Diritti / Opinioni

Il confinamento delle proteste indebolisce la democrazia

Relegare le manifestazioni alle periferie è un grave arretramento sui diritti. Una tentazione autoritaria rimasta senza opposizione. La rubrica di Lorenzo Guadagnucci

Tratto da Altreconomia 243 — Dicembre 2021
© Stu Moffat, unsplash

Quasi a furor di popolo, e con un certo compiacimento, siamo arrivati alla proibizione dei cortei nei centri storici, al confinamento delle manifestazioni nelle strade di periferia, alle prescrizioni di rigide forme di comportamento: promossi i sit-in, bocciate le persone in movimento. Il confinamento della protesta (fino a quando?) è solo in parte motivato dall’emergenza sanitaria, cioè dall’obiettivo di evitare gli assembramenti tipici dei cortei e quindi i rischi di contagio. In altre situazioni, come stadi e concerti, non sono in vista provvedimenti così drastici. Un elemento essenziale della scelta compiuta dal Governo Draghi è la precisa richiesta venuta dai commercianti che si ritengono danneggiati dalle ricorrenti proteste di piazza, accusate di intralciare lo shopping. 

Le limitazioni alla libertà di manifestazione non sono una novità assoluta -pensiamo alle zone rosse- e costituiscono un argomento di lotta politica di lunga data, con i gruppi più conservatori a chiedere regole sempre più rigide e i movimenti sindacali e politici di sinistra a rivendicare il diritto di esprimere le proprie idee e di farlo nei luoghi più simbolici delle città. Finora i primi avevano ottenuto poca soddisfazione -le zone rosse, certe pressioni sugli organizzatori nel definire i percorsi- ma il quadro è cambiato rapidamente, complici la pandemia e la fiacchezza sociale che l’accompagna, il governo di “larghe intese” sostenuto dall’intero sistema mediatico (salvo rare eccezioni) e -probabilmente- anche la natura delle proteste più diffuse degli ultimi tempi animate da gruppi “no vax” e “no green pass” che risultano antipatici ai più.

Sono così arrivati i divieti che riguardano ovviamente tutte le manifestazioni, non solo quelle “no vax” e “no green pass”. Sorprende l’acquiescenza delle forze sindacali, storicamente molto attente a preservare la massima libertà d’azione, ma stiamo vivendo una fase che Donatella Di Cesare ha definito di “democrazia immunitaria”, con le tentazioni autoritarie che si affermano più facilmente e la cittadinanza sempre più disposta ad accettare limitazioni non solo personali (quelle legate all’emergenza sanitaria come vaccini, green pass, mascherine, tamponi, distanziamenti) ma anche alle libertà pubbliche. 

79: sono i parlamentari che nel febbraio scorso hanno votato la fiducia al Governo Draghi fra Camera e Senato (96 contrari, 7 astenuti)

Diciamolo chiaramente: il diritto di manifestare, cioè di mostrare chi si è, di contarsi, di gridare i propri slogan, di contestare lo status quo, ha per sua sede naturale i luoghi del potere e dell’identità cittadina, quindi i centri storici e le loro adiacenze; spostare le manifestazioni in periferia, lontano dagli spazi urbani considerati prestigiosi e dallo sguardo non solo dei potenti ma anche dei concittadini, è un passo che allontana dai canoni delle democrazie più sane. È un arretramento che si somma ad altre importanti menomazioni ormai consolidate: dalle politiche sull’immigrazione basate sull’esclusione e non sul diritto d’asilo e la libertà di movimento, alle condizioni spesso terribili delle carceri, fino alle concretissime discriminazioni inflitte sul lavoro e nella società a varie minoranze e alle persone più deboli o meno protette, al punto che sappiamo di convivere con forme esplicite di schiavismo. Per onestà dovremmo cominciare a ragionare su che tipo di società abitiamo: autentiche democrazie o “democrature”, come Predrag Matvejevic definiva i regimi dell’Est europeo scaturiti dalla disgregazione dell’Unione sovietica? E soprattutto dovremmo chiederci se siamo davvero disposti ad accettare in silenzio, con rassegnazione, questo vistoso declino.

Lorenzo Guadagnucci è giornalista del “Quotidiano Nazionale”. Per Altreconomia ha scritto, tra gli altri, i libri “Noi della Diaz” e “Parole sporche”

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