Diritti / Opinioni

Il “caso Montanari” e la crisi dell’antifascismo

I valori democratici e della Resistenza sono appaltati a poche organizzazioni e non sono più pratica quotidiana. Una deriva da scongiurare. La rubrica di Lorenzo Guadagnucci

Tratto da Altreconomia 241 — Ottobre 2021
Tomaso Montanari, rettore dell'Università per stranieri di Siena @Wikimedia commons

Nell’ormai lontano 2004 lo storico Sergio Luzzatto cominciò a parlare esplicitamente di “crisi dell’antifascismo”, titolo di un suo pamphlet pubblicato quell’anno dall’editore Einaudi. L’antifascismo soffriva la crisi delle ideologie seguita al crollo del socialismo reale e anche il passare del tempo, coi testimoni della Resistenza in via di fisiologica diminuzione e le nuove generazioni sempre meno informate sul passato recente del nostro Paese.

Ebbene, la crisi dell’antifascismo si è manifestata in tutta la sua evidenza nella canea seguita, il mese scorso, a un articolo nel quale Tomaso Montanari, a proposito della tragedia delle foibe e del Giorno del ricordo, ribadiva alcune verità ormai acquisite dalla storiografia: la dimensione relativamente modesta del fenomeno (sia pure orribile); la prevalenza sul tema di una narrazione di derivazione neofascista; l’origine equivoca della ricorrenza civile del 10 febbraio, spesso contrapposta -destra contro sinistra- alla Giornata della memoria che ricorda la Shoah.

Montanari è stato aggredito, a mezzo stampa e social, non solo dalla destra neo o post fascista, ma anche da innumerevoli osservatori e commentatori che un tempo sarebbero stati definiti “democratici”, per dire della loro appartenenza al campo antifascista, al punto che le sue dimissioni (!) da rettore dell’Università per stranieri di Siena, se non -addirittura- la destituzione dall’insegnamento, sono state chieste anche da parlamentari del centrosinistra. La ricerca storica e i suoi risultati, per esempio l’esclusione dell’ipotesi della pulizia etnica come ragione degli eccidi sul confine orientale, non hanno fatto breccia nel discorso pubblico, nonostante l’intervento sui media di alcuni (pochi) storici informati dei fatti. Alla fine, il dibattito -se vogliamo chiamarlo così, ma si è trattato principalmente di invettive- seguito alle affermazioni di Montanari ha confermato la validità di tali affermazioni.

Possiamo dire con certezza -lo ha fatto per esempio Jacopo Rosatelli in un argomentato articolo sul numero 4/2021 di Micromega– che in Italia non esiste più la pregiudiziale antifascista che per decenni ha regolato la vita delle nostre istituzioni. La retorica neo e post fascista, o almeno anti-antifascista, è ormai prevalente. Il campo antifascista, a questo punto, dovrebbe affrontare seriamente il tema della propria crisi e discutere a fondo delle proprie prospettive.

1.000 La lunghezza stimata in chilometri di muri, filo spinato e altri ostacoli posti ai confini dell’Unione europea per impedire l’arrivo o il passaggio di cittadini stranieri.

Oggi l’antifascismo attivo è concentrato sulla custodia della memoria resistenziale e sulla denuncia degli episodi (numerosi) di apologia del fascismo nella società e nelle istituzioni. Sono attività necessarie e anche importanti, ma interne alla crisi di cui parlava Luzzatto nel 2004. Se viene ridotto a una “specializzazione” e di fatto appaltato a poche organizzazioni, l’antifascismo è destinato a una lenta ma inesorabile eclisse, favorita dal trascorrere del tempo e dal moderatismo conformista prevalente nel mondo mediatico e accademico, per non parlare di quello politico-parlamentare.

Il “caso Montanari” segnala l’urgenza di un salto di qualità: o l’antifascismo -cioè il rifiuto di nazionalismo e autoritarismo ma anche l’aspirazione a un radicale cambiamento dello status quo nella direzione di maggiore democrazia e uguaglianza- diventa pratica quotidiana di tutti i cittadini attivi, senza più deleghe a qualche associazione benemerita e pochi “specialisti”, oppure la retorica e soprattutto la prassi neo e post fasciste finiranno per radicarsi, con tutte le conseguenze che possiamo (ma solo in parte) immaginare. 

Lorenzo Guadagnucci è giornalista del “Quotidiano Nazionale”. Per Altreconomia ha scritto, tra gli altri, i libri “Noi della Diaz” e “Parole sporche”

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