Esteri / Intervista

Iraq, 15 anni dopo l’invasione. Un web-doc partecipato dà voce alla speranza delle donne

Il 20 marzo 2003 iniziava la Seconda guerra del Golfo. Le due reporter italiane Arianna Pagani e Sara Manisera hanno lanciato un progetto dal basso per raccontare storie di riscatto e rinascita femminile al di là degli stereotipi

© Arianna Pagani, Duhok, Iraq

“Abbiamo raccolto le storie di quattro donne appartenenti a varie comunità. Quattro donne che hanno scelto di resistere, di rimanere in Iraq nonostante tutto e di provare a cambiare il proprio Paese”. A quindici anni dall’invasione dell’Iraq da parte di una coalizione guidata dagli Stati Uniti, iniziata il 20 marzo 2003, Arianna Pagani (fotoreporter) e Sara Manisera (giornalista freelance) pubblicano un web-doc dal titolo “Donne fuori dal buio”. Un progetto multimediale che fonde fotografie e testo scritto, audio e filmati, prodotto in maniera indipendente, con il sostegno dell’associazione “Un ponte per”  e finanziato grazie a un progetto di crowdfunding che ha raccolto donazioni da oltre 160 sostenitori. Abbiamo intervistato Sara Manisera.

Come è nato questo progetto?
SM Io e Arianna lavoriamo in Iraq da diversi anni, abbiamo raccontato la società civile e il conflitto, soprattutto la battaglia di Mosul contro lo Stato Islamico. A quindici anni dall’invasione americana, dopo le violenze settarie del biennio 2006-2008 e dopo la guerra contro Isis abbiamo voluto raccontare le storie di quattro donne appartenenti a quattro comunità diverse. Con questa scelta abbiamo voluto sottolineare un dato: non c’è una gerarchia del dolore. Tutte le comunità hanno sofferto, tutti hanno un lutto in casa o un parente sfollato che vive all’estero

Chi sono queste donne?
SM Un’avvocata di Baghdad, un’attivista di Halabja che ci ha raccontato anche dell’attacco chimico del marzo 1988 con cui Saddam Hussein ha colpito la città curda e i suoi abitanti. La terza è una donna ingegnere di Mosul che ha vissuto sotto lo Stato Islamico ma che racconta anche come le politiche settarie degli anni precedenti all’arrivo di Isis abbiano fortemente penalizzato la regione. Infine una donna di 65 anni assiro-cristiana, sfollata nel 2014 da Qaraqosh, uno dei villaggi cristiani della regione e che alla fine riesce a tornare a casa.

Perché avete scelto un racconto al femminile?
SM I media mainstream solitamente raccontano le donne irachene come vittime. Vittime della violenza, della guerra, costrette alla fuga. Invece sono protagoniste della storia, hanno mandato avanti le famiglie quando i loro padri e mariti sono morti. Come ci ha raccontato una delle protagoniste del nostro documentario, dopo l’invasione del 2003 le donne hanno assunto i ruoli che prima erano dei loro mariti.

© Arianna Pagani
© Arianna Pagani

Che bilancio puoi tracciare dell’Iraq a 15 anni dall’invasione americana?
SM Oggi l’Iraq è un Paese diviso, ancora di più dopo il referendum del 20 settembre con cui il Kurdistan ha votato per l’indipendenza. Ci sono milizie che controllano in autonomia il territorio, c’è l’enorme influenza degli Stati esteri che cercano di influenzare la politica interna. Ma già da tempo lo Stato non è in grado di includere tutta la popolazione nei processi politici. Nelle aree meridionali a maggioranza sunnita c’è un’elevata tensione a base settaria ed episodi di violenza. Persino Isis potrebbe rinascere

Com’è la situazione a Mosul oggi?
SM La città è stata liberata a luglio ma non è stato fatto nulla per avviare la ricostruzione. Soprattutto nei quartieri occidentali ci sono ancora macerie. La liberazione è stata dolorosa e i costi per ricostruire saranno elevati: si stima serviranno 90 miliardi di dollari per ricostruire il Paese dopo la guerra a Isis.

© Arianna Pagani
© Arianna Pagani

Perché avete scelto di finanziare il progetto con una raccolta fondi dal basso?
SM 
Questo tipo di progetti ha un costo elevato, che non potevamo affrontare senza avere alle spalle una testata. Diverse testate straniere, come il Guardian o il New York Times, investono da tempo sui web-doc, ma in Italia purtroppo non è ancora così. Siamo convinte che il giornalismo debba sapersi adattare ai nuovi strumenti a disposizione. E i web doc permettono ai lettori di approfondire le storie, affrontando una complessità che non trova spazio nelle notizie della cronaca: oggi è difficile andare oltre lo stereotipo “Iraq = Isis” o “Iraq = terrorismo”. Non si riesce nemmeno a immaginare che ci siano donne che studiano, vanno all’università e si impegnano a cambiare il loro Paese.

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