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In Trentino l’accoglienza dei migranti era un modello d’eccellenza. Ma è stato smantellato

Secondo uno studio pubblicato da Fondazione Migrantes e curato da Euricse, negli ultimi dieci anni a Trento si è sviluppato un sistema di accoglienza unico con ricadute positive per richiedenti asilo e comunità ospitanti. Ma gli effetti del primo “Decreto sicurezza” e le politiche locali lo hanno fortemente ridimensionato, mettendone a rischio la sopravvivenza

Trento © Pietro De Grandi - Unsplash

“Nell’unica Provincia in cui esisteva un sistema di accoglienza centralizzato e ben funzionante, questo è stato smantellato rapidamente e in maniera drastica”. È la conclusione a cui arriva il quaderno di Fondazione Migrantes intitolato “Il tramonto dell’accoglienza in Trentino”, sulla base di uno studio condotto dall’istituto di ricerca Euricse e commissionato dalla cooperativa sociale Arcobaleno, dal Centro Astalli, Atas, Cgil e Kaleidoscopio. A Trento il sistema di accoglienza è stato di fatto demolito a causa dell’effetto combinato del cosiddetto primo “Decreto sicurezza” (Decreto legge 113/2018) e dell’insediamento nella Provincia autonoma di una nuova giunta guidata dalla Lega.

Facciamo un passo indietro. Dal 2001 è presente sul territorio il CINFORMI, ente creato dalla Provincia con lo scopo di coordinare i servizi legati all’immigrazione a livello territoriale e di supportare la questura. La stretta collaborazione tra realtà private e pubbliche è stata uno dei fattori che ha permesso all’accoglienza trentina di raggiungere ottimi risultati, portando le realtà coinvolte ad offrire servizi di qualità per i migranti e per le comunità ospitanti. Una ricaduta positiva che si può osservare anche sul piano economico: “Ogni euro speso per l’accoglienza dei migranti -indica il rapporto- ha generato quasi due euro di valore”. Per una spesa che nel 2016 è stata quantificata in 9,4 milioni di euro è stato generato un “ritorno” per 18,5 milioni.

Poi però nel 2019 sono intervenuti cambiamenti significativi. Il numero delle strutture dove i richiedenti asilo erano ospitati è stato ridotto notevolmente (84 a fine 2019, quando erano 170 un anno prima), segnando un abbandono del modello dell’accoglienza diffusa a cui si mirava in precedenza per puntare invece sui grandi centri: è calato quindi anche il numero di Comuni coinvolti, appena 25 un anno fa dopo che si era raggiunto un picco di 69 nel 2018 (due terzi del totale dei richiedenti asilo sono però sempre stati ospitati a Trento e Rovereto). Il taglio delle risorse ha inoltre portato a far venire meno una serie di servizi offerti in precedenza: il rapporto cita “i corsi di lingua italiana, l’attività di orientamento al lavoro e il supporto psicologico dei richiedenti protezione”. Se la riduzione dei finanziamenti è riconducibile al primo “Decreto Salvini”, delle altre misure è stata invece responsabile la nuova giunta leghista, vittoriosa nel 2018 a seguito di una campagna basata proprio sulla condanna delle politiche d’accoglienza allora vigenti. Paolo Boccagni, ricercatore e tra gli autori del rapporto, sottolinea come “La gestione delle politiche migratorie non segua tanto la necessità di governare il fenomeno, quanto la volontà di mandare un messaggio di sicurezza e discontinuità. Ancora prima della volontà di risparmio”.

Colpito dal cambiamento dovuto al citato decreto e alle scelte politiche provinciali, il sistema di accoglienza trentino è ora esposto al forte rischio di un malfunzionamento che avrebbe senz’altro un riflesso negativo sull’intera provincia. “Nelle politiche sociali non si può guardare solo ai costi immediati. Il prezzo viene poi pagato dai territori”, spiega infatti Mariacristina Molfetta, antropologa e parte di Fondazione Migrantes.

Sebbene sia troppo presto per valutare l’impatto effettivo del cambio di rotta, il rapporto individua le criticità che stanno emergendo e saranno evidenti nel prossimo futuro. Per quanto riguarda i richiedenti asilo, la minore offerta di servizi conduce a una marginalità maggiore, che si traduce in una difficoltà a monitorare le loro esigenze ma anche il loro inserimento nel mercato del lavoro, portando a un aumento del ricorso a lavoro nero e grigio; questa tendenza è senz’altro rafforzata dalla crescita del numero di “irregolari”, dovuta alla cancellazione della protezione umanitaria (ora in parte ripristinata).

A essere danneggiati sono anche i 20 enti gestori impegnati nel settore. Il documento evidenzia infatti come questi, abituati a fare affidamento su un sistema centralizzato, fatichino a reagire al cambio di orientamento della Provincia: ritrovatesi improvvisamente senza il sostegno centrale, con il CINFORMI allineato alla volontà della giunta e quindi non più collaborativo, le realtà dell’accoglienza si scoprono non più pronte a essere autonome e a dover fare affidamento su una propria progettualità. Inoltre i cambiamenti hanno provocato la scomparsa di posti di lavoro e, aspetto non trascurabile, la dispersione del know how accumulato in anni di lavoro nel settore, spesso riutilizzabile solo in parte in altre attività.

Esistono però anche degli aspetti positivi. Per quanto riguarda le cooperative e le associazioni legate all’accoglienza, il rapporto evidenzia come questo debba essere un momento di vivacità e rinnovamento, fondamentali per sopravvivere: il contesto negativo rende necessario acquisire la capacità di “attrarre finanziamenti esterni ma anche porsi come interlocutori critici, competenti e innovativi”. Infine il quaderno osserva come in Trentino esista un “substrato sociale e culturale delle politiche pubbliche dell’ultimo decennio, fatto di spazi di incontro, reti solidali, iniziative di prossimità, che permane nel tempo”. Un tessuto sociale resistente che ha saputo mitigare gli effetti dal cambiamento improvviso: un terreno da cui ripartire.

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