Diritti

Il serbatoio dei musei

BP, responsabile del disastro nel Golfo del Messico, sponsorizza i maggiori musei britannici. Undici milioni di euro in cinque anni: è l’arte del greenwashing

Tratto da Altreconomia 135 — Febbraio 2012

Per fortuna sui fregi del Partenone e sulla Stele di Rosetta il logo della BP non è stato ancora apposto, e speriamo non comparirà mai. Nonostante ciò, passeggiando per le enormi sale del British Museum, a Londra, vi potrebbe capitare di scorgere il sole giallo e verde che simboleggia una delle più potenti e discusse multinazionali petrolifere del Pianeta.
Negli ultimi giorni dell’anno passato, infatti, la compagnia -tristemente famosa per il disastro della Deep Water Horizon nel Golfo del Messico (ma non solo)- ha annunciato il rinnovo dell’accordo di sponsorizzazione con quattro delle più importanti istituzioni culturali londinesi. Oltre al British Museum, continueranno a beneficiare dei fondi della BP anche la Tate Britain, la National Portrait Gallery e la Royal Opera House, per un totale di dieci milioni di sterline (poco più di undici milioni di euro) nell’arco dei prossimi cinque anni.
Entusiasti in proposito i commenti rilasciati alla stampa dal ministro della Cultura Ed Vaizey -“la BP traccia la strada nel finanziamento delle arti da parte del settore privato”- e dai responsabili dei musei interessati dall’operazione -per il direttore della Tate Gallery Nicholas Serota negli anni passati l’impegno della oil corporation è stato imprescindibile per far conoscere al grande pubblico la produzione artistica contemporanea del Regno Unito-. Scontate le parole al miele del direttore operativo della BP Iain Conn, convinto che l’impegno della sua azienda “promuova idee e incoraggi la creatività”.
Pare che tutti siano felici e contenti, sebbene incuranti del passato non proprio esemplare della multinazionale britannica, ma non è così. Sono anni che gruppi di attivisti e artisti portano avanti campagne ricche di iniziative per fare pressione affinché il binomio cultura e petrolio sia scisso per sempre. In prima fila ci sono gruppi come Platform (www.platformlondon.org), Liberate Tate (liberatetate.wordpress.com) e Art Not Oil (www.artnotoil.org.uk). Nei giorni che hanno preceduto la conferma della sponsorizzazione, le tre associazioni avevano consegnato alla Tate una petizione firmata da oltre 8mila persone che chiedeva un atto di discontinuità rispetto al passato. Il legame tra il museo di arte moderna e la BP, infatti, dura ormai da due decenni. “Anche dopo il disastro del Golfo del Messico, il 20 aprile del 2010, il direttore della Tate ha confermato la volontà di andare avanti nel rapporto perché, come ha spiegato lui stesso ‘non si abbandonano gli amici in momenti di difficoltà che noi reputiamo solo temporanea’” ci ha raccontato Kevin Smith di Platform. Quanto denaro sia stato versato nelle case del museo non è dato sapere, nonostante le associazioni abbiano inoltrato una richiesta formale in base a quanto previsto dalla normativa sulla libertà di informazione. “Per portare avanti operazioni con pesanti impatti nel resto del mondo, compagnie quali la BP hanno bisogno di costruire la propria legittimazione sociale all’interno dei Paesi dove il petrolio viene consumato. Per questo sponsorizzano musei o oltre istituzioni culturali” spiega Mel Evans di Platform, fermamente convinta che a guadagnare -con questo tipo di iniziative- sia più la compagnia in termini d’immagine che il singolo museo in relazione al beneficio economico.
Alla luce dei recenti sviluppi, Platform e le altre realtà della società civile britannica continueranno la loro campagna, basata essenzialmente su performance artistiche che per tema hanno l’oro nero e i suoi effetti nefasti. La pubblicazione “Not If But When: Culture Beyond Oil” (www.divshare.com/download/16275251-523), presentata a fine novembre, è un compendio visivo e narrativo delle azioni condotte dall’incidente al largo delle coste della Louisiana ad oggi.
Esattamente un paio di mesi dopo la catastrofe della Deep Water Horizon, mentre decine di migliaia di barili di petrolio sterminavano la fauna marina di una porzione consistente del Golfo del Messico, la Tate Gallery e la BP festeggiavano i 20 anni del loro sodalizio in un caldo pomeriggio di inizio estate. L’evento ha avuto risonanza sulla stampa di tutto il mondo perché all’interno e all’esterno del museo sono stati inscenati sversamenti di petrolio. Nei giorni seguenti, alla Tate Modern i visitatori della immensa Turbine Hall sono rimasti sorpresi nel vedere salire fino all’alto soffitto della sala decine di palloni con nastri neri a cui erano legati finti pesci e uccelli morti e sporchi di petrolio. Le performance si sono tenute anche al British Museum, con alcune esponenti del gruppo di artisti degli Stuckists che, velate di nero, hanno fatto colare petrolio da tre uova recanti il logo della BP di fronte a una statua proveniente dall’isola di Pasqua (scelta come simbolo di una civiltà perduta). Nel corso dei mesi le azioni sono diventate sempre più provocatorie, con l’obiettivo, raggiunto, di stimolare un dibattito sul tema. Molto suggestivo “l’esorcismo della BP” condotto da un gruppo di un centinaio di artisti guidato dal reverendo Billy e dalla Church of Earthalujah; sicuramente scioccante l’evento denominato “human cost”, nel quale una persona nuda, rannicchiata in posizione fetale e completamente ricoperta di una sostanza oleosa del tutto simile al petrolio, è rimasta a lungo nella sala d’entrata della Tate Britain. 
Terry Taylor, di Liberate Tate, è convinto che a dispetto dei tagli ai fondi a disposizione apportati dal governo, un approccio etico alla ricerca di nuove risorse economiche sia imprescindibile, specialmente se le principali istituzioni culturali del Regno Unito professano nelle loro linee guida concetti di sostenibilità e lotta ai cambiamenti climatici. A testimoniare il discutibile operato della BP non c’è solo il dramma della Deep Water Horizon, ma anche il sostegno fattivo a regimi sanguinari come quello di Mubarak in Egitto oppure il massiccio coinvolgimento nel business dell’estrazione delle sabbie bituminose nella regione canadese dell’Alberta (vedi Ae 105). La nuova frontiera dello sfruttamento petrolifero, che -per rendersene conto basta dare un’occhiata alle immagini satellitari- sta devastando centinaia di chilometri quadrati di territorio, inquinando falde acquifere e mettendo in pericolo le popolazioni locali.
La BP ha, inoltre, intenzione di pompare petrolio dalle profondità del Mar Glaciale Artico, qualora riuscisse a ricevere tutti i permessi necessari dal governo statunitense -che ha già concesso un primo via libera parziale-.
Al lancio della pubblicazione “Not If But When: Culture Beyond Oil” ogni copia veniva “firmata” con un po’ di petrolio raccolto nel Golfo del Messico dall’artista tedesco Ruppe Koselleck, che realizza tutte le sue opere con greggio proveniente da sversamenti.
Con i proventi della sua attività Koselleck acquista azioni della BP e il suo obiettivo ultimo -un po’ utopico ma molto originale- è di entrare in possesso della totalità delle quote della oil corporation e per frenare così gli scempi che compie in giro per il Pianeta. Chissà se artisti come lui e quelli che aderiscono alla mobilitazione in Inghilterra prima o poi riusciranno quanto meno a far sparire loghi “scomodi” da alcuni dei musei più celebri di Londra. Sarebbe già un primo risultato molto incoraggiante. —

In Italia c’è Eni
Georges La Tour è“uno dei maggiori artisti del Seicento francese”. La definizione è di Giuliano Pisapia, sindaco del Comune di Milano, che nella sede di Palazzo Marino, in piazza della Scala, ha organizzato una mostra delle opere dell’artista grazie al contributo di Eni.
Anche il gigante italiano dell’energia (80mila dipendenti in 79 Paesi del mondo) è molto attivo nel sostenere l’arte e la cultura. Nel corso del 2011 Eni ha contribuito a numerose mostre ed esposizioni in Italia e all’estero, oltre ad aver stretto partnership con istituzioni museali come il museo del Louvre di Parigi, che hanno permesso, in passato, l’esposizione -sempre a Milano-, di opere come il “San Giovanni Battista” di Leonardo da Vinci (2009) e la “Donna allo specchio” di Tiziano (2010). Nel 2008, Eni aveva portato a Palazzo Marino anche “La conversione di Saulo” di Caravaggio. Tra il 2010 e il 2011 Eni è anche stata partner istituzionale della Fondazione Musei Civici di Venezia. Dalla società non vengono diffusi dati sull’ammontare delle sponsorizzazioni. Una cifra la si può desumere dalla relazione finanziaria annuale per l’anno 2010 (la si scarica da www.eni.com), nella quale si legge che “nel 2010 le spese per il territorio (comprensive di investimenti per il territorio a favore della comunità, liberalità, contributi associativi, sponsorizzazioni, contributi a Fondazione Eni “Enrico Mattei” e ad Eni Foundation) ammontano a circa 108 milioni di euro.
All’arte, agli artisti e al patrimonio artistico della società è dedicato il sito www.enizyme.com

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