Diritti / Reportage

Il Kosovo accoglie mogli e figli dei foreign fighter dell’Isis

Il governo del più giovane Stato d’Europa ha avviato un progetto pilota di riabilitazione che coinvolge psichiatre, psicoterapeute familiari, psicologhe, Imam e Mualime, le predicatrici femminili. 110 le persone rimpatriate dalla Siria

Tratto da Altreconomia 219 — Ottobre 2019
Sanie Gashi Mehmeti è una delle Mualime responsabili del programma di riabilitazione e lavora anche all’interno della moschea Xhamia Mulla Sherif Ahmeti di Lipjan - © Arianna Pagani

vedere Pristina per la prima volta si ha come l’impressione che la capitale del Kosovo sia una città dinamica e in fermento. Tutto è in fase di ricostruzione. Le moschee sono puntellate da ponteggi, decine di lunghe braccia metalliche sorvolano il cielo della città e l’orizzonte è delimitato da palazzoni di cemento armato che disturbano la vista. La città appare convulsa e vivace con i suoi boulevard e i caffè moderni, affollati di giovani, a ogni ora del giorno e della notte. Lo Stato e le sue giovani istituzioni, tuttavia, sono ancora fragili: la qualità della vita è molto bassa, il salario medio è di circa 360 euro, la disoccupazione è al 30% e vi è un ambiente favorevole a criminalità organizzata, corruzione e radicalismo.

Ma è proprio da qui, da questa ex provincia serba, proclamatasi indipendente nel 2008, in seguito a una devastante guerra civile, che è partito un progetto unico di de-radicalizzazione. Lo scorso 20 aprile, con un’operazione senza precedenti in Europa, il governo kosovaro, supportato dagli Stati Uniti e dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), ha rimpatriato 110 persone dalla Siria, quasi tutte mogli o figli dei jihadisti kosovari unitisi all’Isis come foreign fighter. Dopo la liberazione dei territori conquistati dall’Isis, infatti, migliaia di donne e bambini, mogli e figli dei miliziani, vivono ammassati tra le macerie dell’ex Califfato, detenuti in squallidi campi profughi nel deserto della Siria nord-orientale. Lo spiega così Domenico Chirico, direttore dei programmi di Un Ponte Per in Siria: “Solo nel campo di Al Hol, vivono circa 75mila persone e 12mila sono le donne e i bambini stranieri in uno stato di semi detenzione e violenza. Si sta già riformando un altro Isis. Ed è una bomba ad orologeria pronta a esplodere”.

Benché le Nazioni Unite abbiano esortato gli Stati europei a rimpatriare i propri cittadini detenuti nel Nord-Est della Siria, oggi sotto il controllo delle Forze democratiche siriane (Sdf), un’alleanza curdo-araba mista ad alcune tribù locali, sostenuta dagli Stati Uniti, la maggior parte dei governi -inclusi Francia, Germania, Belgio e Gran Bretagna- si sono rifiutati di assumersi la responsabilità di donne e bambini, lasciandoli bloccati in un territorio apolide e instabile. Il più giovane Stato in Europa ha fatto una scelta opposta, rimpatriando i suoi cittadini e avviando un progetto pilota di riabilitazione che coinvolge psichiatre, psicoterapeute familiari, psicologhe, Imam e le Mualime, le predicatrici femminili. “La prima fase del progetto prevede l’identificazione e la cura del trauma”, spiega nel suo ufficio all’interno del Centro clinico universitario di Pristina, Valbona Tafilaj, coordinatrice del team di psichiatre ed esperta di dinamiche di radicalizzazione. “I disturbi più visibili oggi sono stress post-traumatico (Ptsd), flashback e depressione. Ma i sintomi del trauma possono emergere anche tra sei mesi o un anno”, chiarisce la psichiatra.

12mila le donne e i bambini stranieri nel campo di Al Hol (Siria)

Il percorso riabilitativo include, inoltre, visite domiciliari, sessioni familiari, attività all’aperto e un percorso di reintegrazione nella società attraverso la scuola e i corsi di formazione. Anche i bambini sono seguiti da un gruppo di esperti, e i più grandi sono già stati iscritti a scuola. “Quasi tutti i bambini rimpatriati sono nati in Siria, altri sono stati portati là dai genitori quando erano molto piccoli. Se lavoriamo costantemente con loro nel lungo periodo, possiamo evitare problemi futuri di radicalizzazione e di violenza”, conclude la Tafilaj. Da Pristina a Mitrovica, cittadina a nord, ancora oggi divisa tra albanesi e serbi, ci si immerge nel volto più autentico del Kosovo. Quello campestre e frugale, fatto di casupole, colline, pianure verdeggianti e paesaggi incontaminati.

All’interno della moschea Isa Beg, incontriamo l’imam Rexhep Lushta. Oltre ad essere il presidente del Consiglio della comunità islamica della città, l’imam è impegnato in progetti di de-radicalizzazione con alcuni uomini sospettati di terrorismo, reclusi nella prigione di Mitrovica.  “Non tratto queste persone da terroristi ma come uomini che hanno commesso un errore. Provo a insegnare loro il vero valore dell’islam -afferma Lushta-. Povertà, condizioni socio-economiche, emarginazione sociale, scarsa conoscenza dell’Islam e del conflitto siriano, propaganda nei social media e nella stampa sono stati i principali fattori dietro al processo di radicalizzazione in Kosovo”.

A ciò si aggiungono, i petrodollari sauditi arrivati in questa terra uscita dalla guerra, che hanno cambiato la stoffa dell’Islam locale. “Dopo il conflitto, infatti, quando il Kosovo era governato dall’UNMIK (l’amministrazione provvisoria dell’Onu, ndr) numerose associazioni e fondazioni, dall’Arabia Saudita e dal Qatar, hanno investito soldi e influenzato persone giovani e vulnerabili”, spiega Mensur Hoti, direttore del Dipartimento per la Sicurezza Interna. “Attraverso libri di ispirazione wahhabita e salafita è stato promosso un Islam politico radicale. Quando il conflitto in Siria è scoppiato, abbiamo visto qual è stato il risultato finale di quelle donazioni”, conclude Hoti. Secondo i dati del rapporto regionale “Understanding Violent Extremism in the Western Balkans”, pubblicato dal British Council nel 2018, oltre 300 cittadini kosovari si sono uniti al gruppo Daesh in Siria dal 2012. Un numero inferiore alla media degli altri Stati europei, se calcolato in proporzione alla popolazione musulmana del Belgio o della Francia, ad esempio. “In Belgio, sono partiti 83 combattenti stranieri per 100mila musulmani (il cui numero totale è di circa 600mila). Dal Kosovo, con una popolazione musulmana stimata in 1.700.000, sono partiti circa 18 stranieri combattenti ogni 100mila musulmani. Con questo calcolo si può affermare che il reclutamento di foreign fighter è stato più efficace in Belgio che in Kosovo”, si legge nel rapporto.

Nella moschea di Lipjan si svolgono progetti di scolarizzazione con le donne della comunità sia musulmane sia cristiane – © Arianna Pagani

Un’altra protagonista di questo progetto pilota è Sanie Gashi Mehmeti, insegnante e guida religiosa di Lipjan, cittadina a venti chilometri a sud di Pristina. Lei è una delle Mualime che visita le donne rimpatriate, oggi agli arresti domiciliari.  “Sono una specie di ponte tra le donne e la società. Le visito a casa e le aiuto a rivivere una vita normale”, spiega la predicatrice musulmana, con oltre dieci anni di esperienza nelle carceri femminili. La Mehmeti è impegnata inoltre in numerosi progetti di scolarizzazione e di prevenzione della violenza, con la comunità locale e con le donne di Lipjan, sia musulmane, che cristiane. Benché il Kosovo sia al 90% musulmano, gran parte della popolazione è profondamente laica e la religione non interferisce direttamente nella vita politica. Il Kosovo ha, però, una società fortemente patriarcale e ancora oggi le donne continuano a vivere all’interno dei confini di questa rigida società. “In Kosovo, ancora oggi, gli uomini decidono tutto. Molte delle donne che sono andate in Siria sono state obbligate dai mariti. Altre erano convinte della loro scelta ma si sono pentite dopo aver visto quello che Daesh faceva in Siria. Sono donne fragili, che non hanno mai studiato. Se hanno commesso un reato, devono essere punite. Se non l’hanno commesso, devono essere lasciate libere. In entrambi i casi, comunque, devono essere aiutate e reintegrate nella società. Questo progetto nasce soprattutto per loro e per i bambini. Non possiamo farli crescere in un campo in Siria con quell’ideologia”, spiega la guida spirituale.

La conferma delle sue parole arriva anche dall’incontro più difficile. Quello con le famiglie delle donne e dei bambini rimpatriati. In una località remota, a venti chilometri a nord di Pristina, incontriamo Visar*, il padre di una delle donne unitesi all’Isis. I suoi cinque nipoti giocherellano, apparentemente sereni, nel suo giardino. È un uomo anziano, a tratti burbero, che fatica a nascondere l’emozione quando parla di sua figlia. “Sono stati anni dolorosi. Pensavo che non avrei mai più rivisto i miei nipoti -racconta Visar-. Ringrazio il governo per averli portati indietro. Mia figlia ha fatto un errore, ma cosa era meglio fare? Lasciarli lì o provare a correggere il loro percorso? I bambini sono creature innocenti e non hanno nessuna responsabilità per le scelte dei loro genitori”.

* nome di fantasia per proteggere l’identità

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