Altre Economie / Attualità

La riscossa dei servizi pubblici che tornano patrimonio di tutti

Dall’acqua all’energia, dai rifiuti ai trasporti la privatizzazione fa marcia indietro in 1.600 città e 46 Paesi. Una ricerca del “Transnational Institute” ha censito 835 casi di “rimunicipalizzazione” in cui cittadini ed enti locali, dal 2000, si sono riappropriati di settori fondamentali per la collettività

Tratto da Altreconomia 196 — Settembre 2017
Una manifestazione a favore dell'acqua pubblica a Terrassa, cittadina spagnola vicino a Barcellona
Una manifestazione a favore dell'acqua pubblica a Terrassa, cittadina spagnola vicino a Barcellona

Dal febbraio di quest’anno, i cittadini di Oslo sono tornati “proprietari” della raccolta dei rifiuti. Si sono riappropriati di un servizio pubblico fondamentale appena in tempo. La Veireno, società privata che si era aggiudicata l’ultimo affidamento nell’ottobre 2016 -nella capitale della Norvegia, la pratica della gara durava da vent’anni-, era sull’orlo del fallimento e della bancarotta. Riassunti tutti i 170 dipendenti -che sotto Veireno erano costretti anche a settimane lavorative da 90 ore- e soddisfatti i beneficiari del servizio, più economico rispetto alla precedente gestione.

Per descrivere scelte analoghe a quella della città norvegese, gli studiosi del centro di ricerca internazionale “Transnational Institute” (TNI) hanno scelto una parola: “rimunicipalizzazione”. Ma non si sono limitati alla definizione: hanno misurato il fenomeno su scala mondiale. Un’onda lunga che dai primi anni Duemila sta attraversando le città dell’Europa, dell’India, fino all’America Latina, e restituendo ai cittadini la proprietà, la gestione e il controllo democratico dell’acqua, dei servizi sociali, della raccolta dei rifiuti, della produzione e distribuzione di energia, dei trasporti, dell’educazione scolastica, del governo locale di spazi verdi, attività culturali, sportive o delle politiche abitative.

È un percorso fatto di 835 esperienze condotte con successo, dal basso e a livello locale, in 1.600 città e in 45 Paesi. Satoko Kishimoto -ricercatrice e curatrice insieme a Olivier Petitjean della ricerca “Reclaiming Public Services”, pubblicata a metà 2017 da TNI- lo definisce untold: ovvero taciuto, rimosso, ridotto al silenzio dalla stagione dell’austerità e delle privatizzazioni.

“Noi abbiamo guardato dove i radar dei media e della politica tradizionale non arrivano -racconta ad Altreconomia-, incontrando migliaia di politici, pubblici ufficiali, lavoratori, sindacati o movimenti sociali che stanno lavorando per reclamare o creare da zero servizi pubblici in grado di rispondere ai bisogni primari delle persone e far fronte alle sfide sociali, ambientali e climatiche che abbiamo di fronte”. Quando dice “noi”, Kishimoto si riferisce alla fitta rete di ricercatori e realtà indipendenti che hanno risposto con entusiasmo alla proposta di tessere il disegno della rivincita della rimunicipalizzazione. La scintilla è arrivata nel 2015. “All’epoca -racconta la coordinatrice del Public Alternative Project di TNI dal suo ufficio di Bruxelles- organizzazioni della società civile e sigle sindacali affrontarono la tematica della proprietà e della gestione dell’acqua. Individuammo 235 casi di rimunicipalizzazione a Parigi, Berlino, Buenos Aires, Kuala Lumpur e Jakarta, in 37 Paesi e riguardanti oltre 100 milioni di persone (ce ne siamo occupati su Altreconomia 172 di giugno 2015, ndr)”. Da quel primo “censimento” (Our public water future) è nata l’idea di allargare lo spettro dei servizi, con la consapevolezza che una fotografia esatta di tutti i casi fosse improbabile.

Fonte: Rapporto TNI “Reclaiming Public Services How cities and citizens are turning back privatisation”, 2017

“Undici organizzazioni hanno lavorato insieme e raccolto dati per un anno e mezzo, riferendosi al periodo intercorso dal 2000 al gennaio 2017”, ricorda Kishimoto. Hanno predisposto sondaggi, questionari, interviste. L’European Federation of Public Service Unions (EFPSU) ha coinvolto i propri affiliati nel continente, raccogliendo input da 19 sigle sparse in 16 Paesi.

Dopo il metodo, si è passati all’analisi del merito. Gli 835 casi identificati sono stati suddivisi in sette ambiti (illustrati nell’infografica di queste pagine): acqua, rifiuti, energia, trasporti, educazione, salute e welfare, politiche di governo su scala locale. A far da padrone, l’energia (311 casi, di cui ben 284 in Germania) e il servizio idrico (267, 106 di questi concentrati in Francia, solo tre in Italia). Il “peso” dei due Paesi europei è presto spiegato. “La Germania è riconosciuta per la sua strategia di transizione energetica low carbon chiamata Energiewende -spiega Kishimoto-. La Francia, invece, vanta una lunga storia di privatizzazione del servizio idrico ed è la ‘casa’ di multinazionali leader del mercato globale come Suez (oggi ENGIE, ndr) e Veolia”. Uno è la conseguenza di scelte lungimiranti, l’altro è la reazione al monologo del mercato. Nel Nord Europa, e in particolare in Norvegia (21 casi), i processi di rimunicipalizzazione hanno riguardato soprattutto l’ambito della sanità e dei lavori dal risvolto sociale.

I curatori della ricerca preferiscono scrivere “(Ri)municipalizzazione”. “Utilizziamo la parentesi -spiega Kishimoto- perché in questa definizione comprendiamo anche la creazione ex novo di compagnie pubbliche che operano nel mercato liberalizzato”. 143 in totale, una parte minoritaria rispetto ai più classici percorsi di “de-privatizzazione” (692). Un esempio è lo Stato del Tamil Nadu in India, che, come ha spiegato Benny Kuruvilla, ricercatore TNI di stanza a Nuova Delhi, ha dato vita a mense aperte al pubblico per garantire pasti a prezzi accessibili, contrastando fame e malnutrizione. Un’altra forma è quella della ri-nazionalizzazione: si pensi alla “Tokyo Electric Power Company” (TEPCO), inglobata dal governo giapponese dopo il disastro di Fukushima (in attesa di essere rimessa sul mercato a condizioni favorevoli).

Il “flusso” della riappropriazione pubblica dei servizi e dei beni comuni (common good) è irregolare. “I casi che abbiamo registrato nel primo periodo, tra 2000 e 2008, sono solo il 17% del totale. Tutto il resto, ovvero l’83%, è concentrato nel secondo troncone (2009-2017). E quest’anno stiamo osservando l’avvio di processi interessanti nelle città spagnole di Cabrils -dove il Comune sta riprendendosi la manutenzione e la pulizia degli spazi pubblici, e immaginando di riportare all’interno il 90% del corpo lavoratore- e Cadice -che sta invertendo il percorso di outsourcing dei bagnini da spiaggia e dei servizi di pulizia degli edifici pubblici”. Una spiegazione logica della concentrazione nell’ultima fase non c’è, ammette Kishimoto. Che però riconosce alla città di Parigi un ruolo di guida nei processi in atto negli ultimi anni.

Fonte: Rapporto TNI “Reclaiming Public Services How cities and citizens are turning back privatisation”, 2017

“È un movimento forte e in crescita -sostiene la ricercatrice- che resiste alla spinta alle privatizzazioni e all’austerità proprio perché localizzato nelle città”. In che senso? “Lo scenario del nostro tempo è caratterizzato da un mercato interno dove i servizi pubblici, ci viene detto, devono essere messi a gara. L’austerità, le condizioni dei prestiti, le politiche imposte dai creditori, gli interessi delle multinazionali hanno come interlocutori unici e privilegiati i governi nazionali. Tutto ciò ha prodotto una divisione netta tra le città e quelli che chiamo i super Stati”.

È il caso della Catalogna, dove l’83,6% della popolazione consuma acqua gestita da compagnie private, in particolare dalla succursale di ENGIE “Aguas de Barcelona”. Un intero capitolo della ricerca di TNI è dedicato alle “municipalità” che da quelle parti rivendicano “acqua pubblica e democratica”. La prima, nel 2010, fu la città di Figaro. “Sette anni dopo, la porta della rimunicipalizzazione è di nuovo aperta”, ha scritto nel suo contributo alla ricerca Míriam Planas, aderente alla piattaforma civica “Aigua és Vida”. Planas guarda all’Associazione delle città catalane per la gestione pubblica dell’acqua, che mette insieme da Barcellona a Terrassa (qui i cittadini sono scesi in piazza a marzo per manifestare a favore della rimunicipalizzazione dopo 75 anni di concessione a favore della privata “Mina d’Aigües de Terrassa S.A.”), e rappresenta 2,5 milioni di persone.

Nel Regno Unito -come raccontano David Hall (Università di Greenwich) e Cat Hobbs (dell’organizzazione “We Own It”)- i casi registrati sono 64. Uno riguarda la città di Nottingham, 532mila abitanti. Nel 2015, il “consiglio comunale”, preso atto della difficoltà delle famiglie a far fronte alla bolletta dell’elettricità, decise di fondare un veicolo pubblico dal nome eloquente: “Robin Hood Energy”: nessun azionista privato, nessun bonus per i manager, prezzi trasparenti per gli utenti riducendo i margini in vigore. Leeds l’ha seguita nel 2016, dando vita alla “White Rose Energy”. Quest’anno, Bradford e Doncaster (600mila abitanti in tutto) hanno deciso di aderire alla partnership tra “White Rose” e “Robin Hood”.

“La rimunicipalizzazione non si riduce alla modifica formale della proprietà o della gestione di un servizio -riflette Kishimoto-. Il punto chiave è ristabilire un ethos pubblico e far proprio l’impegno dell’accesso universale alle prestazioni”. Ad esempio? “In tema di accesso non discriminatorio penso al servizio postale in Argentina, ri-nazionalizzato nel 2003, così come la compagnia area (nel 2008), per permettere anche agli ultimi di poterne beneficiare”.

Il titolo del paragrafo finale dell’indagine del TNI è una domanda. “L’andamento dei percorsi di rimunicipalizzazione è significativo se paragonato alle nuove privatizzazioni?”. Stiamo parlando di un fenomeno realmente diffuso o costretto ancora nel ruolo -pur rilevante- del simbolo? “Dati certi non ce ne sono e le forze in campo sono sproporzionate. In termini di flussi finanziari, il ‘vento’ della privatizzazione ha dimensioni enormi”, commenta Kishimoto. Che però rifiuta in partenza ogni forma di confronto. “È impossibile paragonare privatizzazioni e ‘de-privatizzazioni’, sono fondamentalmente diversi”. Perché? “La differenza principale riguarda i driver politici ed economici che li orientano: da un lato ci sono le grandi società e le istituzioni finanziarie internazionali. Dall’altro i cittadini e gli amministratori locali, con in mezzo i governi nazionali che troppo spesso appoggiano i primi.
Generalmente è molto più facile privatizzare un servizio pubblico che non ricostituirlo. Ma la cosa più importante è che le (ri)municipalizzazioni tracciano una ‘storia’ sociale e politica molto diversa da quella dalle privatizzazioni: è una storia fatta di lavoratori, di cittadini e di comuni che rivendicano e reinventano i servizi pubblici per tutti”.  Una storia con 835 personaggi, lunga 17 anni. Ancora tutta da scrivere.

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