Economia / Attualità

Le politiche di austerità violano i diritti. Chi le ha imposte è complice

Le strette di bilancio promosse durante la crisi dalle istituzioni finanziarie internazionali -come il Fondo monetario o la Banca mondiale- hanno prodotto effetti devastanti. Qualcuno ne risponderà? Intervista all’esperto Onu Juan Pablo Bohoslavsky

Tratto da Altreconomia 222 — Gennaio 2020
Juan Pablo Bohoslavsky, argentino, è professore all’Università di Rio Negro, in Patagonia. Dal 2014 è l’Esperto indipendente su debito estero e diritti umani designato dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite. In precedenza aveva lavorato per l’United Nations Conference on Trade and Development (UNCTAD), occupandosi sempre di debito © UN Photo / Jean-Marc Ferré

Gli Stati e le istituzioni finanziarie internazionali che negli ultimi 30 anni hanno portato avanti e sostenuto politiche di austerità e riforme regressive a scapito dei diritti umani devono risponderne. Dal giugno del 2014, Juan Pablo Bohoslavsky, giurista argentino, è l’Esperto indipendente delle Nazioni Unite in materia di debito estero degli Stati (e altre obbligazioni finanziarie internazionali) e diritti umani. Tra i suoi rapporti più recenti sottoposti all’attenzione dell’Assemblea generale dell’Onu ce n’è uno dell’estate 2019 che tratta proprio della responsabilità, testualmente “complicità”, delle istituzioni finanziarie internazionali (IFI) –Fondo monetario internazionale (FMI) e Banca mondiale in testa- per aver vincolato “aiuti” finanziari a Stati in difficoltà in cambio di programmi di erosione dei diritti sui luoghi di lavoro, restrizioni all’accesso ai servizi pubblici, tagli indiscriminati alla spesa, privatizzazioni.

Professor Bohoslavsky, partiamo dal concetto di “complicità”.
JPB Secondo gli standard del diritto internazionale, quel tipo di istituzioni (FMI, ad esempio) possono essere ritenute legalmente responsabili della promozione o dell’imposizione di politiche economiche che normalmente comportano violazioni dei diritti umani. Queste politiche, di solito, hanno a che fare con il consolidamento fiscale (per la riduzione del deficit e del debito) o con l’“aggiustamento” di bilancio, la privatizzazione e la deregolamentazione, in particolare durante i periodi di recessione.

Come ho scritto nel rapporto, se queste istituzioni possono essere ritenute responsabili del danno evitabile occorso alle persone colpite, ad esempio, da una diga che hanno finanziato, perché non dovrebbero esserlo per il danno evitabile cagionato ai diritti umani derivante da riforme economiche regressive?

Nel luglio 2019, in Tunisia, la Commissione per la verità e la dignità ha presentato al Fondo monetario internazionale e alla Banca Mondiale un memorandum per chiedere risarcimenti per le vittime delle violazioni dei diritti umani perpetrate nel Paese. Nel memorandum si è sostenuto che entrambe le istituzioni avessero spinto il governo tunisino ad attuare misure di austerità, consolidamento fiscale e misure di aggiustamento con implicazioni negative per i diritti umani della popolazione che, a loro volta, hanno portato a varie crisi sociali, economiche e politiche.

IFI acronimo di “istituzioni finanziarie internazionali”. Il report dell’esperto Onu prende in considerazione in particolare il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale

Quali sono stati gli effetti dell’austerità che ha considerato?
JPB In primo luogo dobbiamo chiarire che l’austerità sostenuta dal FMI e da altre IFI non significa affatto austerità per tutti. Ad esempio, non si pongono restrizioni sui ricavi dei “servizi” del debito nazionale a beneficio da creditori, nazionali o esteri; al contrario, è dimostrato che politiche economiche restrittive hanno aumentato i “costi” degli interessi. Detto questo, i tagli sono generalmente fatti a danno dei sussidi alimentari e dei servizi pubblici di base, dei salari reali, degli investimenti in alloggi e infrastrutture e della spesa pubblica per la ricerca, della sanità e dell’istruzione. Non è difficile intravedere le implicazioni negative per i diritti di questo tipo di austerità e il suo impatto negativo sulla crescita, la sostenibilità del debito e l’uguaglianza.

Inoltre, più l’economia è debole e più la sofferenza è prolungata dagli effetti negativi della contrazione fiscale. Un’ampia letteratura ha dimostrato che le misure di austerità non contribuiscono alla ripresa economica ma hanno conseguenze negative. Ad esempio, esaminando gli effetti delle misure di austerità adottate da un gruppo di Paesi europei nel periodo 2009-2013, si è visto che quanto più severe erano le misure di austerità, tanto più basso era il tasso di crescita del Pil. Come detto, in termini di ripercussioni negative che tali politiche hanno avuto sui diritti umani in diversi Paesi nel mondo, queste sono ben note e ampiamente documentate dagli organismi internazionali e regionali che tutelano i diritti umani: esse hanno un impatto su un’ampia gamma di diritti (cibo, alloggio, salute, istruzione, accesso all’acqua) e su gruppi di popolazione, in particolare quelli esposti a disuguaglianze cumulative o intersettoriali.

Quali sono i “casi” che avete considerato?
JPB Il nostro studio ha preso in esame gli ultimi tre decenni, concentrandosi in particolare sulle politiche economiche attuate a partire dalla grande crisi del 2008-2009 e coprendo casi provenienti da tutte le regioni. Per quanto riguarda le istituzioni, il FMI è senza dubbio in prima linea per il suo approccio ortodosso alle questioni economiche, ma le tesi e le conclusioni del rapporto si applicano a tutte le IFI che hanno raccomandato ai governi politiche macroeconomiche.

Una scritta contro il Fondo monetario internazionale ad Atene, in Grecia, nel 2015 – © Ithmus Flickr

Nel rapporto parla di “nesso causale”, perché?
JPB Secondo gli standard del diritto internazionale, le istituzioni finanziarie possono essere ritenute responsabili di complicità con riforme economiche che violano i diritti umani. Il nesso causale tra l’assistenza fornita (prestiti, sorveglianza o assistenza di natura tecnica, relative condizioni apposte ai prestiti), il coinvolgimento in un atto sbagliato (complicità) e il danno subito (violazioni dei diritti umani) è evidente e ben documentato. E la cognizione della natura ingiusta di tale atto potrebbe essere anche presunta se, quando si caldeggiano riforme economiche che normalmente comportano violazioni dei diritti umani, non viene effettuata una valutazione d’impatto ex ante. E la responsabilità legale per questa complicità comporta obblighi in termini di cessazione, non ripetizione e riparazione.

“Un primo e semplice passo sarebbe effettuare una valutazione d’impatto sui diritti umani prima di decidere qualsiasi politica economica”

Per quanto riguarda il rapporto tra i singoli Stati e le istituzioni internazionali viene sottolineata la “dinamica asimmetrica” tra le parti.
JPB Questo ha a che fare con le circostanze in cui si trovano gli Stati quando cercano assistenza da parte delle istituzioni finanziarie internazionali. Partono da una posizione svantaggiata e quindi le “condizioni” dei prestiti (ma non solo) sono spesso imposte e non sono necessariamente negoziate con i soggetti debitori, per non parlare delle loro popolazioni, che sono ancora meno coinvolte nelle consultazioni, discussioni o negoziati. Inoltre, negli ultimi decenni il campo di applicazione delle condizioni è stato in continua espansione. Tutto ciò contribuisce a far comprendere la pervasività e l’onnipresenza di quei termini nei principali affari nazionali, nonostante il netto rifiuto delle rispettive popolazioni e gli obiettivi (in teoria) socialmente orientati contenuti negli statuti delle stesse istituzioni finanziarie internazionali.

Con riferimento alle indicazioni del Fondo monetario, il rapporto sottolinea un “infondato ottimismo” dimostrato riguardo al successo delle politiche di austerità. Quanto era prevedibile questo fallimento?
JPB Ebbene, l’ultima revisione che il FMI ha fatto dell’impostazione dei suoi programmi e delle sue condizioni evidenzia come, tra il 2011 e il 2017, tre quarti dei programmi attuati con il suo sostegno hanno avuto solo in parte buon esito e che “le ipotesi di crescita immaginate erano spesso troppo ottimistiche”. Alla luce di questo ottimismo infondato, il FMI ha dichiarato che l’attendibilità e credibilità di questi programmi dovrà essere migliorata. E ha raccomandato, ad esempio, di riesaminare alcuni “compromessi nella concezione dei programmi”, consigliando, ad esempio, un approccio fiscale più attento, una verifica impostata caso per caso e una “analisi più precisa della sostenibilità del debito”.

Alla luce del duro giudizio che emerge dalla relazione sul lavoro del FMI e della Banca mondiale, ritiene possibile immaginare un meccanismo globale alternativo per rispondere alle diverse crisi del debito?
JPB Certo. Questo status quo non è un fenomeno meteorologico ma un contesto istituzionale che, lungi dall’assicurare un processo equo, tempestivo e affidabile di ristrutturazione del debito, o di alleggerimento del debito, va a vantaggio di pochi speculatori finanziari e a scapito di una rapida ripresa economica, dello sviluppo sostenibile, dell’uguaglianza, dei diritti umani e della coesione sociale.
Un primo e semplice passo sarebbe effettuare una valutazione d’impatto sui diritti umani prima di decidere qualsiasi politica economica, a partire dalle ristrutturazioni del debito.

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