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Crisi climatica / Intervista

Il problema non è solo la neve che non c’è, ma quanto dura. Il caso dell’Emilia-Romagna

A metà gennaio il meteorologo e divulgatore scientifico Federico Grazzini ha mostrato l’andamento dello spessore della neve presso il punto più alto della Regione, a quasi 1.800 metri. Dopo le abbondanti nevicate del 7 gennaio piogge e alte temperature hanno azzerato ogni traccia, in 24 ore. “Un problema per il ciclo idrogeologico”

La webcam della località sciistica del Corno alle scale il 19 gennaio © cornoallescale.org

Il 18 gennaio Federico Grazzini, meteorologo che lavora per la Regione Emilia-Romagna e divulgatore scientifico, ha reso pubblico un grafico che mostra l’altezza della neve misurata dal nivometro della rete regionale delle Agenzie regionali per la protezione ambientale (Arpae) e situato poco sotto il Rifugio “Duca degli Abruzzi” al lago Scaffaiolo, oggetto di un contestato intervento per la realizzazione di un nuovo impianto di risalita.

Si tratta di un punto di misurazione particolarmente significativo: è il più alto dell’intera Emilia-Romagna, a quasi 1.800 metri sul livello del mare, a tenere monitorato in continuo l’altezza della neve. “Neve zero fino all’Epifania, visto il tempo caldo e stabile dei giorni intorno a Natale. Poi è arrivata una bella nevicata che in un solo giorno (il 7 gennaio) ha scaricato in quota mezzo metro. Il periodo freddo successivo ha permesso un graduale assestamento e mantenimento del manto”, spiega Grazzini.

Molti hanno pensato che fosse finalmente arrivato l’inverno, ma nuove correnti atlantiche molto calde unite a precipitazioni copiose in un solo giorno, il 17 gennaio, hanno cancellato il manto, che è passato da 30 centimetri a zero. “Con questi alti e bassi continui è tutto molto complicato, dalla gestione dell’acqua alle attività turistiche. La neve fusa al lago Scaffaiolo, infatti, alimenta il Panaro, ultimo affluente di destra del Po”, commenta il meteorologo. Che aggiunge: “Questo è il riscaldamento globale”, anche perché la prossima settimana -in pieno inverno- in alta montagna in Appennino sono attesi fino a 10 gradi. 

Grazzini, perché è fondamentale non solo che nevichi ma che la precipitazione resti al suolo?
FG Nel ciclo idrologico la neve rappresenta un grande serbatoio di accumulo della risorsa idrica durante l’inverno, che a regola viene rilasciata gradualmente a partire dalla primavera, alimentando così le sorgenti e i corsi d’acqua per buona parte dell’estate. Questo è tanto più vero nel settore alpino, dove i bacini sono più grandi, ma anche in Appennino, sebbene in misura minore, questo effetto c’è, perché sicuramente le portate dei fiumi in primavera dipendono dalla fusione della neve. Se manca la ricarica invernale, quindi, le portate risentono dei primi caldi e i fiumi tendono a calare subito.

Perché non è normale che trenta centimetri di neve si liquefacciano in un giorno.
FG Le sciroccate ci sono sempre state in quel settore dell’Appennino. Ma una volta che si è assestato il manto nevoso questo diventa un isolante forte, resistente anche a variazioni, però fino a un certo punto: se c’è vento caldo o pioggia intensa (il 17 gennaio sul crinale sono caduti circa 200 millimetri di pioggia) questo cancella anche quell’effetto di auto protezione. Questa situazione modifica profondamente il ciclo idrogeologico: questa neve sarebbe magari rimasta fino a primavera; invece, tra pochi giorni sarà già nell’Adriatico. Questo ha risvolti, ovviamente, anche sull’attività turistica, ma il tema fondamentale è la gestione delle risorse idriche.

Potremmo forse definire quello appena descritto come “evento estremo”. Perché è importante prestare attenzione anche ai singoli episodi che indicano cambiamenti radicali nei parametri meteo-climatici?
FG A inizio gennaio abbiamo presentato il rapporto dell’Osservatorio sui cambiamenti climatici e gli impatti in Emilia-Romagna per il 2023. In tema di precipitazioni, l’anno scorso è stato perfettamente in linea con la media, ma in realtà è stato un anno pieno di estremi e contraddizioni, perché praticamente siamo arrivati ad aprile in siccità, mentre le piogge sono cadute con due “botte” gigantesche a maggio e novembre. Se uno guarda al dato generale, sembrerebbe un anno normale, in cui non c’è nulla di strano, peccato che tutta la pioggia è stata concentrata. A contare, quindi, non è tanto il totale, ma la distribuzione delle precipitazioni e come queste si dividono tra pioggia e neve oltre ovviamente a quanto manto nevoso resta al suolo. 

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