Diritti / Opinioni

Filmare la polizia è un diritto, non una minaccia

Aumentano i controlli diffusi sulla popolazione a fronte di minori garanzie esterne sull’operato degli agenti. Perché il “caso francese” ci riguarda. La rubrica “In punta di diritto” del sostituto procuratore generale di Genova, Enrico Zucca

Tratto da Altreconomia 233 — Gennaio 2021
© Ev - Unsplash

Nell’era degli smartphone e del web, non è più un caso, come lo fu nel 1991 la videoripresa del pestaggio di Rodney King a Los Angeles, cogliere e diffondere immagini di abusi della polizia, non più celati dalle sole giustificazioni ufficiali se non dai falsi rapporti. Per quanto le riprese raramente riescano ad assicurare condanne, è innegabile che richiamino il tema della responsabilità nei confronti della collettività per l’uso del potere esercitato nel suo nome. Sono emersi così difetti strutturali nella polizia, il razzismo, l’accanimento contro le minoranze, la militarizzazione aggressiva, la frattura nel rapporto di fiducia con i cittadini.

È ancora viva l’indignazione per la brutale aggressione del produttore musicale di colore Michel Zecler, da parte di poliziotti francesi, ripresa da una telecamera di sorveglianza, proprio mentre in Parlamento si stava approvando il disegno di legge n. 3452 sulla “sicurezza globale”. Fra le misure previste, compariva all’art. 24, a tutela degli agenti delle forze dell’ordine e di difesa, l’incriminazione di chiunque diffondesse le immagini di questi in operazioni di servizio, al fine di minare la loro “integrità fisica o psicologica”. L’aggiunta di questa clausola non esclude che si trattasse di una limitazione di un diritto: la norma modificava espressamente la legge sulla libertà di stampa risalente al 1881. Lungi dall’essere una trovata estemporanea, la disposizione si muoveva lungo un percorso da tempo in atto in nome della sicurezza. Più controlli diffusi e indiscriminati sulla popolazione in funzione preventiva, senza le garanzie di autorizzazioni giudiziali, meno intralci e mano libera alle operazioni di polizia. La legge consentiva l’utilizzo in tempo reale d’immagini riprese da telecamere installate anche su droni, ai fini di controllo indistinto, quindi anche per essere utilizzate per il cosiddetto riconoscimento facciale (un mezzo tecnologico investigativo di dubbia affidabilità). Così agli occhi del pubblico sparisce qualcosa, mentre diviene oggetto di maggiore invasione la sfera personale dei cittadini. Eppure, si discute addirittura che proprio l’osservazione organizzata della polizia in azione (c.d. copwatching) possa svolgere la funzione costituzionale di assicurare la partecipazione dei cittadini, come deterrente che richiama gli agenti alla responsabilità.

3452: il numero del contestato disegno di legge in discussione in Francia nel novembre 2020 in tema di “sicurezza globale”

Ma non è così che la percepiscono i poliziotti. L’arresto per aver filmato operazioni di polizia, il sequestro o la cancellazione delle riprese con le accuse più strumentali erano ricorrenti negli Usa. Le Corti hanno tuttavia sempre riconosciuto come libertà di espressione anche quella di registrare i poliziotti che svolgono pubblicamente i loro doveri. Nel caso Maryland v. Graber il giudice ricorre al noto brocardo “sed quis custodiet custodes?” e nel caso Garcia v. Maryland rammenta che la critica e il controllo del potere sono il cuore di quella libertà. Si è allora cambiato registro, sostenendo che i video virali e le critiche che ne conseguono, pur legittimi, hanno l’effetto negativo di raffreddare l’azione dei poliziotti, che temono di diventare i protagonisti del prossimo.

Un paradosso: i poliziotti sono riluttanti ad adempiere un dovere per l’esercizio di un diritto costituzionale dei cittadini. È proprio il controllo esterno a funzionare invece. Uno studio recente ha dimostrato infatti che il comportamento dei poliziotti non cambia significativamente con l’uso di dispositivi interni, come le bodycam indossate dagli agenti. Amnesty International aveva proposto anche in Italia osservatori nelle manifestazioni a rischio per l’ordine pubblico, ma il Viminale ha opposto un muro. ll neofita ministro degli Esteri suggerisce l’adozione di un Patriot Act europeo, cioè ha evocato uno scempio dei diritti civili. Segnali desolanti.

Enrico Zucca è sostituto procuratore generale di Genova. È stato pubblico ministero del processo per le torture alla scuola Diaz durante il G8 dell’estate 2001

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