Diritti / Inchiesta

L’accoglienza due anni dopo il “decreto Salvini”, tra crollo dei posti e inutilizzo di quelli rimasti

Le persone ospitate nei centri sono passate dalle 183mila di fine 2017 alle 83mila di oggi. L’emorragia è nelle strutture prefettizie, penalizzate dalle condizioni di gara di fine 2018, ancora in vigore. Chi grida alla “saturazione” e invoca chiusure è smentito dai fatti: i posti non occupati tra Cas e SIPROIMI sono oltre 24mila

Il sistema di accoglienza italiano conta oltre 24mila posti disponibili ma non occupati, esattamente il contrario della situazione satura ormai in procinto di “esplodere” prospettata nell’estate di quest’anno a livello nazionale e in Sicilia. Lo certificano i dati del ministero dell’Interno trasmessi ad Altreconomia a fine settembre che fotografano invece il crollo avvenuto in appena tre anni del numero delle persone ospitate nei centri. A fine 2017, infatti, i richiedenti asilo e i beneficiari di protezione presenti nelle strutture “temporanee” o in quelle diffuse afferenti al Sistema di protezione per titolari di protezione internazionale e per i minori stranieri non accompagnati (SIPROIMI) erano poco più di 183mila, oggi sono scesi a quota 83mila.

L’emorragia più rilevante è nei centri di accoglienza straordinaria (Cas) in capo alle prefetture e riservati, per effetto del “decreto Salvini” dell’ottobre 2018 (dl 113/2018), ai richiedenti protezione internazionale. Nei primi sette mesi di quest’anno la “capienza secondo convenzione”, ovvero quella prevista nei contratti tra le prefetture e i gestori dei centri, è passata da 82.943 a 73.740 posti (-11%). 10mila posti e circa 600 strutture in meno da gennaio a luglio.

“Siamo di fronte a una vera e propria emorragia dovuta in prevalenza a un diffuso abbandono da parte degli enti gestori che non hanno rinnovato le convenzioni con le prefetture”, commenta Gianfranco Schiavone, del direttivo dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) e presidente del Consorzio italiano di solidarietà-Ufficio rifugiati onlus di Trieste. “Quelli che abbiamo perso nelle gare andate deserte e nei mancati rinnovi erano i posti di maggiore qualità -continua-, penalizzati dal capitolato di gara di appalto approvato il 20 novembre 2018 con decreto ministeriale a firma di Matteo Salvini e che ha previsto un costo pro capite pro die irrisorio mentre, in linea generale, sono rimaste aperte le grandi strutture, più scadenti e degradate, che producono marginalità e tensione sociale”.
Quello “schema” di capitolato -come ha spiegato Monia Giovannetti nel prezioso volume “Ius migrandi” curato insieme a Nazzarena Zorzella (edizioni FrancoAngeli)- ha infatti escluso nei Cas qualsiasi “intervento volto all’integrazione (in primis l’insegnamento della lingua italiana e la formazione atta ad agevolare l’accesso al mondo del lavoro), al sostegno psicologico o quelli relativi all’orientamento sul territorio”, determinando così una forte contrazione dei costi, il “potenziamento dei centri governativi medio-grandi”, l’abbandono dell'”approccio di servizio alla persona” e la “spersonalizzazione dell’intervento”.
“Non sono però solamente i programmi per l’integrazione sociale ad essere venuti meno -sottolinea Schiavone- ma è l’accoglienza in sé a risultare prosciugata dal momento che le strutture non sono più luoghi, belli o brutti, di vita normale, bensì sono divenuti depositi di esseri umani custoditi da operatori trasfigurati in sorveglianti (uno ogni 50 persone è la media delle strutture) e senza mediatori linguistici (il tempo medio di mediazione linguistica di cui può usufruire un richiedente asilo nei Cas è oggi di 1,7 minuti al giorno) perché, appunto, ogni forma di interazione che va al di là della consegna di oggetti o dell’invio di ordini collettivi è ritenuto superfluo”.

Nonostante il cambio di governo, quella esplicita volontà di far sprofondare le strutture di accoglienza nel degrado e di separare accoglienza e integrazione sociale è rimasta intatta, dagli impropriamente detti “decreti sicurezza” al capitolato. “Il Viminale avrebbe potuto e dovuto cambiare le ‘regole’ di gestione, rivedere gli importi con una semplice iniziativa amministrativa e così frenare la caduta libera dei posti e della loro qualità -osserva Schiavone- invece non lo ha fatto. Non è il percorso più articolato della modifica dei decreti sicurezza -che pare finalmente giungere al termine con l’approvazione del provvedimento di riforma che prevede il ritorno (che si prospetta però molto lento e graduale), al sistema dell’accoglienza diffusa- ma una scelta urgente che doveva precedere questo cambiamento ma che non è avvenuta e che ha prodotto effetti gravi. Perché il ministero non ha provveduto e non ha chiesto alle prefetture di recuperare le strutture più adeguate tra quelle che andavano chiudendo? Qualcuno nell’apparato del Viminale, ha forse ha ritenuto, commettendo un errore macroscopico di valutazione (o forse volendo continuare l’approccio ideologico precedente?) che non avessimo più bisogno di posti”.

Crollano i posti e quelli che ci sono non vengono completamente occupati. A fine luglio 2020 nei centri di accoglienza straordinaria a fronte dei 73.740 posti convenzionati già citati erano registrate 59.326 presenze. La differenza supera le 14mila unità. Nessuna Regione, Sicilia inclusa, era “satura”. “Perché quei posti sono rimasti vuoti nonostante gli arrivi via mare e dalla ‘Rotta balcanica’?”, si domanda Schiavone. “L’intero sistema di accoglienza pare nel caos, mentre da Lampedusa non si facevano i trasferimenti e sulla frontiera terrestre si continuano a compiere i respingimenti motivandoli sottovoce con la mancanza di posti”.

Anche sul versante dell’accoglienza diffusa del SIPROIMI -sistema “riservato” dal “decreto Salvini” ai soli titolari di protezione internazionale, ai minori stranieri non accompagnati e ad altre tipologie- la situazione è problematica. A fine luglio 2020 circa un terzo dei posti erano vuoti. Posti da progetti: 30.682. Presenti: 21.564. “Probabilmente quei 9mila posti sono vuoti da molto tempo, come riferito da diversi referenti dei progetti territoriali in numerose occasioni -spiega Schiavone-. Mancano i titolari di protezione in Italia, mi chiedo? O gli stessi sono stati fatti uscire troppo presto dal sistema con eccesso di zelo e ora, non ancora pienamente autonomi, magari si ritrovano a chiedere assistenza sociale ai comuni?”.

Con il “decreto Rilancio” del 19 maggio 2020, è stata prevista la possibilità di accogliere i richiedenti anche nei centri “diffusi”, per un termine però “non superiore ai sei mesi successivi alla cessazione dello stato di emergenza”. Dati del Viminale alla mano, i trasferimenti sarebbero stati 1.020 dal 30 maggio al 27 luglio di quest’anno. La Sicilia guida la classifica in tema di “provenienza”: su 12 zone, otto sono riferite a quella Regione (con 366 richiedenti trasferiti da “Lampedusa-Porto Empedocle”).

“Il SIPROIMI non è quindi stato utilizzato, se non in minima parte, per l’accoglienza dei richiedenti protezione internazionale -conclude Schiavone-, e nello stesso tempo, come dimostra la situazione dei posti, è fortemente sottoutilizzato per l’inclusione sociale dei titolari di protezione. Uno scenario di cui nessuno parla ma che richiede urgenti approfondimenti”.

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