Economia / Inchiesta

Google, la ricerca dà i suoi risultati

Ecco come la multinazionale del web (da 100 miliardi di dollari di fatturato nel 2017) finanzia università e think-tank in Europa

Tratto da Altreconomia 204 — Maggio 2018
L’amministratore delegato di Google, Sundar Pichai, durante una conferenza per sviluppatori a Mountain View, in California, nel 2017 © Andrej Sokolow/dpa

“Signore e signori, cari amici e colleghi, cari studenti, è un vero piacere per me darvi il benvenuto a quella che per il nostro collegio è un’occasione piuttosto speciale. Oggi, infatti, inauguriamo formalmente la ‘Google chair’ (cattedra, ndr) in Innovazione digitale”.

È il 17 gennaio 2018 e Jörg Monar, il rettore del prestigioso Collegio d’Europa di Bruges (in Belgio) fondato nel 1949, ha appena preso la parola per tracciare un identikit del nuovo corso e introdurre il titolare della cattedra, l’italiano Andrea Renda. Alla fine Monar passa ai ringraziamenti, o meglio, al ringraziamento. “Siamo davvero grati a Google per avere sponsorizzato questa cattedra”, spiega il rettore poco prima di fare una pausa, prender fiato e chiarire “con enfasi” un punto delicato: “Vi assicuro -dice rivolgendosi agli alunni ma parlando anche a chi guarderà la registrazione pubblicata sul canale YouTube dell’istituto- che se si fosse mai verificato un tentativo da parte di Google di influenzare l’attività del Collegio o di intaccare la nostra indipendenza accademica, noi non avremmo mai accettato di dar vita a questo corso”. Applausi. Poco dopo la parola passa al professor Renda, fresco “holder” della cattedra a Bruges e già a capo del dipartimento “regulatory policy” del più importante think-tank di Bruxelles, il Centre for European Policy Studies (CEPS). La sua prima lectio ha un titolo ambizioso: “Ex machina: le sfide etiche e di policy nell’era degli algoritmi”. Il “dilemma” di partenza riguarda le auto senza guidatore. Quella mattina Renda e Monar non immaginano che dall’altra parte del mondo qualcuno stia studiando il “loro” collegio. Si tratta della “Campaign for Accountability” (CfA, campaignforaccountability.org), organizzazione non-profit con sede a Washington e nata nel maggio 2015 con l’obiettivo di “indagare sulle azioni di potenti interessi a tutti i livelli della società, dalle più grandi aziende ai più piccoli governi”, come spiega ad Altreconomia il suo direttore esecutivo, Dan Stevens. I ricercatori di CfA sono in quel momento al lavoro su un report che vedrà la luce a metà marzo: “Google’s Academic Influence in Europe”, ovvero l’influenza di Google sul mondo accademico europeo. Trenta pagine ben sintetizzate dalle prime quattro righe del sommario: “Negli ultimi dieci anni, Google ha pesantemente investito in istituzioni accademiche europee per sviluppare una rete influente di accademici amichevoli, finanziando decine di milioni di euro a beneficio di think-tank, università e professori che poi hanno prodotto documenti di ricerca e papers a supporto dei suoi interessi di business”.

“Negli ultimi dieci anni, Google ha pesantemente investito in istituzioni accademiche europee per sviluppare una rete influente di accademici amichevoli” – CfA

Non è la prima volta che CfA si occupa del gigante digitale, in grado solo nel 2017 di realizzare tramite la propria casa madre “Alphabet Inc.” qualcosa come 110 miliardi di dollari di fatturato. Tramite il “Google transparency project”, infatti, l’organizzazione guidata da Stevens ha già pubblicato nell’estate del 2017 un primo rapporto (“Google Academics Inc”) dedicato all’influenza della multinazionale sugli atenei e sulla ricerca negli USA. Poi si è occupata dell’Europa, rilevando differenze importanti. “In questi anni, negli Stati Uniti, Google ha finanziato direttamente accademici o intrattenuto partnership con dipartimenti universitari -spiega Stevens- ma generalmente quel rapporto è sempre rimasto confinato ai singoli”. In quell’occasione, il “Google transparency project” aveva censito oltre 300 paper di ricerca pubblicati tra 2005 e 2017 e inerenti agli interessi di mercato di Google. In Europa, però, le cose sono andate diversamente.

“La strategia di Google è andata oltre -continua Stevens-, traducendosi ad esempio nella creazione ex novo di interi atenei o think-tank in Paesi considerati chiave”. È il caso dell’Alexander von Humboldt Institute for Internet and society (HIIG) fondato nel 2011 in seno all’Università Humboldt di Berlino. L’intera donazione iniziale è garantita dalla GFI gGmbH, organizzazione non-profit di Google. In quel momento la multinazionale sta affrontando sfide delicate in Germania, ricordano gli analisti di CfA: “Nel 2010, un anno prima della nascita dell’HIIG, l’azienda aveva appena ammesso di aver raccolto sistematicamente dati personali dai router Wi-Fi e altre informazioni nel suo progetto di mappatura tramite ‘Street View’, violando così le normative tedesche in tema di privacy”. La rete conserva ancora le fotografie della cerimonia di apertura dell’istituto berlinese nell’ottobre 2011. In una è ritratto David Drummond, tra i manager più importanti di Google, mentre consegna il logo del nuovo centro studi nelle mani dei direttori della ricerca. Secondo le stime di CfA, il finanziamento diretto di Google all’HIIG entro il 2019 sfiorerà quota 9 milioni di euro. “Tengo a precisare che il nostro istituto è trasparente per quanto riguarda le sue attività di ricerca e il suo finanziamento sin dalla sua fondazione”, premette Florian Lüdtke, che ha per conto dell’HIIG ha accettato di rispondere alle nostre domande. Il centro rivendica l’assoluta indipendenza dei suoi ricercatori ma conferma lo stretto legame con Google: “Dal 2016 -spiega Lüdtke- il finanziamento di Google ammonta a 1,5 milioni di euro l’anno, mentre tra il 2017 e il 2019 si attesterà a 750mila euro. Lo scorso anno la quota di finanziamento di Google ha rappresentato perciò il 65% delle risorse ottenute da privati, il resto è riferibile a soggetti come KPMG, Innogy foundation, CISCO o Volkswagen”.

Andrea Renda alla “Inaugural Lecture” della cattedra Google in Digital Innovation presso il Collegio d’Europa di Bruges, il 17 gennaio 2018 - © Stephanie Parmentier - College of Europe
Andrea Renda alla “Inaugural Lecture” della cattedra Google in Digital Innovation presso il Collegio d’Europa di Bruges, il 17 gennaio 2018 – © Stephanie Parmentier – College of Europe

La creazione di strutture come l’HIIG consente a Google di prender parte a tavole rotonde o conferenze alle quali sono invitati a dibattere anche importanti decisori politici, come Birgit Grundmann, segretario del ministro della Giustizia federale, o Guido Westerwelle, già titolare degli Esteri. A metà 2013 l’HIIG ha lanciato una rivista scientifica -l’Internet policy review (IPR)- per monitorare le scelte normative dei Paesi e far da serbatoio di ricerche accademiche. CfA ha passato al setaccio le biografie dei membri del comitato editoriale, riscontrando “legami” professionali e finanziari con Google. Uno di loro, che fa parte del board di IPR dal febbraio 2016, è Federico Morando, direttore della ricerca del “Centro Nexa su Internet & Società” presso il Politecnico di Torino fino al dicembre 2015. “Dal 2012 -spiega Stevens- Nexa ha ricevuto approssimativamente 300mila euro di finanziamenti da Google”. Prima della nostra richiesta di intervista, il professor Morando non era a conoscenza del report della “Campaign for Accountability”. “Mi sembra che quello di Cfa sia un lavoro interessante -riflette l’ex direttore del Centro Nexa dopo averlo scorso- perché è fuor di dubbio che Google in primis e gli altri grandi operatori stiano investendo da tempo, e Google da più tempo di altri, per supportare diversi tipi di ricerca, alcune delle quali vanno anche nella direzione di policy che gli interessano particolarmente. La ragione per cui gli analisti hanno reperito informazioni sul Centro Nexa deriva dal fatto che le mettiamo in rete proprio perché possano essere trovate”. Anche Morando, per il quale i finanziamenti di Google ammonterebbero in totale, “e certamente dal 2012”, in realtà a 150mila euro, difende l’indipendenza dei ricercatori: “Google ha un sistema di grant che supporta accademici e innovatori di altro tipo anche dentro le start-up per fare cose innovative che abbiano anche un impatto su internet -chiarisce-. Quindi precludersi la possibilità di avere quei fondi secondo me in questo momento non è una buona idea se è solo per il fatto che li fornisce Google. Sicuramente è un player importante, bisogna sapere che è un player con la sua agenda, ma sta all’etica dell’istituzione e del singolo ricercatore in primo luogo essere trasparente sul fatto che li abbia ricevuti e in secondo luogo non farsi influenzare troppo nella sua ricerca da questi fondi. Presso il Centro Nexa ci sono precise policy istituzionali che mirano ad ottenere questo risultato. Quello che posso aggiungere io è che non abbiamo mai subito pressioni per dire una cosa piuttosto che un’altra, anche nei casi in cui avevamo contatti con persone che in Google avevano delle opinioni ben specifiche sui temi di ricerca. Da questo punto di vista non ho mai trovato scorretto il loro comportamento. Immagino che Google scelga di finanziare quei ricercatori che hanno un approccio che sia un po’ più in linea con la loro agenda, però questo non lo posso sapere io -riconosce a voce alta Morando-. E sicuramente sui temi della neutralità della rete noi al centro Nexa eravamo favorevoli a un forte grado di neutralità e così anche Google, oppure allo stesso modo sul tema dei dati aperti noi siamo sempre stati sul lato dell’apertura e così anche Google, che se può accedere a più dati è più contento. Per cui sì, c’erano casi in cui effettivamente poteva esserci una comunione di conclusioni. Nel nostro caso le raggiungevamo con un ragionamento diverso da quello di Google però può darsi che questo abbia favorito il fatto che qualche finanziamento in più Nexa lo ricevesse. Ma sono supposizioni. A livello di influenza sulle ricerche fatte è sempre stata assolutamente zero e negli anni abbiamo costruito policy ad hoc per evitare qualsiasi interferenza”. Morando ha una sola critica al lavoro di CfA: “Nell’elenco degli istituti finanziati da Google ci sono quelli trasparenti, cioè quelli che non hanno niente da nascondere. Ne mancano tanti”. Quali? “Sarebbe antipatico fare i nomi”.

Lasciamo Torino e ritorniamo in Germania. A febbraio 2018, infatti, si è aggiunta un’altra tessera al mosaico tedesco: l’ex amministratore delegato di Google in persona, Eric Schimdt, ha annunciato un finanziamento triennale da 1,25 milioni di euro a beneficio della Technical University di Monaco. Lo scopo è quello di promuovere insieme progetti di ricerca in tema di intelligenza artificiale e innovazione digitale. Oltre al finanziamento diretto degli atenei, Google è attiva anche attraverso il supporto a think-tank, la costituzione di laboratori digitali e, come avvenuto a Bruges con il Collegio d’Europa, la creazione di cattedre accademiche, le “Google chair”. “Net:lab”, ad esempio, è un piattaforma aperta lanciata da Google a Parigi nel 2012 per “coinvolgere” sui temi cari all’azienda “esperti, decisori politici e utenti”. È molto simile al Digital economy lab (DELab) creato quattro anni fa in seno all’Università di Varsavia, in Polonia.

Alla Universidad CEU San Pablo di Madrid, invece, Google ha dato vita nel 2012 alla cattedra su privacy, società e innovazione. A coordinarla viene chiamato José Luis Piñar, professore di diritto amministrativo. “La scelta di nominare Piñar fu un’altra decisione strategicamente utile -scrivono i curatori del report di CfA-. Nel 2010, infatti, un cittadino spagnolo aveva presentato reclamo all’Agenzia spagnola per la protezione dei dati chiedendo a Google di rimuovere i suoi dati personali dal motore di ricerca”. Fu l’inizio della lunga vicenda giudiziaria che portò la Corte di giustizia dell’Unione europea a pronunciare nel maggio 2014 la storica sentenza sul cosiddetto “diritto all’oblio”: il motore di ricerca fu riconosciuto responsabile del trattamento dati dei suoi utenti e tenuto quindi a de-indicizzare le persone dietro loro richiesta (salvo i personaggi pubblici). Per Google fu un colpo duro al quale cercò di replicare dando vita a un gruppo di esperti che girò l’Europa a perorare le ragioni del colosso. Anche Piñar fu chiamato a farne parte (c’era anche un italiano, il professor Luciano Floridi dell’Università di Oxford, membro del comitato dei garanti del centro Nexa). Quattro anni dopo, il professore della CEU è stato nominato dalla “Abogacía” spagnola quale delegato alla protezione dei dati personali come previsto dal nuovo regolamento europeo sulla protezione dei dati che entrerà in vigore il 25 maggio 2018.

Il presidente di Google, Eric Schmidt (al centro) con Jose Luis Piñar (a sinistra) e David Drummond durante uno degli incontri organizzati dalla multinazionale per discutere di diritto all’oblio dopo la sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea del maggio 2014 - © Gonzalo Arroyo Moreno/Getty Images
Il presidente di Google, Eric Schmidt (al centro) con Jose Luis Piñar (a sinistra) e David Drummond durante uno degli incontri organizzati dalla multinazionale per discutere di diritto all’oblio dopo la sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea del maggio 2014 – © Gonzalo Arroyo Moreno/Getty Images

1,25 milioni di euro: il finanziamento triennale annunciato da Google alla Technical University di Monaco a partire dal 2018

Nel Regno Unito invece sta per compiere tre anni “Readie”, che sta per Research alliance for a digital Europe ed è un think-tank gestito dalla fondazione londinese Nesta. “Il finanziatore sembra essere uno solo -annotano gli autori di CfA-: Google”. E aggiungono: “Diversi lobbisti europei di Google hanno partecipato frequentemente agli eventi di Readie, dove si sono confrontati con i principali rappresentanti politici europei”. Al vertice “Digital Done Better” di Readie dell’ottobre 2016 furono riuniti 100 tra ministri, segretari di Stato e rappresentanti di 23 Paesi. Tema: la politica pubblica in campo digitale in Europa.

“Pur non avendo una lista puntuale chiediamo alle istituzioni che ottengono i nostri grant di rendere pubblico il supporto che ricevono” – portavoce di Google

Google è come un satellite. Il suo corpo celeste sono l’Unione europea e Bruxelles, Parlamento e Commissione in testa. Non è un caso che Google sia tra le principali aziende per attività di lobby iscritte al “Registro per la trasparenza” dell’Ue. Impiega oltre otto persone a tempo pieno per incontrare parlamentari, dirigenti o personale dei palazzi decisionali della capitale belga e nel solo 2016 ha investito a riguardo almeno 5,3 milioni di euro. La responsabile delle relazioni con l’Unione si chiama Lie Junius. Gli analisti della Campaign for Accountability la conoscono bene. Così come il rettore del Collegio d’Europa di Bruges, Jörg Monar. Quando ha perfezionato l’accordo con Google per finanziare la cattedra in “Digital innovation” (50mila euro circa all’anno) si è fatto scattare una fotografia. Sta stringendo la mano del suo interlocutore: Lie Junius. La stessa che il 10 aprile di quest’anno, accanto a Monar, ha aperto i lavori della prima edizione della “Conferenza annuale sull’innovazione digitale”, tenutasi proprio nell’ambito della “Google chair” del Collegio. Tra gli invitati: una parlamentare europea (Eva Kaili), un’analista e un consulente della Commissione europea (Susana Nascimento e Paul Nemitz). Le conclusioni le ha tenute il professor Andrea Renda, un passato alla LUISS e alla Duke University in North Carolina, e un lungo elenco di consulenze prestigiose per l’Ocse, Banca Mondiale, Parlamento e Commissione europea. Oltre alla cattedra di Bruges, come detto, è membro di spicco del CEPS, il più antico e influente think-tank di Bruxelles che ha recentemente accolto in qualità di “chairman” anche l’ex commissario europeo alla Concorrenza e antitrust Joaquin Almunia e l’ex manager Google William Echikson. Una parte consistente del lavoro di CfA si è concentrata proprio sul centro studi che ogni anno produce ricerca e strategie di policy per l’Unione. Tra i 198 finanziatori del CEPS, dal gennaio 2015, c’è anche Google. “Riceviamo da loro una quota associativa annuale pari a 12mila euro -spiega ad Altreconomia Harold Tor, capo dell’ufficio comunicazioni del CEPS-. Il contributo di Google rappresenta meno dell’1% delle nostre entrate. La posizione del CEPS nei confronti di tutti i suoi membri aziendali, incluso Google, è la stessa: l’iscrizione consente l’accesso gratuito ai nostri eventi e discussioni. Ma non consente ai membri di dettare le regole della ricerca”.

Secondo Dan Stevens, però, le cose sono andate diversamente. “A seguito della prima donazione, il CEPS ha iniziato a pubblicare una serie di documenti di policy che criticavano aspramente l’azione della Commissione europea contro Google”, in particolare in tema di concorrenza. Alcuni porterebbero la firma di Andrea Renda. “Google non ha mai finanziato una mia ricerca, neanche un taxi, ed è un membro del CEPS così come tanti altri -spiega l’interessato-. Sono ossessionato dalla mia indipendenza di pensiero, non sono uno che si fa facilmente tirare per la giacca, anzi. In passato ho fatto il consulente privato, poi proprio perché non era parte della mia indole, ho deciso di fare consulenza solo a istituzioni”.

Joaquín Almunia, ex commissario alla Concorrenza in Europa e oggi chairman al CEPS di Bruxelles, istituto finanziato tra gli altri anche da Google - © flickr.com/photos/deusto
Joaquín Almunia, ex commissario alla Concorrenza in Europa e oggi chairman al CEPS di Bruxelles, istituto finanziato tra gli altri anche da Google – © flickr.com/photos/deusto

Per Google è un periodo decisivo in Europa. Il nuovo commissario che ha preso il posto di Almunia è la danese Margrethe Vestager (vedi Ae 187), che il 27 giugno 2017 si è presentata in conferenza stampa per annunciare una multa da 2,42 miliardi di euro a carico di Google per un vantaggio illegale conferito ai propri servizi. L’obiezione che CfA muove a Renda e ai suoi paper è quella di aver ricalcato le tesi difensive di Google. “Ho scritto un paper all’inizio dell’istruttoria Antitrust contro Google, non ho scritto nulla dopo la decisione e di fatto non mi ha mai detto niente nessuno”, spiega Renda e rilancia. “La CfA è stata creata recentemente con un finanziamento di ORACLE, un rivale storico di Google, che paga questi ricercatori o analisti per scovare o individuare possibili casi dove Google stia facendo lobby nel senso negativo del termine, manipolando coscienze o distribuendo soldi affinché gli accademici in qualche modo si rivelino più favorevoli alle sue posizioni. Per me non è molto credibile come iniziativa, soprattutto perché sono venuti da me”. È davvero così? CfA è una protesi di ORACLE? Stevens sorride e risponde con un’altra domanda: “È vero o no quello che scriviamo?”. Una questione di merito che non è stato possibile sottoporre al vice-presidente della Commissione europea, Andrus Ansip, ex primo ministro dell’Estonia, con delega al mercato unico digitale. A metà dicembre 2017 è intervenuto con Almunia a un convegno sull’eccellenza digitale estone organizzato dal CEPS e in particolare da William Echikson, ex manager di Google poi transitato al think-tank.

La rete è fitta e solo Google potrebbe davvero fare chiarezza sui soggetti accademici o meno che finanzia annualmente. “Google è nata al dipartimento di computer science di Stanford e, sin da allora, abbiamo mantenuto solidi rapporti con università e istituti di ricerca di tutto il mondo e abbiamo sempre apprezzato la loro indipendenza e integrità -ha fatto sapere un portavoce dell’azienda ad Altreconomia-. Siamo felici di sostenere ricerche accademiche in Europa su temi diversi, dall’informatica all’innovazione, dalla libertà di espressione alla privacy e di aiutare ad amplificare le voci che sostengono i principi di una rete internet aperta. E a differenza dei nostri concorrenti che finanziano CfA, ci aspettiamo e richiediamo a coloro che ricevono i nostri grant di rendere noti i loro finanziamenti”. Oltre a un commento, però, la richiesta era circostanziata: esiste un quadro aggiornato dei soggetti accademici (università, think-tank, centri di ricerca) che Google finanzia in Europa? “Pur non avendo una lista puntuale chiediamo alle istituzioni che ottengono i nostri grant di rendere pubblico il supporto che ricevono”. Quindi la lista non esiste? A quel punto la conversazione s’interrompe. Il portavoce è fuori dall’ufficio, impegnato a seguire i lavori del Festival internazionale di giornalismo di Perugia di metà aprile. La kermesse ha due “main sponsor” (il cui sostegno non è dato conoscere). Uno è Facebook. L’altro è proprio Google.

© riproduzione riservata

Newsletter

Iscriviti e ricevi la newsletter settimanale di Altreconomia