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Crisi climatica / Attualità

Al Corno alle Scale è in corso un’importante battaglia legale contro gli impianti di risalita

Il progetto per la costruzione di una nuova seggiovia sull’Appennino tosco-emiliano viene presentato come un ammodernamento di un’infrastruttura già esistente. Una lettura contestata dal comitato “Un altro Appennino è possibile” che ha presentato un ricorso al Consiglio di Stato. Perché si tratta di una vertenza dal respiro nazionale

Il lago Scaffaiolo si trova all'interno del comprensorio del Corno alle Scale. Un ecosistema fragile, minacciato dal progetto per la realizzazione di due nuovi impianti di risalita © Luca Martinelli

Non si ferma la battaglia del comitato “Un altro Appennino è possibile” per bloccare la costruzione di una nuova seggiovia nel comprensorio sciistico del Corno alle Scale, in provincia di Bologna: negli ultimi tre mesi del 2023 grazie a una campagna di crowdfunding e a un’intensa attività di raccolta fondi sul territorio sono infatti stati raccolti oltre 12mila euro per coprire le spese necessarie a presentare l’appello al Consiglio di Stato contro la Regione Emilia-Romagna dopo che il Tar di Bologna aveva respinto a maggio 2023 il ricorso presentato dalle associazioni.

Il progetto, del valore di 6,7 milioni di euro, prevede la realizzazione di “una nuova seggiovia quadriposto” al posto di un precedente impianto (denominato “Direttissima”) e della sciovia “Cupolino” situata nel territorio del Comune di Lizzano in Belvedere (BO) che però si trova in un’altra zona e già da alcuni anni è inutilizzata. Il bando di gara è stato pubblicato a metà dicembre dall’Unione dei Comuni dell’Appennino bolognese per conto dell’amministrazione di Lizzano in Belvedere e si chiude ufficialmente venerdì 12 gennaio.

“Quello che contestiamo è il fatto che ci troviamo di fronte a una grande infrastruttura, che verrà realizzata in un’area molto delicata dal punto di vista ambientale -spiega ad Altreconomia Vittorio Monzoni che ha seguito da vicino gli aspetti legali della vicenda per il comitato-. Questo progetto è stato presentato ufficialmente come un ammodernamento dell’impianto già esistente, ma non è così. Per questo chiediamo innanzitutto che venga sottoposto alla Valutazione di impatto ambientale (Via)”.

È proprio attorno a questo punto si incentrano le critiche del comitato. Basta osservare il tracciato dell’opera e le sue caratteristiche tecniche per rendersene conto: il nuovo impianto è più lungo (circa mille metri contro ottocento), copre un dislivello maggiore (305 metri contro 220) e prevede la costruzione ex novo di 15 sostegni alti da quattro a sedici metri. Comprende inoltre una nuova stazione intermedia oltre a quella di partenza e di arrivo, che peraltro verranno spostate rispetto a quelle già esistenti. In particolare, la stazione d’arrivo verrebbe realizzata a una quota più elevata (circa cento metri) rispetto alla precedente, proprio sul crinale della montagna, a poca distanza dal rifugio Duca degli Abruzzi e dal lago Scaffaiolo, un ecosistema fragile ricompreso all’interno di un Sito d’interesse comunitario tutelato dalla Rete Natura 2000 e che rischia di subire pesanti impatti dai lavori di costruzione.

Elaborazione a cura del comitato “Un altro Appennino è possibile”

La demolizione dell’infrastruttura attuale e la realizzazione delle nuove opere, infatti, rende necessari scavi per un totale di 6.680 metri cubi di terra su una superficie di 3.664 metri quadrati, di cui 1.420 in habitat di interesse comunitario. Secondo una valutazione redatta da Letizia Zanotti, botanica e ricercatrice dell’Università di Bologna oggi in pensione, “la perdita dell’habitat, l’erosione del suolo, gli effetti sulla flora e sulla fauna porteranno a effetti negativi e irreversibili su un ambiente alto-montano quanto mai fragile e da proteggere”.

“Portare la stazione d’arrivo più in alto di cento metri può sembrare poco, ma non è così: le condizioni ambientali possono essere diversissime -sottolinea Fausto Bonafede, biologo e naturalista del Wwf di Bologna-. In questa zona dell’Appennino è normale che durante le perturbazioni il vento soffi a velocità comprese tra i 130 e i 160 chilometri orari, con punte anche più elevate. Al passo di Croce Arcana, una località distante solo pochi chilometri dal Corno alle Scale, sono documentate raffiche di 270 chilometri orari, misurate nel novembre 2020. In queste condizioni gli impianti sono costretti a fermarsi spesso. Non è un caso se il vecchio impianto terminava la propria corsa prima del crinale”.

Questa battaglia del comitato “Un altro Appenino è possibile” non ha una valenza esclusivamente locale: “Il ricorso al Consiglio di Stato, che abbiamo presentato a settembre, non è solo l’ultimo strumento a nostra disposizione per fermare questo progetto, ma è anche un modo per evitare che quanto stabilito dal pronunciamento del Tar dello scorso maggio faccia giurisprudenza -continua Monzoni-. I giudici amministrativi hanno accolto la linea difensiva della Regione, secondo cui questa è una ‘modifica o estensione di impianto già esistente’. C’è il rischio che anche in altre Regioni si cerchi di far passare per ‘ammodernamento’ la costruzione di nuovi impianti”.

Il progetto per la nuova seggiovia del Corno delle Scale inoltre appare ancora più anacronistico alla luce delle conseguenze dei cambiamenti climatici. L’ultima edizione del rapporto “Nevediversa” di Legambiente evidenzia come nel comprensorio la temperatura sia aumentata di 1,8 gradi tra il 1961 e il 2018. A quote così basse -il nuovo impianto è compreso tra i 1.487 e i 1.792 metri sul livello del mare- le precipitazioni nevose sono sempre più scarse ed è necessario il ricorso alla cosiddetta neve programmata (artificiale) per garantire il funzionamento degli impianti. “Tutto questo richiede enormi quantità d’acqua e di energia -ricorda Bonafede- purtroppo le condizioni climatiche sono cambiate e continuare a spendere soldi è una scelta folle”. I referenti del comitato sottolineano inoltre come ad ogni grado di aumento della temperatura corrisponda un innalzamento del livello permanente della neve di 150 metri: “È come se la montagna si fosse abbassata di quasi trecento metri”, sottolinea Monzoni.

Risorse che da un punto di vista economico vengono “ripianate” grazie al contributo pubblico: la società Corno alle Scale Srl, infatti, ha beneficiato del contributo di 4.224.903 euro stanziati dal ministero del Turismo con il Fondo per l’ammodernamento, la sicurezza e la dismissione degli impianti di risalita e di innevamento artificiale istituito ad aprile 2023. A queste risorse si aggiungono gli oltre quattro milioni di euro messi a disposizione di sei imprese che gestiscono impianti a fune nei comprensori sciistici dell’Appennino e a 67 imprese (alberghi, rifugi, campeggi, ristoranti e bar) da un bando Unioncamere – Regione Emilia-Romagna.

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