Diritti / Intervista

La battaglia di Assa Traoré contro la violenza della polizia in Francia

L’attivista ha fondato un comitato per chiedere giustizia per suo fratello morto nel 2016 mentre era in custodia in una caserma. È diventata il simbolo di una rete nazionale che denuncia gli abusi degli agenti e la loro cultura razzista

Tratto da Altreconomia 235 — Marzo 2021
Assa Traoré © Justice pour Adama

Sulla maglietta nera di Assa Traoré c’è una scritta in caratteri bianchi: “Justice pour Adama”. La indossa in tutte le occasioni pubbliche e manifestazioni dal 2016 quando suo fratello, Adama Traoré, un ragazzo francese di origini maliane di 24 anni, è morto in una caserma alla periferia Nord di Parigi mentre era sotto la custodia della polizia. Da quel momento i familiari e il comitato “Giustizia per Adama” si battono ogni giorno per avere giustizia e Assa è diventata un simbolo del movimento francese contro il razzismo e gli abusi delle forze dell’ordine. “La Francia non riconosce la cultura razzista che la permea ovunque. Non siamo il Paese dell’uguaglianza, libertà e fraternità. Siamo il Paese in cui i neri, gli arabi, i non bianchi subiscono la discriminazione razziale e le violenze dei gendarmi”, racconta ad Altreconomia Traoré. “Per questo siamo diventati soldati e ora siamo una macchina da guerra”. Nel tempo la realtà creata da Assa -che, prima del giorno in cui “le nostre vite sono cambiate per sempre”, lavorava come educatrice- si è radicata nei quartieri popolari della capitale. Poi è uscita dai confini di Parigi e si è mossa su tutto il territorio nazionale per sensibilizzare e costruire relazioni locali unendo le forze in una battaglia comune contro gli abusi della polizia che, commenta Traoré, sono quelli del “sistema”. Il comitato è diventato una forza di opposizione trasversale che non si identifica in un partito e lega soggetti diversi tra loro: le femministe, gli ambientalisti e i ragazzi Fridays for future, gli studenti, i Gilet gialli. Tutti uniti -“mantenendo le differenze”, spiega Traoré- con l’obiettivo condiviso di denunciare i soprusi degli agenti e della cultura razzista su cui si fondano. Il comitato ha appoggiato le proteste di Black Lives Matter negli Stati Uniti e sta partecipando alle manifestazioni contro la contestata legge di “Sicurezza globale” che, tra i suoi punti, vieta di pubblicare immagini e video dei poliziotti in azione.

In Francia gli uomini afrodiscendenti e arabi hanno 20 volte in più la possibilità di essere fermati per un controllo dei documenti rispetto a un bianco

“Mio fratello era un uomo gentile. Era introverso, non parlava molto. Era un appassionato di calcio, amava seguire le partite. Era venuto anche in Italia a vedere le sue squadre preferite. Gli piaceva stare con gli amici. Aveva i suoi sogni e i suoi progetti. Voleva fare molte cose ma sfortunatamente la vita gli è stata tolta”, afferma Traoré. Il 16 luglio 2016 Adama è stato fermato in strada da tre agenti. Ha perso conoscenza a bordo dell’auto ed è stato ritrovato senza vita, ancora ammanettato, nelle stanze della caserma di Persan nel dipartimento Val d’Oise. Uno dei tre poliziotti che lo avevano arrestato ha ammesso che insieme ai colleghi era salito sopra di lui per tenerlo fermo. “Quel giorno Adama era stato convocato in municipio per ritirare la carta di identità. Era in bicicletta quando ha incrociato la polizia e si è ricordato di non avere con sé i documenti. Ha continuato a pedalare e gli agenti lo hanno fermato senza alcun motivo”, racconta Assa Traoré. “La prima carta d’identità in Francia è stata fatta per gli schiavi neri. Se un nero usciva per la strada e appariva sospetto, si aveva il diritto di abbatterlo. Negli anni 2000 Adama è stato ucciso a 24 anni, il giorno del suo compleanno, perché non aveva il suo documento. Lo hanno ammazzato perché era nero e viveva nei quartieri popolari. Non era la prima volta che subiva i soprusi degli agenti, come è successo al resto della mia famiglia”, aggiunge. “Questo accade in un Paese in cui i non bianchi hanno più possibilità di essere arrestati rispetto a un occidentale. E sappiamo che ci sono buone probabilità che un arresto finisca con la violenza o con la morte”, prosegue.

“La nostra è diventata una battaglia internazionale. È per Adama e per tutti gli uomini e le donne discriminati. Per tutte le persone che subiscono ingiustizie”

A maggio 2020 i tre agenti sono stati scagionati e oggi sono ancora in servizio: due sono stati trasferiti in Comuni vicino Parigi e il terzo lavora nel Sud del Paese. I familiari di Assa non hanno ancora ottenuto giustizia per Adama né risposte soddisfacenti dalle autorità. Hanno commissionato autopsie indipendenti da cui è emerso che il ragazzo è deceduto per asfissia mentre la polizia aveva sostenuto la tesi che il giovane aveva perso la vita a causa di malattie pregresse. Non è la prima volta che una persona arrestata muore a causa dell’ostruzione delle vie respiratorie. Nel 2015 Amadou Koume, giovane di origini senegalesi, era deceduto in un commissariato a causa di un placcaggio ventrale e per lo stesso motivo nel 2007 aveva perso la vita Lamine Dieng.

In Francia i cittadini non bianchi e poveri sono i più colpiti dalla violenza della polizia, come hanno dimostrato ricerche indipendenti condotte da organizzazioni per i diritti umani tra cui Amnesty International e Human Rights Watch. Una lunga storia che “ha a che vedere con il passato colonialista, mai elaborato”, aggiunge Traoré. Nel 1999 la Corte europea per i diritti umani ha condannato il Paese per tortura a causa degli abusi, anche sessuali, commessi ai danni di Ahmed Selmouni, un ragazzo francese di origini nordafricane. Nel 2015 la Corte di appello di Parigi ha sanzionato lo Stato, e lo ha condannato al pagamento di una penale da versare alle persone interessate, perché la polizia aveva condotto controlli arbitrari sull’identità di 13 persone solo in base al loro aspetto esteriore. Per i giudici le operazioni erano state “ingiustificate e discriminatorie”. Secondo la ricerca “Il nous parlent comme à des chiens”, realizzata nel 2020 da Human Rights Watch, i giovani uomini non bianchi, in particolare afrodiscendenti e arabi, rispetto a un bianco hanno 20 volte in più la possibilità di essere fermati per un controllo dei documenti. Le forze dell’ordine usano i loro poteri di controllo in modo discriminatorio, anche su adolescenti e bambini, spesso con perquisizioni del corpo invadenti e umilianti alla ricerca di effetti personali. La maggior parte dei controlli non sono registrati e gli agenti non forniscono documentazioni scritte né una spiegazione delle motivazioni per cui le persone sono sottoposte a ispezioni e perquisizioni. A maggio 2020 il Difensore dei diritti, autorità francese indipendente per combattere le discriminazioni, ha pubblicato un rapporto in cui accusa la polizia di Parigi di compiere “sistematiche discriminazioni” ai danni dei giovani che appartengono alle minoranze.

“Nonostante le denunce e le documentazioni sugli abusi della polizia, le autorità francesi non vedono l’esistenza del problema”, prosegue Traoré. “Riconoscere le violenze delle forze dell’ordine significherebbe ammettere il loro razzismo e le responsabilità che il Paese ha nella storia del colonialismo e nella schiavitù. È necessario che siano riconosciuti i crimini del passato. Se non si farà prima questo passaggio, non si avranno le basi per una efficace e giusta riforma del corpo di polizia. Su tutto ciò come comitato ‘Giustizia per Adama’ siamo riusciti a creare un dibattito pubblico”, prosegue. Un primo risultato, ottenuto anche grazie alle pressioni del comitato, è stato raggiunto a giugno dello scorso anno quando il governo francese ha deciso che per le forze dell’ordine sarà vietato utilizzare la presa al collo negli arresti. La decisione, annunciata dal ministro dell’Interno Christophe Castaner che ha definito la pratica “un metodo pericoloso”, è stata presa dopo una imponente manifestazione organizzata dal comitato: il 2 giugno 2020 almeno 23mila persone si erano riunite davanti al Palazzo di giustizia a Parigi per supportare le proteste per la morte di George Floyd, ucciso a Minneapolis da un agente bianco, e chiedere giustizia per Adama. “Mio fratello è morto nello stesso modo. Le parole di Floyd ‘I can’t breathe’, non riesco a respirare, sono state anche le sue. La nostra è diventata una battaglia internazionale. È per Adama e per tutti gli uomini e le donne discriminati. Per tutte le persone che subiscono ingiustizie”. In quella giornata, come nelle altre proteste organizzate dal comitato, la strada si era riempita di diverse generazioni: giovani, studenti liceali e universitari, lavoratori, pensionati. “Ora non si può più stare in silenzio. Stiamo assistendo a un risveglio, a una presa di coscienza che non ha argini”.

© riproduzione riservata

Newsletter

Iscriviti alla newsletter di Altreconomia per non perderti le nostre inchieste, le novità editoriali e gli eventi.