mercato” mentre libici, ghanesi e maliani vendevano e compravano uomini e donne. Poi è stata trasferita in Tunisia a bordo di un pickup ed è stata affidata prima a una coppia, poi a una famiglia. “Mi sento in trappola. Lavoro 12 ore al giorno, posso uscire solo con loro”, racconta Ivonne. Il primo giorno la padrona mi ha portato dal medico per fare un esame del sangue per sapere se avevo l’HIV”. Poi solo fatica. Altro Paese, altra storia, stesso destino. Blanca è arrivata dalla Costa d’Avorio e lavora come cameriera presso una famiglia che la paga, questo sì, ma la tratta come una vera schiava. I suoi padroni di casa non la fanno riposare mai, non la fanno uscire se non a pochi metri da casa per comprare il pane, la portano con sé quando vanno fuori, la maltrattano. Le storie di queste donne sono molto simili: viaggi infinitamente lunghi, pagati molti soldi, o pagati contraendo un debito, stenti, torture, violenze, paura.

La situazione di schiavitù e di sottomissione è peggiorata con l’arrivo del Covid-19. L’emergenza sanitaria ha contribuito all’estrema difficoltà della Tunisia che, tra crisi economica e la recente crisi politica, già prima del lockdown aveva un tasso di disoccupazione del 16%, dato che nelle zone di Zarzis, Matmada e Medenin sale anche al 30%. Entro la fine del 2020 la situazione potrebbe anche peggiorare. Sia il Governo sia l’African Development Bank (Afdb), infatti, hanno redatto dei report secondo cui la Tunisia sarà in una recessione più disastrosa di quella del 1956, anno dell’indipendenza dalla Francia. Ecco perché in molti durante la scorsa estate hanno deciso di imbarcarsi verso l’Italia. In trappola restano le donne schiave come Amina, Ivonne e Blanca, vittime di sfruttamento e violenza e senza un’apparente via d’uscita.

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