Diritti / Genova 2001 lo speciale

“Il conflitto non si spiega, si vive”. Intervista ad Haidi Giuliani

Il racconto della madre di Carlo, ucciso a Genova il 20 luglio 2001. Insegnante, dopo una breve esperienza in politica, a vent’anni dalla morte del figlio continua a parlare ai più giovani

Tratto da Altreconomia 239 — Luglio/Agosto 2021
Haidi Giuliani durante una commemorazione a Genova il 20 luglio 2016. © Manuel Vignati

Vent’anni, cara Haidi. A voi hanno strappato un fiore, qui vogliamo parlare di un seme, quello che è stato piantato a Genova. Se ti guardi indietro questo pensiero è vero, esiste un seme di Genova? Al di là dei politologi e con negli occhi tante immagini di persone che hai incontrato…
HG L’idea del seme è suggestiva. Diversamente penso però che nel 2001, con tante persone e associazioni e realtà giunte da tante parti del mondo sull’onda di Seattle, i semi fossero molti. Il miracolo è stato portarli qui tutti insieme. Come scrive Michele Vaccari nel suo libro più recente (“Urla sempre, primavera” edizioni NNE), “La nostra è stata l’ultima rivoluzione e siamo riusciti a fallirla in tre giorni proprio per questo, non ci riconoscevamo più tra di noi. Invece che restare uniti, ci siamo dispersi, per sempre”.

Ecco, io non ho mai accettato questo “per sempre” e ho cercato disperatamente di unire, a volte contro ogni ragionevole possibilità: unire chi si occupa di vittime (di Stato o di incuria da parte dello Stato o di stragi, dove lo Stato in qualche modo c’entra…). E di unire chi si dice di sinistra, chi sostiene valori comuni. Penso: sono una vecchia comunista libertaria, atea, contraria a ogni forma di razzismo, di sionismo, di fanatismo integralista.
Bene, pur rimanendo me stessa, ho compagni e amiche di ogni colore, religione e anche tendenza sessuale e non ho mai avuto problemi a collaborare con loro. Ho lavorato nella scuola con colleghi anarchici e colleghe che provenivano dall’insegnamento del catechismo.
L’importante è mettersi d’accordo sui valori di fondo, invece di litigare sulle virgole. Perché non possiamo farlo tutti?! Come diceva don Gallo, chi ci indica la via, chi tiene ferma la barra, è sempre la nostra Costituzione!
Quanto alle persone che ho incontrato in venti anni di viaggi e di iniziative, le conservo nel cuore perché sono loro che mi hanno dato il coraggio di continuare a lottare: persone di ogni età e tutte belle dentro, purtroppo alcune di loro ci hanno già lasciato.
Quelle brutte le ho subito dimenticate, cancellate proprio: la vita è una, non vale la pena amareggiarla per squallide faccende senza una vera importanza.

Tu hai avuto il coraggio di entrare nella politica, alla ricerca di una verità che, dalla politica, è stata prima ritardata e poi sacrificata sui giochi del palazzo. Cosa ricordi di quegli anni, di quel mondo?
HG Ricordo le persone, quelle che ho conosciuto lì, quelle belle, come dicevamo prima, quelle che vedo ancora oggi. E ricordo la fatica, una fatica terribile! Vedi, lo dicevo già da prima di non essere adatta a quel lavoro; avevo compagne di banco bravissime che erano costantemente in contatto con i loro territori, io mi sentivo un’inutile cretina. Appena mi lasciavano libera andavo in carcere, alle visite che mi organizzavano nelle varie regioni, soprattutto in Liguria: così avevo almeno la possibilità di vedere almeno ogni tanto mia figlia e la mia nipotina.
Quegli anni sono stati particolarmente amari per me perché, a parte le delusioni della politica, ho perso anche il figlio di mia sorella, ucciso dalla leucemia, un ragazzo di trentasei anni che io amavo come un figlio mio.

Haidi, questo libro parla anche a dei ventenni, poco meno degli anni che aveva Carlo quando fu ucciso. Come racconteresti in poche parole Genova a chi non c’era?
HG
 Per tanti anni ho raccontato la violenza repressiva delle cosiddette forze dell’ordine, sia quella organizzata dall’alto, sia le brutalità della “vendetta” personale di gente ignorante che ha sfogato la propria frustrazione su giovani forse perché più belli, più colti, più intelligenti. A chi allora non c’era ancora vorrei oggi raccontare l’allegria, la speranza, la bellezza delle persone, delle parole, dei canti… Io però non l’ho vissuta direttamente: prima di quella settimana ero in Senegal e il venerdì sono precipitata subito nella disperazione. 

Abbiamo venti anni di più, la società evolve rapida, ci guardiamo intorno e scopriamo che la “Cassandra” di Genova è ancora lì, con molti temi che avevamo sollevato. Che cosa vedi per il futuro, dopo tutte le esistenze, quelle drammatiche ma anche quelle che hai conosciuto nei tuoi viaggi per il mondo?
HG
Sì, la Cassandra di Genova è ancora qui, sempre più inascoltata e derisa, con tutti i problemi che aveva sollevato allora, dal dramma delle migrazioni al cambiamento climatico, e con altri nuovi, tanto per non dimenticare le pandemie. Sono vecchia, non guardo al futuro. So che ci sono moltissimi giovani attenti e preparati, so e ho conosciuto realtà nel nostro e in altri Paesi che possono dare speranza, ho fiducia in loro.

Negli anni Sessanta ero giovane anch’io: vivevo a Milano, facevo volontariato, partecipavo alle manifestazioni contro la guerra nel Vietnam, alle occupazioni (la prima è stata alla facoltà di Architettura, ricordo), volantinavo davanti alle fabbriche con i miei compagni del PCI, guardavo al futuro, lottavo per un mondo migliore.
Oggi, per me, il futuro è mia nipote: dodici anni, seconda media, fa parte di un gruppo di studenti della sua scuola che si occupa della riqualificazione dei giardinetti comunali dove vanno a correre e giocare. Niente di rivoluzionario, dici? Per me la cosa importante è la partecipazione: mia nipote sente di doversi occupare della cosa pubblica, come io sentivo di dovermene occupare, senza che nessuno ci obbligasse a farlo. 

Sei una pedagoga. Come spiegheresti la “bontà del conflitto” a chi sta crescendo?
HG
 Non spiegherei proprio niente! Chi sta crescendo ha tanti libri che raccontano le lotte operaie e contadine dei secoli scorsi e la lotta partigiana nella Resistenza. Chi sta crescendo ha sotto gli occhi l’esempio delle sorelle maggiori che rivendicano dovunque il diritto al rispetto; dei fratelli più grandi che vanno a difendere una valle a fianco di chi la abita. Il conflitto non si spiega, si vive.  

L’ intervista è un estratto dal libro “2001-2021 Genova per chi non c’era. L’eredità del G8: il seme sotto la neve” curato da Angelo Miotto.

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