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Economia / Opinioni

Il reddito di cittadinanza e quella retorica anti-poveri dell’Inghilterra del 1800

© Muzammil Soorma - Unsplash

Il Governo Meloni annuncia una stretta alla misura di contrasto alla povertà, equivocando sulla occupabilità dei beneficiari e descrivendo un mercato del lavoro interno che non esiste. La cancellazione dei “sussidi per evitare indigenti fannulloni che rifiutano il lavoro” ci porta indietro di 200 anni, scrive Alessandro Volpi

Per tracciare alcune considerazioni sul reddito di cittadinanza può essere utile partire da un precedente storico. Nel 1834, in Inghilterra, durante il governo Whig (che prende il nome dall’omonimo partito attivo tra tardo Seicento e metà Ottocento, antitetico ai Tories, i conservatori) si procedette al varo delle “Poor laws”, provvedimenti che consistevano nella cancellazione dei sussidi agli indigenti, obbligandoli, di fatto, a lavorare nelle durissime Workhouses “pubbliche” con una retribuzione da fame, oppure ad accettare la paga offerta loro dai nuovi industriali tessili.

Della vicenda si occuparono Dickens in “Oliver Twist”, per descrivere la cupa sorte di un frequentante delle Workhouses, Twist appunto, e il filosofo Friedrich Engels, indagando le condizioni della classe operaia inglese. Quelle “Poor laws”, abolendo i sussidi, avevano l’obiettivo di fornire manodopera a costo infimo al grande capitale che aveva bisogno di lavoro.

Senza forzare troppo il paragone tra due realtà storiche diverse, molti degli elementi del dibattito inglese sulla cancellazione dei sussidi per evitare indigenti fannulloni che rifiutano il lavoro, magari con bassi salari, ritornano nell’attuale discussione italiana sull’abolizione del reddito di cittadinanza. In realtà, tra le molte differenze tra le due epoche, ne emerge una chiarissima. Gli attuali destinatari del reddito di cittadinanza, secondo i dati Inps, non sono, per due terzi, nelle condizioni per essere occupabili. Gli oltre 600mila beneficiari che sarebbero abili al lavoro, secondo le valutazioni del nuovo esecutivo guidato da Giorgia Meloni, sono gli iscritti ai Centri per l’impiego che contengono anche numerosissimi profili di fatto non immediatamente destinabili a un’occupazione per la carenza pressoché assoluta di formazione.

Come ha sostenuto la sociologa Chiara Saraceno, il passaggio dall’essere occupabile a occupato non è affatto automatico e neppure la formazione è sufficiente in tal senso, come dimostra la vicenda della Garanzia di occupabilità dei lavoratori (Gol) che fa parte dei programmi del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Tale strumento ha coinvolto 300mila persone tra cui percettori del reddito, di Naspi e Discoll, ma nonostante la metà di questi soggetti sia stata collocata in percorsi di reinserimento lavorativo, e dunque siano considerabili come “occupabili”, sono stati davvero in pochi a trovare poi un’occupazione.

Non a caso persino nelle stime dell’Ocse, la percentuale di beneficiari del reddito che non è occupabile sale a oltre l’80%; togliere loro il reddito di cittadinanza non li indurrebbe a cercare un lavoro, magari mal pagato, ma semplicemente li renderebbe soltanto ancora più poveri. Il reddito di cittadinanza come misura di contrasto alla povertà e come difesa contro salari da fame in un Paese in cui non esistono un salario minimo garantito e neppure una legge sulla rappresentanza capace di impedire il proliferare di “sindacati gialli” e del dumping contrattuale, risulta pertanto indispensabile.

L’argomentazione secondo cui del reddito di cittadinanza beneficiano anche soggetti non indigenti dovrebbe tener conto del fatto che ciò deriva non dallo strumento in sé ma da comportamenti illegali, come false dichiarazioni della condizione economica e patrimoniale, a tutti gli effetti assimilabili all’evasione fiscale il cui costo per il Paese è dieci volte superiore a quello del reddito di cittadinanza.

Non è trascurabile neppure la debolezza del nostro mercato interno. Secondo i dati dell’ultimo rapporto Istat, nel nostro Paese ci sono poco meno di sei milioni di poveri assoluti, che sarebbero oltre sette senza il reddito di cittadinanza. C’è poi oltre un milione di lavoratori con un salario orario di 8,41 euro l’ora e quasi quattro milioni che percepiscono 12mila euro l’anno. In sostanza, circa dieci milioni di italiani sono privati della possibilità di un reale consumo. Bisogna poi considerare che ci sono oltre 14 milioni di over 65, nella stragrande maggioranza dei casi in possesso di una pensione attorno ai mille euro mensili. Infine sette milioni di giovani di età compresa fra 18 e 34 anni vivono in casa con i genitori. Si tratta di una vasta platea che dispone comunque di redditi contenuti, incapaci di sostenere un reale consumo.

Abolire il reddito di cittadinanza comporterebbe quindi un ulteriore indebolimento del mercato interno ancora più evidente in una fase di forte inflazione, dipendente dall’importazione di beni decisamente cari. Si può aggiungere un ulteriore elemento, non riconducibile solo al reddito di cittadinanza ma assai rilevante anche in tale prospettiva. Secondo i dati di un recente studio sulle ultime elezioni la percentuale di partecipazione al voto cambia moltissimo a seconda della fascia di reddito. Ha votato infatti l’80% degli aventi diritto nelle fasce più alte di reddito, il 63% nelle fasce medie e solo il 30% nelle fasce più basse. L’astensionismo ha dunque una chiara matrice popolare. Esiste, nel nostro Paese, il 70% degli elettori più poveri che non trova una rappresentanza. In un quadro del genere pensare di cancellare il reddito di cittadinanza genererebbe, in maniera praticamente inevitabile, una ancora maggiore disaffezione elettorale e nuove povertà. Certo non affrontabili con misure di sostegno familiare e tantomeno con la generica idea di un mercato del lavoro che oggi non esiste.

Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea presso il dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. Si occupa di temi relativi ai processi di trasformazione culturale ed economica nell’Ottocento e nel Novecento

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