Economia / Inchiesta

L’economia ai piedi delle multinazionali

Ecco perché tra fusioni, paradisi fiscali e lobby, le imprese transnazionali sono un pericolo per la democrazia. L’inchiesta di copertina di Altreconomia 186

Tratto da Altreconomia 186 — Ottobre 2016
Il quartier generale di Walmart, la prima corporation per fatturato, a Bentonville (Arkansas). Foto Dreamstime.com
Il quartier generale di Walmart, la prima corporation per fatturato, a Bentonville (Arkansas). Foto Dreamstime.com

Per annunciare al mondo l’inizio di una “nuova era dell’agricoltura”, il 14 settembre 2016, Werner Baumann e Hugh Grant hanno scelto un videomessaggio e una pagina web intitolata advancingtogether.com, avanzare insieme. Sulla carta, però, nessuno dei due è un uomo di governo, un ministro incaricato, un decisore politico. Il primo guida Bayer AG, colosso tedesco della farmaceutica che nel 2015 ha fatturato 51 miliardi di dollari; il secondo è l’amministratore delegato di Monsanto, multinazionale sementiera degli Stati Uniti, che lo scorso anno ha chiuso il bilancio con 15 miliardi di dollari di “entrate”. Questa fusione è il frutto della più grande acquisizione “in contanti” della storia delle imprese transnazionali: per scalare l’americana, Bayer ha offerto 66 miliardi di dollari -debiti inclusi- garantita dalle banche Merrill Lynch, Credit Suisse, Goldman Sachs, HSBC e JP Morgan. “Ciò che stiamo facendo -ha spiegato Baumann- è positivo per i consumatori, i produttori, i dipendenti e i nostri azionisti, che da questa transazione trarranno benefici”. L’operazione Bayer-Monsanto ha scavalcato per valore quella del giugno 2008 tra InBev SA (l’acquirente, produttore di birra) e Anheuser-Busch (l’acquistato) -59 miliardi di dollari- o quella in campo energetico tra Enel-Acciona (i compratori) ed Endesa, rilevata nell’aprile 2007 per 54,4 miliardi di dollari.

Prime5_Multi1Nel 2016, le prime dieci fusioni hanno ampiamente superato quota 300 miliardi di dollari (Bayer-Monsanto inclusa), con il contributo determinante del settore agrochimico (la svizzera Syngenta acquistata da ChemChina per 46 miliardi di dollari), tecnologico (Microsoft che compra LinkedIn per 26 miliardi di dollari, e Verizon che “conquista” di Yahoo! per 4,8 miliardi) e alimentare (Mondelez International ha investito 25 miliardi di dollari per assicurarsi Hershey). Fondersi, oggi, è l’imperativo delle multinazionali, tanto che la piattaforma finanziaria “Dealogic” -che si occupa di fornire al mercato statistiche e analisi degli andamenti- ne ha misurato il peso nell’ultimo anno e mezzo: 5mila miliardi di dollari nel 2015, oltre 2.200 nei primi mesi del 2016. Nel campo “M&A” (che sta per mergers and acquisitions, cioè fusioni e acquisizioni) è un susseguirsi di annunci. A fine agosto 2016, anche Potash e Agrium, entrambe canadesi e attive nella produzione di fertilizzanti, hanno avviato trattative per rispondere a un altro matrimonio societario, quello avviato nel dicembre 2015 tra Dow (chimica) e DuPont (agroindustria) e dal valore stimato di mercato di 130 miliardi di dollari (vedi Ae 180). Per non guardare al settore siderurgico, dove i due colossi cinesi Baosteel e Wuhan Iron & Steel -che insieme hanno una capitalizzazione di 16,3 miliardi di dollari- hanno anticipato a fine giugno di voler condividere una ristrutturazione “strategica”, unendo le forze. Dall’acciaio alla farmaceutica, con la multinazionale americana Pfizer che, dopo aver mancato la scalata all’irlandese Allergan per 160 miliardi di dollari nell’aprile 2016, ha recentemente acquistato il gruppo “biotech” Medivation per 14 miliardi, fino agli idrocarburi: in questo campo, l’ultima unione in vista, segnalata dalla Conferenza delle Nazioni Unite su commercio e sviluppo (UNCTAD, unctad.org) nell’ultimo World Investment Report, è quella tra Royal Dutch Shell -olandese e britannica al tempo stesso- e l’inglese BG Group, attiva nel campo della ricerca di gas, per 69 miliardi di dollari.

Più si concentrano, più diventano impenetrabili. L’ha riconosciuto proprio l’UNCTAD, che ogni anno scatta un’istantanea (parziale) della galassia delle imprese multinazionali. “Le prime 100 -si legge nel World Investment Report 2016- hanno ciascuna in media più di 500 società affiliate, attive in oltre 50 Paesi. La struttura proprietaria può raggiungere ben sette livelli gerarchici, e si contano circa 20 holding che controllano le consociate da diverse giurisdizioni, con 70 veicoli che agiscono in luoghi di investimento off-shore”. Il dato complessivo più attendibile sulla numerosità delle imprese è fermo al 2010, sempre fornito dalle Nazioni Unite: 82mila società, 810mila filiali, 124 milioni di dipendenti. Ma è l’ordine di grandezza che conta, così come il fatto che delle prime 100 “MNEs” (multinational enterprises) monitorate dall’Onu nel 2015, ben 52 fossero interamente di proprietà di istituzioni finanziarie private. Una di queste è “The Vanguard Group Inc.”, società d’investimento statunitense che gestisce “asset” per 3mila miliardi di dollari e risulta tra i primi azionisti di Monsanto (e quindi beneficerà della fusione con Bayer AG, a detta dell’ad di quest’ultima). O BlackRock, fondo d’investimento USA che “muove” un patrimonio di oltre 4.100 miliardi di dollari e ha investito anche in Volkswagen -salvo avanzare a settembre una richiesta di risarcimento di due miliardi di euro a un anno dal caso “Dieselgate”-.

I giganti finanziari (come Barclays, Jp Morgan, Deutsche Bank) non rientrano nella classifica delle prime 200 multinazionali stilata dall’UNCTAD (100 afferenti ai Paesi “sviluppati” e 100 ai Paesi “emergenti”). In testa c’è Wal-Mart Stores Inc., attiva nella grande distribuzione organizzata (Gdo), la prima al mondo per fatturato realizzato nel 2015: 482 miliardi di dollari, 2,3 milioni di dipendenti e un ipotizzato interesse per l’acquisizione della catena italiana “Esselunga”. Nella “top 10” delle prime 200 -che impiegano complessivamente 28 milioni di persone-, la metà delle società opera nel settore di estrazione o raffinazione di idrocarburi (Sinopec-China Petrochemical, China National Petroleum, Royal Dutch Shell, Exxon Mobil, BP). Apple e Samsung completano l’elenco (insieme alle “automobilistiche” Toyota e Volkswagen), con 233 e 196 miliardi di dollari di fatturato. Allargando lo spettro alle prime 500 “transnazionali” del mondo, includendo anche le realtà finanziarie, ci si accorge una volta di più che la crisi in corso a livello planetario dal 2007-2008 non pare aver scalfito il successo imprenditoriale dei nuovi “padroni del mondo”.

Prime5_Multi2Incrociando infatti i dati UNCTAD e quelli della rivista Fortune, come ha fatto per primo il Centro Nuovo Modello di Sviluppo diretto da Francesco Gesualdi (cnms.it), emerge che negli ultimi vent’anni, guardando ai dipendenti, ai ricavi, agli utili, le prime 200 “corporations” del Pianeta stanno meglio. Talvolta, ad esempio alla voce “utili”, molto meglio: +340%.  Di riflesso, è in crescita la pressione che esercitano sulle scelte dei decisori nazionali e internazionali. Il caso dell’attività lobbistica presso gli uffici dell’Unione europea è emblematico, soprattutto perché normato e reso (in parte) trasparente e teoricamente accessibile a tutti i cittadini. Persino il settimanale The Economist, in un recente approfondimento sui colossi transnazionali, ha dovuto riconoscere che per i corridoi comunitari si aggirano almeno 30mila professionisti incaricati di “promuovere” le istanze delle aziende. Alla luce del sole. In realtà, come dimostrano i dati pubblicati dalla piattaforma indipendente LobbyFacts.eu -frutto della collaborazione tra i network Corporate Europe Observatory (corporateeurope.org) e LobbyControl (lobbycontrol.de)- la trasparenza del registro è un miraggio. Tant’è che è necessaria un’operazione di “pulizia” e riordino dei dati, che ha preso forma nell’ultimo paper di LobbyFacts sull’identità dei lobbisti, che mette a confronto il 2012 e il 2016. Ci sono cinquanta imprese che nel giro di quattro anni hanno aumentato la propria spesa di “pressione” del 40%, portandola da 76 a 106 milioni di euro. In testa, nel 2016, c’è il colosso petrolifero Exxon Mobil (era secondo nel 2012), seguito a ruota da Shell, Microsoft, Deutsche Bank, Dow, Google e Volkswagen (la “top ten” è illustrata a pagina 15). La sola Exxon ha deciso di investire quasi 4,8 milioni di euro, pari a 13mila euro al giorno. L’italiana Enel è al 20esimo posto, con una cifra che si aggira intorno a due milioni di euro. Cresce, ma è più staccata, al 44esimo posto, anche la pressione di BlackRock (1,3 milioni di euro), così come quella di Amazon (1,6 milioni di euro, 35esima posizione).

Nell’elenco non compare Goldman Sachs -banca d’affari statunitense classificata al 252esimo posto del ranking di Fortune con un fatturato di 39 miliardi di dollari- che dal luglio del 2016 può contare su un contatto prezioso: il suo nuovo “presidente non esecutivo” è José-Manuel Barroso, presidente della Commissione europea per dieci anni, dal 2004 al 2014. Dinanzi alle proteste, anche sotto forma di petizioni online, il successore di Barroso, Jean-Claude Juncker, si è timidamente mosso per “approfondire” la posizione dell’ex Commissario europeo. Il quale, risentito, ha spedito una missiva al suo “erede” che offre uno spaccato interessante: “Queste azioni -ha scritto Barroso riferendosi alla proposta che un comitato etico valutasse la congruità dell’incarico- non solo sono discriminatorie ma appaiono inoltre come incompatibili con le decisioni che hanno riguardato altri membri della commissione”. È l’altra faccia del potere d’influenza, raccolta in un altro prezioso database che si chiama RevolvingDoorWatch (corporateeurope.org/revolvingdoorwatch), pubblicato e aggiornato in rete dal Corporate Europe Observatory. Revolving door sta per porta girevole: è un elenco, nome per nome, di chi ha lasciato cariche comunitarie pubbliche per accomodarsi in posizioni di vertice presso soggetti privati. E viceversa. L’ultimo elenco, in testa, è aperto da Barbara Gallani. Dal febbraio 2008 al marzo 2016 è stata “Director of Policy and Sustainability” della Federazione britannica “Food and Drink”, che rappresenta gli interessi delle aziende del settore. Nel maggio di quest’anno è diventata la responsabile delle comunicazioni e relazioni esterne dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA). Percorso inverso è quello di Nellie Kroes (olandese), ex commissario europeo per l’Agenda digitale dal 2010 al 2014, nella “squadra” di Barroso, che -almeno fino a maggio 2016- riveste ruoli nella banca americana Merrill Lynch e nelle piattaforme tecnologiche di Uber e Salesforce. O l’ex commissario al Commercio Karel De Gucht (belga), membro del consiglio d’amministrazione del colosso lussemburghese dell’acciaio ArcelorMittal (63 miliardi di dollari di fatturato nel 2015, 42esima multinazionale nella classifica dell’UNCTAD e persino nell’elenco dei primi 50 lobbisti comunitari). Pur con sensibili differenze, anche il nostro Paese ha affidato un settore (pubblico) strategico a un uomo chiave di un’impresa privata. Diego Piacentini, già vice-presidente di Amazon (107miliardi di dollari, sotto inchiesta a livello comunitario per i suoi accordi fiscali con il Lussemburgo), ha assunto l’incarico di commissario al digitale su indicazione del presidente del Consiglio, Matteo Renzi, nel settembre 2016.

PorteGirevoliNegli Stati Uniti, in certi casi, questa sovrapposizione d’interessi è addirittura contestuale: a marzo, il Segretario alla Difesa Ash Carter ha chiamato l’amministratore delegato di Google, Eric Schmidt, a dirigere un gruppo interno al Pentagono in tema di innovazione tecnologica.

È un potere esercitato senza imbarazzi. Un’altra prova recente è legata al “caso” Apple-Irlanda. Il 30 agosto 2016, la Commissione europea -in particolare il commissario competente, la danese Margrethe Vestager- ha ricostruito dettagliatamente il trattamento fiscale “illegale” riservato dal Paese alla multinazionale. Un meccanismo che avrebbe garantito, tra il 2003 e il 2014, vantaggi “indebiti” per 13 miliardi di euro. La reazione (preventivabile) non si è ridotta solo allo sdegno di Tim Cook. Venti giorni dopo la decisione di Vestager, infatti, 185 amministratori delegati di alcune importanti società degli Stati Uniti, riuniti nella “Business Roundtable”, hanno scritto una lettera aperta, riproposta dal Financial Times. Destinatari: i capi di governo dei 28 Paesi dell’Unione europea, il ministro delle Finanze tedesco, i presidenti di Consiglio e Commissione europea, il commissario Vestager, e i tre segretari americani di Stato, Tesoro e Commercio. A firmarla è il presidente della “tavola rotonda”, John Engler, governatore repubblicano del Michigan dal 1991 al 2003. Il “comitato esecutivo” di cui è portavoce associa tra gli altri i vertici di Wal-Mart, Boeing, Jp Morgan, Exxon, Dow, Mastercard. Il tono di Engler è diretto: “Nell’interesse di tutti i Paesi che rispettano la legge -scrive- questa decisione (quella della Commissione europea contro l’Irlanda, ndr)  non può essere ammessa”. Si tratterebbe di un pericoloso “precedente”, una “grave ferita autoinflitta” per l’Unione europea e i suoi cittadini. “Vi esorto a lavorare attivamente insieme ai vostri colleghi per ribaltare questa decisione e cercare di metter fine alla prassi delle indagini sugli aiuti di Stato”,  che sono di fatto un “ostacolo per la crescita economica”. Vestager, al momento, pare non raccogliere l’invito pressante. Tre giorni dopo la lettera arrivata dagli USA, ha dato il la a una nuova indagine sugli accordi fiscali intercorsi questa volta tra il Lussemburgo ed Engie, che dal 2015 è il nuovo nome della multiutility francese GDF SUEZ (33esima nella classifica delle “top 100” secondo le Nazioni Unite con 77 miliardi di dollari di fatturato annuo, in Italia è azionista di Acea).

Il technology centre di Shell, ad Amsterdam
Il technology centre di Shell, ad Amsterdam

Nella missiva, il presidente della “Business Roundtable” Usa dimentica un “ostacolo”, che l’UNCTAD al contrario non omette nel racconto delle multinazionali contemporanee. Quello cioè dei paradisi fiscali (nel World Investment Report si parla proprio di “tax havens”), laddove sarebbero custoditi (o “nascosti”) almeno 7.600 miliardi di dollari. Il caso di scuola è quello dei Paesi Bassi, dove risiedono stabilmente (soltanto) dodici colossi multinazionali dei 500 messi della lista Fortune: l’Olanda è infatti il Paese al mondo dove le imprese multinazionali registrano i risultati migliori attraverso le proprie consociate; nel 2014, 155 miliardi di dollari su 1.260, pari al 18% del prodotto interno lordo del Paese.

I curatori del rapporto dell’UNCTAD lo riconoscono con un velato sarcasmo: Bermuda (44 miliardi di dollari) è più “profittevole” della Cina (36). Con la differenza che la bolla off-shore nell’arcipelago caraibico rappresenta il 779,4% in relazione al suo Pil. EMultinazionali_Lobbing così le Cayman (dove i profitti via consociate rappresentano l’874,9% in relazione al Pil). Seguono il Paese guidato per 18 anni dall’attuale presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, cioè il Lussemburgo (114%), l’Irlanda (24,3%) e Singapore (18,6%). È un fenomeno che cresce, nonostante gli impegni annunciati a livello di Fondo monetario internazionale o in sede OCSE, attraverso le “Linee Guida destinate alle imprese multinazionali”. “La quota globale degli investimenti diretti all’estero (FDI) che transitano per i paradisi fiscali -certifica prudenzialmente l’UNCTAD- è raddoppiata dal 5 al 10 per cento tra l’inizio e la fine degli anni 2000”. Parlando di un “problema gigantesco” dai “contraccolpi negativi per tutti” -in particolare rispetto alle fusioni in atto-, l’Economist ha ritenuto che quella percentuale fosse sottostimata di almeno venti punti.
È un tema che il settimanale londinese conosce da vicino. Il suo principale azionista è EXOR Group (152 miliardi di dollari di ricavi nel 2015), ovvero la holding di proprietà della famiglia Agnelli. Anch’essa è stata protagonista di una fusione: all’inizio del settembre 2016, l’assemblea degli azionisti ha infatti approvato la “fusione transfrontaliera per incorporazione” nella EXOR Holding NV. Una società di diritto olandese.

 

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