Economia

Il peso dell’agricoltura sull’Europa che verrà – Ae 32

Numero 32, ottobre 2002Il futuro dell'Unione europea ha radici nell'agricoltura. Un affare che oggi vale 40 miliardi di euro -cioè metà del bilancio comunitario- da cui dipendono decisioni politiche importanti. E recenti. Da qui bisogna partire per comprendere la “revisione…

Tratto da Altreconomia 32 — Ottobre 2002

Numero 32, ottobre 2002

Il futuro dell'Unione europea ha radici nell'agricoltura. Un affare che oggi vale 40 miliardi di euro -cioè metà del bilancio comunitario- da cui dipendono decisioni politiche importanti. E recenti. Da qui bisogna partire per comprendere la “revisione di medio periodo” della Politica agricola europea (Pac) presentata dalla Commissione Europea: il documento era stato pensato per fare il punto sui lavori di Agenda 2000, un pacchetto di riforme agricole approvato nel 1999. Ma col tempo la “revisione” si è trasformata in una vera rivoluzione, che ha fatto saltare sulla sedia molti dei Paesi membri, perché taglia -per trasferirli altrove- i sussidi di cui l'agricoltura europea si nutre. E senza i quali sarebbe scomparsa da tempo.

La nuova rivoluzione agricola è legata a filo doppio all'apertura all'Europa dell'Est e, per capirla, bisogna dare il giusto peso storico alla questione.

Perché dall'agricoltura non si può prescindere, almeno dal secondo dopoguerra, dove il settore diventa fondamentale. Di più: è proprio sull'agricoltura che si coltivano la prime prove tecniche di mercato unico e di libera circolazione delle merci, collante su cui prenderà forma la Comunità europea. È la storia di Paesi che escono stremati da una guerra mondiale, con la sicurezza alimentare come priorità. Per garantirla bisogna difendere i prodotti europei dalla concorrenza estera. Dopo i primi passi in questa direzione nel 1958, la Politica agricola entra in vigore nel 1962. Nasce una realtà protetta che si basa su prezzi garantiti, per difendere gli agricoltori dalle oscillazioni del mercato, e su aiuti diretti alla produzione. Un castello fortificato intorno a un settore, quello agricolo, che senza i sussidi non sarebbe abbastanza competitivo per sopravvivere.

Ed è proprio qui, nel punto più delicato, che si innesta la revisione della Politica agricola europea presentata da poco. Oggi gli agricoltori ricevono denaro sotto forma di “aiuti diretti” per coltivazioni determinate (soprattutto cereali) e per la zootecnia; il finanziamento è proporzionale alla quantità prodotta. Così gli agricoltori, per ottenere sempre più sussidi, sono spinti a produrre più della domanda.

La nuova Pac dovrebbe invece ruotare attorno al “disaccoppiamento” (il condizionale è obbligo di prudenza, almeno fino all'approvazione dei regolamenti attuativi previsti per fine anno). Il meccanismo sgancia i sussidi da coltivazioni predeterminate e dalle quantità. Le aziende agricole potranno decidere liberamente cosa piantare nei propri terreni. Gli aiuti economici verranno ancora concessi ma calcolati sulla media dei sussidi ricevuti negli ultimi anni e comunque con un tetto di 300 mila euro. Questo è motivo di allarme per le aziende più grandi, che con il vecchio sistema (quello ancora in vigore) ottiene cifre molto più consistenti. In Italia, per esempio, il 15% dei fondi comunitari previsti per il Paese finisce nelle tasche di 700 imprese, su un totale di 1 milione.

Per continuare a ricevere aiuti diretti, inoltre, le aziende agricole dovranno garantire il rispetto di norme ambientali, di benessere degli animali e di sicurezza sul lavoro.

Bisogna puntare sui prodotti di elevata qualità, ha spiegato la Commissione europea, e non “orientare la produzione in funzione dei sussidi più elevati” che si potrebbero ottenere. A questo si aggiunge la “modulazione”, cioè la riduzione degli aiuti diretti del 3% all'anno fino a un massimo del 20%. Esonerate solo le aziende più piccole, quelle che finora ricevevano al massimo 5 mila euro di sussidi.

Qualità come valore aggiunto per competere sui mercati internazionali, quindi, e fine dei finanziamenti senza limite.

Ma il nodo vero dell'operazione è un altro: l'allargamento. In pochi anni l'Unione europea potrebbe diventare una coalizione di 20-25 Stati, dai 15 attuali. Oggi i pretendenti in lista d'attesa sono 13 e i primi dovrebbero essere ammessi già nel 2004. I candidati sono per lo più Paesi dell'Europa dell'Est e in molti di questi l'agricoltura ha un peso preponderante, soprattutto in termini di forza lavoro. Se anche a questi venissero concessi i sussidi che oggi spettano ai Paesi membri, il bilancio dell'Unione europea arriverebbe al collasso.

Ecco quindi spiegata la scelta della Commissione. Che si tira dietro, ora, le conseguenze e gli scontri politici. Perché non tutti i Paesi membri sono disposti ad aprire le porte del fortino economico costruito fin qui. I più ostili, come prevedibile, sono quelli che incamerano buona parte degli aiuti agricoli: Spagna, Irlanda, Lussemburgo e -a guidare il gruppo- la Francia, che da sola riceve circa 10 miliardi di euro, un quarto dei sussidi totali.

Negli Stati Uniti è l'ora del Farm Bill
Gli Stati Uniti predicano il libero mercato ma alzano le barriere del protezionismo. Gli Usa hanno approvato una legge, il cosiddetto Farm Bill, che prevede sovvenzioni miliardarie agli agricoltori. La cifra più grossa è quella destinata alle “commodity” (cereali, cotone, riso, semi oleaginosi minori) che in dieci anni riceveranno 180 miliardi di dollari, con un aumento del 70% rispetto a quanto stabilito dalla legge precedente. Il denaro verrà distribuito secondo modalità diverse, ma due saranno i risultati principali: aumento della produzione americana con conseguente calo dei prezzi.

Gli agricoltori americani riceveranno prestiti in denaro, in particolare per i seminativi, e pagamenti fissi per alcuni prodotti, come frumento, mais, semi di soia, riso. Ma la vera novità sono i sussidi “counter-cyclical”, pagati ai produttori quando il prezzo internazionale delle commodity scende sotto una soglia prefissata. In questo modo agli agricoltori non adegueranno più la produzione in base alle richieste del mercato, ma in base al denaro ricevuto.

La conseguenza diretta del calo dei prezzi sarà l'aumento delle esportazioni di commodity da parte degli Stati Uniti, che già oggi esportano un quarto della produzione agricola, con punte del 40% per prodotti come il frumento.

L'invasione americana creerà problemi all'Unione europea che è il secondo esportatore di prodotti agricoli al mondo.

Ma chi pagherà di più per il Farm Bill saranno i Paesi del Sud del mondo, per cui i prodotti agricoli e il commercio con l'estero sono spesso la principale risorsa economica. Le commodity made in Usa saranno così economiche da uccidere sia l'export dei Paesi del Sud che il mercato interno.!!pagebreak!!

Allargamento ad Est: una sficda politica pagata con i sussidi
“Diciamolo onestamente: l'allargamento dell'Unione europea è un'operazione costosa”. Mette subito le cose in chiaro Franz Fischler, commissario europeo per l'Agricoltura. La riforma di medio termine della Pac è legata a filo doppio all'apertura dei cancelli Ue a nuovi Paesi. Gli aspiranti sono 13 e quasi tutti dell'Est europeo: Bulgaria, Cipro, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Romania, Repubblica Slovacca, Slovenia, Turchia. La strada tortuosa per entrare nell'Ue deve sciogliere per forza per il nodo dell'agricoltura. Una voce molto importante per le economie nazionali di diversi candidati, in termini di occupazione prima di tutto: la voce agricoltura supera spesso il 9-10% (con picchi notevoli come il 34,9% della Turchia o il 42,8% della Romania) quando la media dell'Unione europea è del 4,3%.

L'allargamento costa, innanzitutto in termini di assistenza economica: il Sapard, il programma speciale di accesso per l'agricoltura e lo sviluppo rurale approvato dall'Ue nel 1999, assorbe ogni anno 520 milioni di euro, e continuerà fino al 2006. I finanziamenti vengono impiegati per attivare, tra l'altro, misure per migliorare competitività ed efficienza delle aree agricole dei Paesi candidati, spesso ancora arretrati dal punto di vista tecnico.

Poi c'è la questione -cruciale- dei sussidi. Se i futuri membri dell'Unione ottenessero subito tutti i sussidi destinati ai membri attuali dalla Pac, le casse europee salterebbero. Si spiegano così le mosse degli ultimi mesi, riassunti in una proposta di revisione della Politica agricola che “libera risorse” (cioè, di fatto, diminuisce i sussidi) e che introduce un criterio di gradualità per i nuovi membri. Che riceveranno pagamenti diretti ma diluiti in un periodo di dieci anni: a partire dal 2004, pari al 25% degli attuali, per salire al 30% l'anno successivo e così via fino a raggiungere il 100% nel 2013. Anno in cui i sussidi della Pac saranno ormai inferiori a quelli odierni e quindi più sostenibili. Ma i pretendenti dovranno lavorare molto per guadagnarsi un posto nel “club dei 15”. Per l'ammissione bisogna soddisfare tre criteri. A grandi linee: politico (istituzioni stabili e democratiche), economico (esistenza di un mercato funzionante), legale (capacità di rispettare gli obblighi previsti per la membership).

Con i futuri partner, l'Ue ha aperto negoziazioni per l'accesso, suddivise tra i diversi settori. Per quello agricolo, sono state decise priorità specifiche per ogni Paese e definiti accordi bilaterali per la liberalizzazione del commercio. Tra i provvedimenti approvati, uno dei principali è il cosiddetto “doppio zero”: i Paesi coinvolti (cioè i membri dell'Unione Europea da una parte e il pretendente dall'altra) si impegnano a non concedere sostegni economici all'export e a non imporre dazi sull'importazione di determinati prodotti. Per esempio, in base agli accordi bilaterali con la Lituania il “doppio zero” si applica a pollame, carne di maiale, formaggio e mele.

Fame a metà, neanche nel 2030
Chi crepa di fame ha poche speranze. Anche in prospettiva. Perché l'obiettivo fissato nel Vertice mondiale sull'alimentazione del 1996 (dimezzare gli affamati entro il 2015) non sarà raggiunto neanche nel 2030. Per quella data, però, il numero di persone malnutrite dai 777 milioni attuali scenderà a 440 milioni (erano 815 milioni nel 1996). Lo confermano le anticipazioni sul rapporto della Fao “Agricoltura nel mondo: verso il 2015/2030”.

Meno affamati ma più dipendenti dall'estero, in particolare per quanto riguarda cereali, carne e latte.

In particolare, nel 2030 il Sud riuscirà a produrre solo l'86% del fabbisogno di cereali. Intanto un altro rapporto Fao, lo “State of food and agriculture 2002” (Sofa), fa il punto sulla situazione globale odierna. L'incidenza della malnutrizione a Sud è diminuita dal 29% del periodo 1979-81 al 17% del 1997-99, ma in modo molto eterogeneo. Così se da un lato nell'area Asia-Pacifico la percentuale è stata dimezzata, nell'Africa Sub sahariana l'incidenza della malnutrizione è diminuita in modo marginale. Ma allo stesso tempo la popolazione è aumentata molto e, quindi, anche il numero degli affamati.

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