Interni / Opinioni

Il manifesto per una nuova politica dei territori

La sinistra dei partiti è ferma in una palude mortale. Per superarla le pratiche dell’economia trasformativa devono convergere in un attore politico no power che sappia tradurre il consenso in capacità di servizio e cura del bene comune, non più nel potere fine a se stesso. Le “idee eretiche” di Roberto Mancini

Tratto da Altreconomia 236 — Aprile 2021
© Clem Onojeghuo - Unsplash

Chi guarda oltre le ovvietà del conformismo deve superare i limiti del “buon senso”. La storia progredisce solo quando si scopre una dimensione della realtà che prima era sconosciuta. Per coltivare il futuro occorre mostrare la strada verso una meta che ai più pare impossibile. È essenziale chiarire quale sia la forma di società che desideriamo; attuare nelle comunità locali le esperienze che la anticipano; promuovere percorsi educativi per superare l’ottusità artificiale che per Maria Montessori si instaura quando le coscienze non sono nutrite. Ed è indispensabile generare una sinistra politica nuova, dando vita a un forte attore pubblico organizzato, capace di portare i migliori fermenti della coscienza collettiva nel circuito delle istituzioni arrivando un giorno al governo del Paese.

Da tempo la sinistra non c’è. Il Partito democratico è interno alla logica del mercato e manca di energia progettuale. Le dimissioni di Zingaretti e il ritorno di Letta ne sono la prova. I partiti a sinistra del Pd sono isolati, divisi tra loro, senza progetto. Il Movimento 5 stelle è ridotto a un partito ambiguo e inaffidabile. Questo vuoto di presenza politica fa sì che la galassia dei soggetti impegnati per l’economia alternativa resti senza interlocutori e peso istituzionale, come accade a tutti i soggetti sociali più avanzati. Si creano reti, si fanno appelli, ma non si scalfisce l’asse della politica italiana. Tale vuoto di soggetti e di progetto è la causa principale del disastro che ha portato al governo di Mario Draghi, sostenuto dal mero opportunismo dei partiti. Dove manca una buona sintesi politica trionfa il peggiore trasformismo e le forze di vera transizione democratica sono prive di un polo essenziale per costruire una società equa ed ecologica.

Non illudiamoci che bastino le pratiche sociali diffuse e le piccole comunità. Per uscire da questa palude mortale serve un processo creativo di messa a punto degli strumenti politici che abbiamo a disposizione, superando le sigle attuali che restano tutte incastrate nella falsa alternativa tra il riformismo filocapitalista del Pd e il settarismo dei partiti alla sua sinistra. Tutti coloro che ritengono inaccettabile il vigente ordine del mondo devono unirsi. Ci sono associazioni, comunità, movimenti e persone singole -esterne ai partiti ma anche trasversalmente distribuite in essi- che sarebbero pronti a costruire un forte attore nazionale di politica e di economia trasformativa. Solo dall’incontro tra questi attori sociali può nascere una sinistra politica incisiva, popolare, generativa. Qui “sinistra” indica l’impegno a deporre il capitale per costruire la democrazia delle due dignità (dell’umanità e della natura) scegliendo la giustizia, la nonviolenza, la pace con il mondo naturale.

Il problema è che un’idea simile rimane fuori dalla visuale della politica. Le condizioni minime per renderla credibile sono: a. un manifesto che presenti le idee fondamentali, capaci di suscitare la convergenza di molti per la nascita del primo attore politico no power, dedito alla traduzione del consenso non più in potere fine a stesso, ma in capacità di servizio, di cura del bene comune e di governo; b. l’incontro tra i giovani che sognano la società nuova, i soggetti provenienti sia dal riformismo democratico più lungimirante, sia dalla tradizione socialista e comunista ripensata senza nostalgie, gli sperimentatori dell’economia alternativa, gli esponenti più progressisti del mondo cattolico e delle altre religioni e delle altre culture; c. la convocazione di una serie di appuntamenti per dare vita dialogicamente al nuovo attore politico. Non sarà un inutile partito in più, ma sarà l’organismo collettivo che apre un terreno diverso per la ridefinizione della politica. Non bisogna scoraggiarsi né adattarsi alla routine. La svolta comunque maturerà perché è uno dei fattori centrali per affrontare le sfide attuali. Serviranno anni e fatica, però chi ha creatività e coraggio deve iniziare a lavorarci. 

Roberto Mancini insegna Filosofia teoretica all’Università di Macerata; il suo libro più recente è “Filosofia della salvezza. Percorsi di liberazione dal sistema di autodistruzione” (EUM, 2019)

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