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Finanza / Opinioni

Il tracollo pilotato di Credit Suisse. Quando l’inflazione è una benedizione

© FRANCOIS GLORIES / SIPA

L’inflazione alimentata dalla speculazione su energia e materie prime ha fatto salire i tassi di interesse e favorito la formazione di un monopolio finanziario il cui obiettivo è quello di sostituire lo Stato sociale con forme sempre più accentuate di privatizzazione. Uno scenario preoccupante. L’analisi di Alessandro Volpi

Il rapido tracollo di Credit Suisse pone, tra le tante, due domande. La prima riguarda le modalità del salvataggio. Perché si è scelto di salvare gli azionisti e non i possessori di obbligazioni subordinate? Si tratta di una soluzione in chiara controtendenza rispetto alle regole vigenti e consuetudinarie che vedono gli azionisti come i primi colpiti dalla crisi di una società. In questo caso, invece, la scelta, avallata dall’autorità di controllo elvetica, è andata in direzione opposta, appunto, tutelando i proprietari di azioni e “sacrificando” i possessori di obbligazioni subordinate per 16 miliardi di franchi.

Certo, anche questa tipologia di titoli contiene in sé un alto grado di rischio ma praticamente mai si è deciso di privilegiare gli azionisti. Allora perché ciò è avvenuto? Una risposta a una simile, sibillina, domanda, può essere rintracciata nell’azionariato di Credit Suisse dove, oltre alla Saudi National Bank, compaiono importanti fondi hedge come BlackRock, Vanguard, Dodge, la Banca norvegese di investimento e Goldman Sachs che, guarda caso, sono presenti anche in Ubs. In pratica larga parte della catena di controllo di Ubs è la stessa di Credit Suisse e, dunque, salvare gli azionisti di questo istituto significa tutelare quelli dell’acquirente.

La rilevanza della questione è apparsa anche alla Banca centrale europea e alla Federal Reserve che hanno sottolineato l’anomalia della situazione avendo chiaro, forse molto tardivamente, il definitivo emergere di una vera e propria realtà di monopolio di pochissimi player, identificati nei grandi fondi speculativi.

La seconda domanda scaturisce proprio da questo quadro ed è relativa a che cosa può ancora succedere. Un posto centrale nella risposta al quesito in questione è occupato dalla strategia monetaria degli alti tassi di interesse praticati dalle banche centrali che stanno determinando un rapido deterioramento del corso dei titoli obbligazionari e, quindi, il peggioramento sensibile degli attivi bancari. Questo potrebbe comportare importanti difficoltà per molte istituzioni creditizie e finanziarie, soprattutto se esposte su titoli a medio e lungo termini suscettibili di perdere valore per la loro incertezza. È altrettanto probabile, allora, che varie banche possano incorrere in difficoltà strutturali generate dagli alti tassi, destinati a rendere critiche situazioni altrimenti assai meno pericolose.

La conseguenza più diretta di tutto ciò sarebbe, come è avvenuto per Credit Suisse acquisito pressoché gratis da Ubs, un processo di ulteriori fusioni che ridurrebbero ancora di più il numero di grandi operatori da cui dipenderebbero non solo il credito ma l’enorme partita del risparmio gestito. Soltanto per riferirsi al caso italiano, i principali soggetti che si occupano di risparmio gestito sono sette e hanno in mano un patrimonio di 2.215 miliardi di euro, ben più del Pil del nostro Paese e che sono, in realtà, posseduti da una strettissima cerchia di azionisti in cui ricorrono i già ricordati grandi fondi hedge, artefici della vicenda Ubs-Credit Suisse.

Che cosa potrebbe accadere quindi? È pensabile che gli alti tassi di interesse, introdotti dalla Banca centrale europea e dalla Federal Reserve per battere l’inflazione, producano un peggioramento delle condizioni di molte banche che verranno acquistate per pochi spiccioli, con la conseguenza di una marcatissima concentrazione della proprietà del sistema finanziario in poche mani destinate a gestire un’enorme massa di risparmi. Per essere ancora più crudi, l’inflazione, alimentata dalla speculazione su energia e materie prime, ha fatto salire i tassi di interesse che favoriscono la formazione di un monopolio finanziario il cui obiettivo sarà quello di sostituire lo Stato sociale con forme sempre più accentuate di privatizzazione, coperta appunto dalla gestione di milioni di piccoli risparmiatori. Nel frattempo, ancora gli alti tassi, praticati dalla Bce, renderanno impossibile l’indebitamento pubblico e la spesa sociale sostenendo l’ineluttabile destino della privatizzazione. Grandi fondi e banche centrali sembrano essere davvero gli unici poteri forti.

Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea presso il dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. Si occupa di temi relativi ai processi di trasformazione culturale ed economica nell’Ottocento e nel Novecento

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