Ambiente / Approfondimento

In Italia si continua a morire di inquinamento. Un problema sanitario ma anche sociale

Ancora oggi nel nostro Paese l’inquinamento causa la morte prematura di circa 60mila persone l’anno. Tra le zone più colpite la valle del Sacco nel Lazio, l’agglomerato di Napoli e Caserta e il bacino padano. Un fenomeno che interessa soprattutto le fasce più vulnerabili della popolazione e aumenta le disuguaglianze

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L’inquinamento è tra i maggiori fattori di rischio per la salute in Italia. Lo ribadisce la nuova indagine “La qualità dell’aria” realizzata dall’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile (Asvis): pur registrando un generale miglioramento rispetto al passato, lo studio rivela che in molte città italiane i livelli di inquinanti atmosferici sono oltre i limiti consentiti dalla legge. E questo provoca gravi conseguenze. Tra le zone più colpite ci sono la valle del Sacco nel Lazio, l’agglomerato di Napoli e Caserta e, soprattutto, il bacino padano: una delle aree a maggior rischio sanitario d’Europa insieme ad alcune regioni della Polonia e della Repubblica Ceca. L’inquinamento atmosferico è un problema che caratterizza in modo particolare i centri urbani: secondo il rapporto “Mal’Aria 2022” di Legambiente, le città con i valori più alti di PM10, ovvero che superano la soglia fissata dall’Organizzazione mondiale della sanità (15 microgrammi per metro cubo d’aria, μg/mc) per più del doppio, sono addirittura 17. La peggiore è Alessandria, che ha registrato una media annuale di 33 μg/mc, seguita da Milano con 32 μg/mc e Brescia, Lodi, Mantova, Modena e Torino con 31 μg/mc.

Negli ultimi vent’anni la composizione delle emissioni inquinanti è cambiata in modo sostanziale: dal 1990 al 2018 quelle derivanti dal trasporto stradale si sono ridotte del 63,7%, arrivando a rappresentare solo l’11,8% del totale, mentre sono aumentate del 40,8% le emissioni provenienti dalla combustione non industriale (soprattutto per l’utilizzo della legna negli impianti di riscaldamento residenziali), che nel 2018 erano ben il 53,7%. Le normative europee, sempre più stringenti nei settori del trasporto su strada e delle attività industriali, hanno contribuito ad aumentare il peso di altre fonti di inquinamento atmosferico, come le biomasse per il riscaldamento o determinate attività agricole, tra cui gli allevamenti intensivi e l’uso dei fertilizzanti sintetici. Il 12 maggio 2021 la Commissione europea ha adottato il piano di azione “Verso l’inquinamento zero per l’aria, l’acqua e il suolo”, che oggi è il principale punto di riferimento per le politiche di miglioramento della qualità dell’aria.

Negli ultimi anni l’Italia ha dimostrato di aver ridotto in maniera sostanziale le emissioni inquinanti: per quanto riguarda il PM10, dal 1990 al 2018 è stato registrato un calo complessivo del 40,1%. Un buon risultato ma questi miglioramenti non sono ancora sufficienti: al momento contro il nostro Paese sono aperte tre procedure di infrazione per il superamento dei parametri previsti dalle normative europee. E a oggi risultano implementate solo quattro delle 17 azioni “a carattere operativo e di urgenza” previste dal Protocollo di Torino, il protocollo d’intesa tra il governo e le Regioni che nel 2019 ha istituito il piano di azione per il miglioramento della qualità dell’aria.

Ancora oggi in Italia l’inquinamento causa dunque la morte prematura di circa 60mila persone l’anno (una media di 165 al giorno) secondo i dati dell’Agenzia europea dell’ambiente. Nel mondo sono circa sette milioni, 400mila in Europa. Il principale responsabile è il particolato fine (PM2,5), che causa malattie come tumori e patologie cronico-degenerative. Le particelle si insidiano nell’organismo umano a livello del sistema respiratorio: minore è la dimensione del particolato e maggiore è la penetrazione all’interno del sistema, arrivando fino ai bronchi e agli alveoli nel caso delle particelle più fini.

Nel 2021 la rivista Lancet Planetary Health ha pubblicato una ricerca sul numero di morti premature attribuibili all’inquinamento rispetto a due dei principali inquinanti: il particolato fine, prodotto in particolare dal riscaldamento e dagli allevamenti intensivi, e il biossido di azoto (NO₂), prodotto dal settore dei trasporti. In Italia, le città di Brescia e Bergamo sono in testa alla classifica di morti premature legate al particolato sottile ma tra le prime dieci troviamo anche Vicenza e Saronno, mentre sul biossido di azoto Torino è al terzo posto e Milano al quinto.

L’inquinamento è un problema sanitario ma anche sociale perché colpisce soprattutto le fasce più vulnerabili della popolazione e aumenta le disuguaglianze. Nel 2017 l’Environmental justice progress report dell’EPA, l’ente per la protezione ambientale degli Stati Uniti, ha rilevato che il 92% degli individui a basso reddito vive in aree che soddisfano gli standard nazionali di PM2,5, ma il restante 8% (oltre quattro milioni di persone) è sottoposto a maggiori disparità economiche e sanitarie, e risiede principalmente nelle città.

In un’indagine della Yale University si è riscontrato poi che le fasce più svantaggiate, incluse le comunità afroamericane e le persone disoccupate, sono più a rischio per gli effetti sulla salute causati dall’inquinamento rispetto ai cittadini che appartengono alle classi più ricche. Un recente studio, pubblicato su Science, mostra come, negli Stati Uniti, le persone asiatiche, nere e ispaniche siano esposte in media a concentrazioni più elevate di particolato fine. Si tratta di un fenomeno trasversale, a prescindere dal Paese, dall’area urbana o rurale, e dai livelli di reddito presi in considerazione. In particolare, l’industria, i veicoli a benzina leggeri, l’edilizia, il trasporto pesante e l’agricoltura sono spesso tra le fonti di inquinamento per le quali si registra una maggiore disuguaglianza nei livelli di esposizione. Ecco perché oggi si parla di “razzismo ambientale”, da contrastare attraverso politiche mirate per la riduzione delle disuguaglianze ambientali, per lavorare così sia sulla gestione degli inquinanti sia sulla protezione della salute dei cittadini. Garantendo a tutti gli stessi diritti alla salute.

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