Diritti / Approfondimento

In Sicilia tra i braccianti senza tutele: la Gdo, non lo Stato, detta le regole

Nel ragusano i lavoratori vivono in baracche, con paghe orarie irrisorie senza adeguati servizi di trasporto. È il caporalato dei servizi. La grande distribuzione impone i prezzi, le aziende sfruttano ma le istituzioni non intervengono

Tratto da Altreconomia 248 — Maggio 2022
A lato un casolare in cui vivono i braccianti situato nella “Fascia trasformata”, una striscia di terra lunga circa 80 chilometri lungo costa meridionale della Sicilia tra le province di Caltanissetta, Siracusa e Ragusa © Orsetta Bellani

Yussuf ci ha messo sei anni e decine di lotte sindacali per arrivare a guadagnare cinque euro l’ora. Oggi lavora come bracciante in un’azienda biologica nella provincia di Ragusa, dove si producono pomodori in serra. “Sempre meglio dei miei amici che non arrivano a 30 euro per otto ore di lavoro”, dice il giovane senegalese, che ora riesce a pagare l’affitto di una stanza a Vittoria (RG) e si è comprato un motorino per andare a lavorare a Scoglitti. Quando Yussuf ha lasciato il Senegal non pensava all’Italia. È migrato prima in Gambia, poi in Guinea Bissau e in Mali, ma non ha trovato un buon lavoro. Ha quindi deciso di cercare fortuna in Libia, attraversando il Sahara nascosto in un pick-up con altre trenta persone; un viaggio di tre giorni senza cibo.

In Libia ha lavorato come bracciante ma la polizia gli ha rubato i soldi, l’ha rinchiuso in carcere e, una volta scappato, è finito a vivere nella discarica di Tripoli, dove ha incontrato un uomo che gli ha pagato il viaggio per l’Italia. Nella traversata sono morti tre dei suoi compagni. Yussuf racconta la sua storia con tono calmo e a voce bassa, seduto su un gradino in una piazza di Vittoria, la città che ospita uno dei mercati ortofrutticoli più grandi d’Italia, da cui gli ortaggi vengono distribuiti in tutto il Paese e anche all’estero. Intorno a Vittoria ci sono solo serre, una distesa così grande e compatta che su Google Maps dipinge un’enorme macchia bianca. Si chiama “Fascia trasformata” ed è una striscia di circa 80 chilometri di serre nella costa meridionale della Sicilia, più a Sud di Tunisi, tra le province di Caltanissetta, Siracusa e Ragusa. Un volume di affari su cui ha messo gli occhi la Stidda, l’organizzazione criminale nata da una scissione di Cosa Nostra che dagli anni Ottanta controlla questa zona. La Stidda non gestisce direttamente lavoratori o aziende ma si occupa di altre attività connesse: dalla produzione e riciclo della plastica delle serre agli imballaggi e trasporto della merce.

Secondo il libro “La Fascia Trasformata nel ragusano. Diritti dei lavoratori, migranti, agromafie e salute pubblica”, pubblicato da Sicilia Punto L (estate 2021), qui operano tremila aziende agricole, in parte biologiche, che danno lavoro a circa 30mila persone. La metà sono migranti che in molti casi guadagnano un terzo del salario minimo. “Da più di un anno sono diventato sindacalista, anche grazie al fatto che parlo tante lingue e posso comunicare con i lavoratori arrivati da poco -dice Yussuf-. Molti braccianti non sono in regola e dobbiamo combattere questa cosa. Spesso se hanno un contratto e una busta paga sono finti, nel senso che vengono contati meno giorni di lavoro rispetto a quelli effettivi”.

Le serre apparvero in questa Regione tra le città di Pachino e Gela una cinquantina di anni fa, permettendo un aumento della produzione di sette volte. Verso la fine degli anni Settanta arrivarono i primi migranti, soprattutto dalla Tunisia e dal Marocco, e vennero impiegati nelle serre con salari miseri. La situazione dei braccianti è cambiata poco da allora, quello che si è modificato è il mercato: oggi è la Grande distribuzione organizzata (Gdo) a imporre i prezzi degli ortaggi ai produttori, che per continuare ad avere alti margini di guadagno mantengono bassi i salari dei lavoratori. 

Il sole che cala sul mare di Marina di Acate (RG) si riflette sui teloni bianchi delle serre ed acceca. Le aziende agricole si succedono una dietro l’altra e sembrano arrivare a toccare la spiaggia. Al di là delle serre ci sono altre serre e, tra una e l’altra, delle strade in cattive condizioni. Michele Mililli, ragusano dell’Unione sindacale di base (Usb), le conosce perfettamente. Guida con destrezza tra le stradine tortuose senza perdersi. Viene spesso in zona con il suo collega Giuseppe Prato: vanno di azienda agricola in azienda agricola parlando ai braccianti dei loro diritti. Tra le serre appaiono dei casolari che sembrano abbandonati, e delle baracche. “Vedi, ci sono i panni stesi -dice Prato-. Sicuramente non sono abitabili ma i braccianti ci vivono”.

Secondo i due militanti della Usb, la legge 199 del 2016 -la cosiddetta “Legge contro il caporalato”- non ha cambiato quasi nulla. “C’erano lavoratori qui, donne e bambini, una trentina di persone tenuti in baracche e sfruttati -spiega Mililli quando passiamo davanti a un casolare-. La polizia ha sequestrato l’azienda, il proprietario è stato condannato a costruire alloggi dignitosi per i lavoratori. Ma sono passati sei anni e gli alloggi non ci sono, e lui continua ad amministrare l’azienda agricola”. I sindacalisti ragusani raccontano che qui, più che di un “caporalato classico”, si parla di un “caporalato dei servizi”. Nella “Fascia trasformata” non esistono servizi di base come il trasporto pubblico e i braccianti, che vivono tra le serre in campagne completamente isolate dal mondo esterno, sono costretti a pagare cifre esorbitanti se si vogliono muovere. “Una bracciante ci ha raccontato di aver pagato 40 euro a un tassista abusivo per raggiungere una farmacia che era a 12 chilometri di distanza, ci mette quasi due giorni di lavoro per guadagnarli”, dicono i militanti della Usb.

Sarebbero circa 30mila i lavoratori delle aziende agricole operanti nella “Fascia trasformata”. La metà di questi sono migranti: si calcola che in molti casi ricevano uno stipendio pari a un terzo del salario minimo

Mililli parcheggia accanto a una serra. La strada è deserta e gli unici segnali di vita sono i panni stesi davanti ai casolari, i giocattoli dei bambini nei cortili e la spazzatura, che non viene raccolta dal Comune. È dappertutto, costeggia ogni strada e viene bruciata in roghi dal fumo nero e fetido. Sono rifiuti prodotti dagli abitanti della “Fascia trasformata”, ma anche dalle serre: tubi per l’irrigazione, bottiglie di fertilizzante, teli di plastica. “Questa azienda agricola produce pomodori letteralmente su una montagna di spazzatura”, dice Mililli mostrando una collinetta costituita da terra e strati di rifiuti: pezzi di plastica, bottiglie di vetro, polistirolo. Lì si afferrano le radici di piante di pomodori che finiranno sulle nostre tavole. In queste terre si raccoglie il 70% della produzione nazionale di pomodori, melanzane e zucchine.

Le serre con il mare di Marina di Acate (RG) sullo sfondo © Orsetta Bellani

Nella “Fascia trasformata” i lavoratori migranti che si ribellano vengono uccisi o fatti sparire. Non si sa esattamente quanti siano stati i braccianti desaparecidos, visto che per paura i colleghi non denunciano e solo in certi casi dal Paese di origine la famiglia, allarmata dal silenzio del parente, riesce a contattare le associazioni che lavorano nella zona. Il caso più conosciuto di violenza contro i lavoratori migranti ha come protagonista Rosario Dezio, proprietario agricolo ed ex consigliere del Partito democratico per il Comune di Vittoria. Nel 2018, un suo dipendente romeno è stato scoperto mentre rubava una bombola di gas per scaldarsi. Dezio avrebbe sparato un colpo di fucile per spaventarlo e, una volta catturato, l’avrebbe portato in un garage dove gli avrebbe legato mani e piedi appendendolo a una trave e lo avrebbe poi torturato con un bastone.

Chi più soffre di questa situazione di violenza ed impunità sono, come sempre, le donne. Cristina è arrivata dalla Romania nel 2008 per lavorare nella raccolta dei pomodori. Viveva in una vecchia stalla e guadagnava 15 euro per otto ore di lavoro. Nel 2013 ha deciso di denunciare il suo principale, che spesso tratteneva parte del suo salario e la molestava sessualmente. In cambio ha ottenuto solo minacce, la giustizia e le riparazioni che si aspettava non sono mai arrivate. Cristina, che oggi lavora nella “Fascia trasformata” come mediatrice culturale, racconta di braccianti costrette a partecipare in “festini agricoli” organizzati dai datori di lavoro, dove vengono sfruttate sessualmente. “Ricordo anche il caso di una donna romena che era stata imprigionata dal suo principale -dice-. Aveva una pistola e le impediva di uscire, minacciando lei e i suoi figli. E quello di una bracciante a cui il datore di lavoro aveva offerto un alloggio a cambio della possibilità di stare con sua figlia quattordicenne”. La “Fascia trasformata” è un mondo chiuso in cui i proprietari delle aziende agricole impongono le regole, e chi si ribella viene ucciso o fatto sparire.


Una raccolta fondi per Spartacus
Ogni anno durante i mesi della raccolta di arance e mandarini, nella Piana di Gioia Tauro si riversano migliaia di cittadini stranieri disposti a lavorare come braccianti per pochi euro al giorno; costretti a vivere in baracche, tende e casolari abbandonati, nel degrado assoluto, senza acqua corrente, elettricità e senza alcuna sicurezza. Il progetto Spartacus -promosso da Chico Mendes, International House e dall’associazione No Cap– ha l’obiettivo di “liberare” i lavoratori sfruttati di Rosarno (Reggio Calabria) e della piana di Gioia Tauro, offrendo loro un’alternativa attraverso la costruzione una rete di imprese etiche, che diano un lavoro sicuro e un alloggio dignitoso. Il progetto è stato lanciato nel 2019 e sono 64 i migranti inseriti in un percorso lavorativo regolare all’interno di diverse aziende in tutta Italia. Chico Mendes -con il contributo della Fondazione Prosolidar- lancia una raccolta fondi sulla piattaforma gofundme.com per coinvolgere un numero ancora maggiore di lavoratori. Per maggiori informazioni sul progetto: chicomendes.it

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